MetLife Stadium di New York: l'ultimo fischio prima dello show | Giornale dello Spettacolo
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MetLife Stadium di New York: l'ultimo fischio prima dello show

Il quarantaseienne sloveno Slavko Vinčić dirigerà la finale di domani. Gli errori arbitrali e il grande aiuto del Var. Un half-time show che supererà i canonici 15 minuti. Business, politica e sport si fondono come mai era accaduto prima.

MetLife Stadium di New York: l'ultimo fischio prima dello show
Slavko Vinčić, l'arbitro sloveno che dirigerà la finale Mondiale di domani a New York
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Marcello Cecconi Modifica articolo

18 Luglio 2026 - 13.19 Culture


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Per fortuna, a riportare tutti alla realtà penserà un arbitro, appena il pallone tornerà a rotolare dopo lo spettacolo, Ed è forse questa la notizia migliore alla vigilia della finale. Pierluigi Collina, il numero uno degli arbitri Fifa, ha scelto lo sloveno Slavko Vinčić per dirigere la partita che assegnerà il titolo mondiale. Una designazione che premia anche una carriera costruita con pazienza, autorevolezza e capacità di gestire le grandi sfide.

Quando Collina gli ha comunicato la decisione, Vinčić non è riuscito a trattenere l’emozione. È il sogno di ogni arbitro, quello che arriva una sola volta nella vita, soprattutto a 46 anni, quando il tempo non concede più molte occasioni. Una scena che farà il pari con quella di Lionel Messi quando domani sera giocherà cosciente che sarà anche per lui l’ultima possibilità per entrare definitivamente nella storia. Vinčić aveva già conquistato la finale di Champions League del 2024 tra Borussia Dortmund e Real Madrid, ma arbitrare una finale mondiale rappresenta il punto più alto raggiungibile da un direttore di gara. È il riconoscimento che ogni fischietto sogna fin da ragazzo.

La scelta di Collina arriva al termine di un Mondiale particolarmente impegnativo per la classe arbitrale. Più partite rispetto al passato, più squadre, più chilometri da percorrere e una platea di arbitri provenienti da ogni continente, anche da Paesi nei quali il calcio non rappresenta lo sport nazionale. Una filosofia che la Fifa porta avanti da anni nel nome dell’universalità, offrendo spazio anche a direttori di gara di confederazioni tradizionalmente meno prestigiose.

Naturalmente non sono mancate le polemiche. Ha fatto discutere la clamorosa riammissione di un giocatore degli Stati Uniti dopo un cartellino rosso che sembrava definitivo, una decisione che ha alimentato dubbi e proteste. Il Ghana ha contestato duramente il mancato intervento del Var su un presunto calcio di rigore contro l’Inghilterra, sostenendo che la tecnologia avrebbe dovuto correggere la valutazione del direttore di gara. La Francia, invece, ha denunciato l’eccessiva tolleranza arbitrale nei confronti della durezza dei giocatori del Paraguay, protagonisti di un match al limite del regolamento. E ha lasciato perplessi anche la gara di Egitto-Argentina, e soprattutto il dopogara, con il ct dell’Egitto Hossam Hassan che ha scatenato tutta la propria rabbia contro l’arbitro francese François Letexier, accusato di aver favorito la Seleccion. Archiviato senza provvedimenti significativi nonostante le tensioni, le proteste e gli episodi che avrebbero meritato un approfondimento disciplinare.

Sono episodi che inevitabilmente alimentano il dibattito, ma che non cambiano il giudizio complessivo sul rendimento arbitrale del torneo. Anzi. In una competizione con un numero di partite senza precedenti, gli errori sono stati relativamente pochi. E soprattutto il Var, spesso demonizzato nei campionati nazionali, ha dimostrato di essere uno strumento ormai indispensabile. Nella stragrande maggioranza dei casi ha corretto errori evidenti, evitato ingiustizie e spento sul nascere polemiche che un tempo si sarebbero trascinate per settimane.

La tecnologia, quando viene utilizzata con competenza, uniformità e buon senso, non uccide il calcio. Lo rende semplicemente più giusto. Il problema non è il Var. Il problema è semmai quando si prova a trasformare una finale mondiale in un gigantesco spettacolo televisivo, sacrificando identità e tradizione sull’altare del marketing globale. Perché una decisione corretta presa davanti a un monitor aiuta il calcio ma un intervallo trasformato in concerto serve soprattutto agli sponsor.

Concerto. Sarà proprio così domani sera, domenica 19 luglio dalle ore 21,00 italiane, al MetLife Stadium di New York. Lì non si assegnerà soltanto la Coppa del Mondo perché Gianni Infantino ci dimostrerà come Il pianeta calcio potrà integrarsi con uno storico halftime show di una finale mondiale. Il palco, allestito in mezzo al campo, sarà diretto da Chris Martin, frontman dei Coldplay, che ospiterà Shakira, Burna Boy, Madonna, Justin Bieber e i Bts. Uno spettacolo che la stessa Fifa ha presentato come il momento in cui “il più grande show della Terra raggiungerà il suo apice”, fondendo calcio, musica e impatto sociale.

Il Mondiale diventerà definitivamente un prodotto di entertainment. Il calcio rincorre il Super Bowl, copia Nfl e Nba, allunga l’intervallo oltre i canonici quindici minuti previsti dalle “legge del gioco” dell’Ifab, che consentirebbero modifiche solo con il consenso dell’arbitro. Una deroga che certifica come, quando gli interessi commerciali sono troppo grandi, anche le regole possano piegarsi. Del resto è il Mondiale di Infantino, l’uomo che ha trasformato la Fifa in una multinazionale dello spettacolo, saldando un rapporto sempre più stretto con Donald Trump. “Questi Mondiali hanno superato ogni aspettativa” ha detto il presidente della Fifa a un evento per i Mondiali con Donald Trump alla Trump Tower di New York. “Il sogno americano è stato realizzato”, ha aggiunto. Non è un mistero che il Infantino sia ormai uno degli interlocutori privilegiati dell’inquilino della Casa Bianca e che, insieme a Trump, punta a fare degli Stati Uniti il nuovo centro dell’industria del calcio. Business, politica e sport si fondono come mai era accaduto prima.

Tra uno show musicale, un intervallo extralarge, gli hydration breack, i recuperi interminabili e un calendario ormai spremuto fino all’ultima goccia, il calcio rischia di essere triturato all’interno della stessa partita, oltre che nello “spezzatino” televisivo settimanale imposto dai broadcaster. Tutto in nome dell’audience globale e degli sponsor. Ed è questa la vera fotografia del Mondiale di Infantino con dentro il campo dove si cerca di migliorare il gioco e fuori dal campo dove si continua a venderlo come un prodotto qualsiasi.

Meno male che alla fine, sarà ancora un arbitro a dare il fischio d’inizio e quello finale. E, almeno per novanta minuti, il pallone avrà ancora la possibilità di prendersi la rivincita sullo show.

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