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Nei tuoi occhi: la vita degli ipovedenti spiegata agli spettatori

Girato in soggettiva, il film di Di Pasquale racconta la giornata di quattro ipovedenti: una scelta non facile, che ha richiesto quattro anni di lavorazione.

Nei tuoi occhi: la vita degli ipovedenti spiegata agli spettatori
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31 Ottobre 2014 - 15.12


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C’è Anna, una casalinga sulla quarantina, che si sente in colpa perché da qualche tempo non riesce più ad andare alle gare di ciclismo di suo figlio: non vede quasi nulla, e in mezzo al pubblico e agli schiamazzi si sente sola. E c’è Valentina, che va alle medie e si è innamorata di Gianluca, un bullo dal cuore tenero che ogni giorno la aspetta fuori scuola per accompagnarla “a prendere il pulmino”. E c’è Vito, padre di un bimbo neonato, al quale teme di aver trasmesso la malattia rara da cui è affetto. E Zaira, operatrice in un gruppo d’auto aiuto dell’Unione italiana ciechi; a breve dovrà partire per Barcellona, per sottoporsi a un intervento alla retina che, per prudenza o forse per paura, sta rimandando da tutta la vita: perché, se qualcosa dovesse andare storto, finirebbe per perdere anche i pochi decimi di vista che le sono rimasti.

Zaira, Anna, Valentina e Vito non hanno quasi nulla in comune; se non il fatto di vivere nella provincia di Teramo e di essere ipovedenti. Per un complesso insieme di cause, la loro acutezza visiva si sta gradualmente riducendo e nessuno di loro è in grado di dire se e quando rimarrà cieco. All’inizio del 2010, il regista e sceneggiatore teramano Pietro Albino di Pasquale si è messo in contatto con loro: inizialmente, l’idea era di girare un cortometraggio sulla quotidianità delle persone ipovedenti; ma ben presto quel progetto è evoluto in qualcosa di molto più ambizioso.

Nasceva così “Nei tuoi occhi”, forse il primo documentario che abbia mai cercato di restituire allo spettatore la vita così come scorre nello sguardo di chi non può più vederla. Un lavoro che proprio in questi giorni debutta nel circuito dei festival internazionali, partendo direttamente da una delle più importanti kermesse europee, l’International documentary festival di Jihlava, in Repubblica Ceca. Prodotta dallo stesso Di Pasquale, in collaborazione con l’associazione culturale Bambun e con il patrocinio dell’Unione ciechi Teramo, la pellicola è stata interamente girata in soggettiva: con una complessa sequenza di effetti ottici e cambi lente, Di Pasquale e il direttore della fotografia Guido Michelotti hanno cercato di ricostruire, quanto più fedelmente, il visus di ognuno dei protagonisti del film: “e quindi – spiega il regista – c’è il bianco e nero di Vito, il visus perennemente sporco e mobile di Zaira o l’opacità visiva di Valentina. Per ricostruirli abbiamo lavorato con gli oculisti curanti di ognuno di loro, chiedendo in seguito una consulenza anche agli specialisti del Polo nazionale dell’Ipovisione del Gemelli di Roma”.

In questo modo, Di Pasquale e la sua squadra hanno cercato di ricostruire una giornata vissuta negli occhi di ognuno dei protagonisti: ne è venuto fuori un documentario che, a fronte di una durata di poco inferiore a un’ora e mezzo, ha richiesta oltre quattro anni di lavorazione. Una scelta difficile, “che era però l’unica possibile – spiega il regista – perché ritenevo assolutamente pornografico girare un film sugli ipovedenti, guardandoli dall’esterno”. Ed è proprio questa forte etica procedurale che, insieme alle consuete difficoltà nel reperimento dei fondi, ha protratto così a lungo la lavorazione: piuttosto che ricorrere a effetti di post produzione, ad esempio, Di Pasquale e Michelotti hanno scelto di girare fuori fuoco, “ricostruendo direttamente in macchina la dimensione del campo visivo di ogni singolo protagonista”. “Per farlo – continua il regista – abbiamo preparato dei mascherini da montare sulle lenti delle macchine da presa, in modo da rendere le zone di opacità e di messa a fuoco di ognuno di loro: nel caso di Zaira, ad esempio, la messa a fuoco avviene sulla sinistra del campo visivo, che è caratterizzato da una frammentazione che purtroppo non siamo riusciti a rendere”.

Una scelta non casuale, quella di Di Pasquale: che racconta di aver scoperto a 18 anni, durante una visita oculistica per la patente, “di avere un occhio quasi totalmente cieco. In commissione, il medico provò a farmi indossare diverse lenti, per tentare di correggere quel presunto difetto di visione; che restava invece sempre uguale, trattandosi di un problema di cecità, più che di miopia”. Da allora, il regista racconta di essere sempre rimasto affascinato dal tema della visione e della cecità: “con il tempo – spiega – ho capito che certi punti di vista hanno una grande dignità estetica, come certi quadri di Francis Bacon o alcune fotografie di Koudelka. Certo, non è facile vivere costantemente dentro un quadro bd Bacon: ma è proprio quella difficoltà che ho provato a raccontare”.

“Sia io, che Guido, che tutto il resto dello staff – conclude – ci rendevamo conto di stare girando un film che non sarebbe stato facile da vedere: ma è stata una scelta pienamente consapevole, perché volevamo che quella difficoltà agisse come un filtro, per separare a monte chiunque non fosse disposto ad andare in profondità rispetto a questo tema”. In realtà, il pregio più grande del film consiste proprio nel fatto che, trascorsi i primi minuti, l’occhio dello spettatore pare abituarsi al visus dei protagonisti: sposandone, quasi inconsciamente, il punto di vista, e dunque le difficoltà e il sentire. E specialmente di questo a Di Pasquale e alla sua squadra va riconosciuto il merito. (ams)

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