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A che punto è la giostra di Venezia 83?

La prima settimana è andata e la seconda scorre veloce tra una polemica e l'altra. Per il concorso principale qualche gioco potrebbe già essersi delineato. Lunedì la consegna del Leona alla carriera a Ellen Burnstyn. E poi, non dimentichiamo Gaza, neanche a Venezia.

A che punto è la giostra di Venezia 83?
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9 Settembre 2026 - 15.17 Culture


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di Caterina Abate

Superato il giro di boa per l’83° Mostra del Cinema di Venezia, restano ormai poco meno di quattro giorni al gran finale e al verdetto della giuria quest’anno presieduta da Maggie Gyllenhal (presidentessa).

Succede che ci sia una certa ricorsività nei temi della selezione principale. Accade quest’anno con l’elemento dei media o della medialità, presente in Ink di Denny Boyle (sulla nascita del primo tabloid) e Prime Time di Lance Oppenheim. Oltre la consueta attenzione per i rapporti affettivi e familiari (ad esempio Il fuoco che ti porti dentro di Edoardo De Angelis) ci sono anche scavi nel passato (L’estranea di Paolo Strippoli, Mr. Nelson, did you kill people? di Shinya Tsukamoto). Ma anche un attenzione a raccontare i più giovani, tra disagi ( 15/18 a Place to heal, di Cédric Khan) e speranze (Look Back di Hirokazu Koreeda).

Eppure pare che i favoriti siano Wild Horse Nine di Martin Mcdonagh e Possible Love di Lee Chang Dong. Il primo dato già in odore di selezione per gli Oscar, pare essere una sorta di strana commedia western ambientata sull’Isola di Pasqua con gli agenti della CIA Sam Rockwell e John Malkovich, mentre in Cile si prepara il golpe contro Allende. Il secondo è una dark comedy sulle disparità di classe come i coreani sanno fare, con il pretesto di un documentario da girare che farà interagire una coppia della classe operaia con una dell’alta borghesia. Vedremo se e quale dei due titoli riuscirà a spuntarla sull’altro e per anche quali premi.

La doverosa menzione speciale è ovviamente per Succederà sta notte di Nanni Moretti, tornato a Venezia dopo 37 anni, con “una storia d’amore” che pare comunque giustamente resta nel solco della sua poetica. In attesa della serata finale il regista romano ha già guadagnato il premio SIAE Andrea Purgatori proprio per la sua capacità di trasfigurare il personale in esperienza collettiva, raccontando l’Italia e la società che cambia in cinquant’anni di attività.

Giudizi contrastanti per Bucking Fastard di Werner Herzog, l’anno scorso premiato con il Leone d’oro alla carriera, e che è un affezionato della Biennale Cinema, ma pare quest’anno convincere poco. Resta Herzog, sicuramente da comprendere nelle sue bizzarrie, ed è difficile che possa piacere a tutti. 

Piuttosto tiepida l’accoglienza anche per The Eco Chamber, tratto dall’ultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci, riadattata da Ilaria Bernardini e Ludovica Rampoldi. Diretto da Andrea Pallaoro, con Luca Marinelli nel ruolo del protagonista, insieme a Alicia Vikander e Susan Sarandon, non ha ricevuto molti riscontri positivi, anzi pare non stia piacendo quasi a nessuno. Per un giudizio personale basterà attendere l’uscita nelle sale già domani 10 settembre, mentre nel frattempo il regista ha vinto uno dei premi collaterali alla Mostra, quello della Fondazione Mimmo Rotella.

Che sia o meno un buon prodotto cinematografico, la conferenza stampa del film ha dato modo di ricordare l’opaco legame di interdipendenza tra Stati Uniti e Israele, anche nell’industria cinematografica, tanto che chi si schiera al fianco della Palestina parlando a voce alta del genocidio in corso a Gaza venga estromesso dall’industria di Hollywood. A riferirlo, con cognizione di causa è Susan Sarandon, un discorso a tratti personalistico il suo, ma importante perché non dimentica e non perde occasione per denunciare l’orrore mai cessato a Gaza. 

Per restare sull’importante tema, c’è anche il docufilm NAZA, inserito in concorso quasi all’ultimo minuto. Diretto da Yuval Abraham e Rachel Szor, registi anche di No Other Land, e che ha tra i produttori Jonathan Glazer (La Zona di Interesse) oltre il sostegno del Guardian, dalle cui inchieste insieme alle riviste +952 Magazine e Local Call viene il soggetto. È già il titolo del docufilm ad essere esplicativo: Naza è l’acronimo militare con cui vengono indicati il numero di civili Palestinesi che si prevede vengano uccisi da un raid israeliano, in pratica l’eufemistica depersonalizzazione di un target da poter puntare senza sensi di colpa. A Venezia è previsto in proiezione domani 10 settembre, mentre l’uscita nelle sale italiane non è ancora stata resa nota, probabilmente in attesa della prima mondiale. 

L’unico film diretto da una donna Women Unknown

Da non dimenticare tra i film in concorso è Woman Unknown di May El-Toukhy, unica regista donna in gara. Il film ha riscosso giudizi abbastanza positivi, ma è soprattutto l’interpretazione della protagonista, Mathilde Arcel ad essere in odore di Coppa Volpi come miglior attrice. In conferenza stampa non poteva comunque che emergere la questione dell’assenza di altre registe donne nella sezione principale della Biennale Cinema. L’anno scorso ce ne erano tre, da anni la Mostra si impegna affinchè si giunga ad una rappresentanza del cinquanta percento, ma oggi si rischiava persino non ce ne fosse nessuna. La polemica aveva già anticipato l’apertura dei lavori e non poteva che trovare ancora luogo in questi giorni. “Ho fatto un film che parla dell’invisibilità delle donne nella Danimarca del 1945. Accade anche nel mondo del cinema del 2026”, ha chiosato May El-Toukhy. Il riferimento è al problema strutturale che si ha nel mondo del cinema (ma non solo in quello), le difficoltà che una regista donna trova in più rispetto ai colleghi uomini ad esempio nel reperire fondi, o un’implicita richiesta dell’industria di una maggiore qualità del prodotto cinematografico a firme femminili per essere quantomeno degno. Il direttore artistico Alberto Barbera aveva nel recente passato dichiarato come fosse “difficile capire perchè ci sia una percentuale così ridotta di donne registe attive oggi” e che per quest’edizione fosse stato complicato trovare film “di qualità” girati da donne. 

Senza la volontà di alimentare la polemica forse quello che manca è proprio il riconoscimento di chi sta ai vertici, del problema organico che è la disparità di genere. Non basta più chiedersi soltanto come mai, tipo il meme di John Travolta spaesato. 

Secondo Leone d’Oro alla carriera

Questa seconda settimana di Biennale Cinema si è aperta con la consegna dell’altro Leone d’Oro alla Carriera. A riceverlo è stata Ellen Burnstyn, dopo (in senso cronologico, ma non di merito) quello di George Clooney lo scorso 2 settembre. Durante la premiazione, l’attrice americana oggi novantatreenne, già premio Oscar per Alice non abita più qui (1974) si è commossa davanti la standing ovation del pubblico della Sala Grande. Nel suo discorso, partendo da un aneddoto legato al film di Scorsese, non ha lesinato critiche e speranze per gli Stati Uniti, a cui ha augurato di tornare a seguire la linea bianca di guida sulla strada”, per tirarsi “fuori dai guai”.

Se ai primordi del suo percorso professionale Ellen Burnstyn veniva scelta per la sua immagine, con gli anni l’attrice americana ha costruito una carriere fatta di ruoli di donne vere, imperfette e sfaccettate, interpretate senza mai risparmiarsi, scegliendo personaggi anche scomodi che gli permettessero persino di non nascondere il passare del tempo sul suo volto. A seguire la premiazione è stato proiettato in anteprima mondiale il corto diretto da Maggie Gyllenhal Flash Impact in cui Byrstein interpreta un’ideale Marilyn Monroe, anziana, ma ancora pronta a calcare le scene, facendo così del suo Leone d’Oro alla carriera anche un’occasione per omaggiare l’iconica Marilyn che il 1 giugno avrebbe compiuto cento anni.  

Tra i fuori concorso due diversi documentari

Tra le opere fuori concorso due segnalazioni apparentabili, nella loro assoluta diversità: il documentario sulla reunion dei fratelli Gallagher Oasis: Don’t Look Back in Anger, e Musk docufilm di Alex Gibney su Elon Musk. Se il primo ha fatto e farà battere i cuori di tutti i fan degli Oasis (esce in sala domani 10 settembre), il secondo sortirà inevitabilmente discussioni. Definito dallo stesso regista come un monito sul perché sia stato concesso a Musk di diventare “una persona estremamente pericolosa per le democrazie del mondo”. Anche per il suo eccessivo minutaggio (quasi quattro ore) finirà per essere distribuito sulle piattaforme, più che in sala e per questo avrà sicuramente modo di essere visto da un pubblico più ampio (che si spera possa riflettere al riguardo). Interessante anche la presenza in conferenza stampa, di Ashley St. Clair ex compagna di Musk che ha dichiarato le siano stati offerti 40 milioni di dollari per non parlare, e che lei li abbia rifiutati. 

Non dimentichiamo di tenere alta l’attenzione su Gaza, anche a Venezia

Oltre le voci di Susan Sarandon e Javier Bardem (sempre impegnato nella difesa della Palestina), ieri ha raggiunto a pochi metri dal palazzo del Cinema una goletta a vela, superstite della Global Sumud Flotilla, con a bordo Maria Elena Delia, che ne è la portavoce italiana e Saif Abukeshek, attivista palestinese. Un gesto simbolico per riportare l’attenzione su Gaza e sul genocidio che nonostante i cessate il fuoco, sistematicamente non rispettati da Israele, continua ad essere in atto. Nei giorni precedenti il collettivo Venice4Palestine aveva chiesto alla Mostra venisse issata la bandiera palestinese insieme alle altre che figurato danti al Palazzo del Cinema, ma la richiesta è stata declinata da Alberto Barbera.

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