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In scena Us al Festival di Santarcangelo

La prima dello spettacolo, ispirato alla lotta tra il drago sparapalline e Andre Agassi, è andata in scena ieri sera, dopo essere stata rinviata più volte a causa della pioggia.

In scena Us al Festival di Santarcangelo

GdS

18 Luglio 2014 - 12.59


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È andata in scena ieri, 17 luglio 2014, la prima dello spettacolo teatrale “Us”, ispirato a “Open” autobiografica del campione di tennis Andrè Agassi. La rappresentazione, che doveva andare di scena sabato scorso all’interno della 44esima edizione del festival di Santarcangelo, kermesse dedicata a tutte le arti contemporanee, ha subito un ritardo di cinque giorni a causa delle avverse condizioni climatiche che hanno imperversato sulla cittadina romagnola nei giorni scorsi.

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La sfida tra il campione e il drago sparapalline raccontata da Andre Agassi è stato lo spunto ricco di suggestioni raccolto e rielaborato da Fanny & Alexander che hanno fatto propria l’istantanea più famosa di ‘Open’, trasformando quella gara tra l’uomo e la macchina in un’inedita e frenetica danza-concerto su un improvvisato campo da tennis, ricostruito nello scenario a cielo aperto dello Sferisterio di Santarcangelo, dove normalmente si gioca a tamburello.

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Lo spettacolo è stato caratterizzato da tre quarti d’ora senza sosta, scanditi dai ritmi techno e dance di Mirto Baliani, vero motore trascinante della rappresentazione. In campo l’attore Lorenzo Gleijeses ha alternato dritti, rovesci, volèe, in risposta alle palline lanciate senza pietà dalla macchina. Intanto, il padre Geppy Gleijeses (genitore anche nella vita) lo incitava dal posto dell’arbitro, mescolando citazioni letterarie shakesperiane, canzoni napoletane e ironici suggerimenti tennistici, come il Tic Federer o lo spaesamento Nadal. Ben presto la gara ha lascia i confini sportivi del campo da tennis, diventando soprattutto una sfida ai limiti fisici e psicologici di Lori, come lo chiama il padre/allenatore che in continuazione gli ricorda: «Non pensare, devi solo essere», «Chi è l’avversario? Chi è?». In una corsa con pochissime pause e invece moltissime rincorse, il figlio si ritroverà a respingere le inesorabili palline con tutte le parti del corpo, mani, piedi e persino la testa, vestendo prima da pugile e poi da giocatore di football. Un’esperienza quasi «religiosa», come aveva immortalato il tennis David Foster Wallace, fino al liberatorio finale. «L’allenamento è finito, ora sei pronto per gli Us Open», rassicura il figlio, il padre/arbitro/allenatore/padrone: e insieme bruciano la rete di quel campo di battaglia infernale.

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