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Essere calvi nel 2026: tra accettazione, business e pressioni sociali

La perdita dei capelli è una condizione che viene vissuta in modo diverso a seconda del contesto culturale e sociale.

Essere calvi nel 2026: tra accettazione, business e pressioni sociali
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1 Giugno 2026 - 18.49 Culture


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di Giuseppe Christopher Catania

Studi pubblicati sul Journal of the American Academy of Dermatology hanno evidenziato che fino al 30% degli uomini con alopecia riporta sintomi di stress o ansia legati al proprio stato. Grazie a questo fenomeno la Turchia, in particolare, si è affermata come destinazione leader del cosiddetto “turismo del trapianto”, attirando pazienti da tutta Europa, compreso l’Italia, grazie a costi competitivi e pacchetti che includono intervento, soggiorno e assistenza.

Negli ultimi tempi anche la Corea del Sud ha avuto un picco di turisti-uomini che vanno a sottoporsi a dei trattamenti per la crescita dei capelli e in particolare per il trapianto. Spinti da una costante attenzione alla bellezza, gran parte dell’oriente è diventato famoso per avere le tecnologie in ambito estetico più moderne e rivoluzionarie. Insomma, è il sistema capitalistico globalizzato che ci conferma che dove viene percepito un problema diffuso, nasce inevitabilmente anche chi propone di risolverlo.

La diffusione del fenomeno della calvizie, tuttavia, non è uniforme e presenta differenze significative da un Paese all’altro. A influire sono molteplici fattori, tra cui la predisposizione genetica, gli equilibri ormonali e le condizioni ambientali, ma anche elementi culturali legati alla percezione e alla diagnosi della perdita dei capelli. In questo contesto, gli uomini di origine europea e nordamericana mostrano generalmente una maggiore predisposizione genetica rispetto alle popolazioni asiatiche e africane.

A livello mondiale, negli ultimi anni il settore, infatti, ha registrato una crescita costante grazie a diversi fattori come l’aumento dell’attenzione all’immagine personale, la diffusione dei social e della cultura dell’apparenza, fattori che hanno spinto allo sviluppo di nuove tecniche mediche. Il mercato ha messo a disposizione farmaci specifici, integratori, prodotti cosmetici, tricologia avanzata, laser terapia e soprattutto trapianti di capelli.

Uno degli aspetti più significativi e che fa molto riflettere, riguarda l’abbassamento dell’età media di chi si rivolge agli specialisti del settore. Se in passato la perdita dei capelli veniva considerata una naturale conseguenza dell’invecchiamento, oggi molti uomini iniziano a preoccuparsi già tra i 20 e i 30 anni. La diagnosi precoce potrebbe consentire infatti di rallentare il processo e ottenere risultati migliori attraverso trattamenti farmacologici o terapeutici.

La crescita delle ricerche in rete dedicate alla calvizie mostra questa attenzione al cambiamento. Sempre più giovani cercano informazioni su cure, prevenzione e interventi, trasformando la cura dei capelli in una componente ordinaria della cura di sé, al pari dell’attività fisica e della skincare. Non è un caso che nella cultura coreana i capelli sono considerati un’estensione dell’energia vitale, della salute e dell’identità personale. 

Negli ultimi anni, forse legata ai vari fenomeni di accettazione dei propri difetti, o delle proprie problematiche, come la Body Positivity, Body Neutrality, Radical Acceptance, Empowerment Corporeo, qualcosa sta cambiando. Si è affermata, infatti, una nuova narrazione che vede la testa rasata e la calvizie non come una rinuncia, ma come una scelta estetica consapevole, in molti casi la calvizie viene reinterpretata come elemento distintivo della propria immagine personale. 

Questo processo di normalizzazione convive tuttavia con una crescente disponibilità di trattamenti e interventi. Da un lato aumenta l’accettazione sociale della perdita dei capelli e dall’altro cresce la domanda di soluzioni per contrastarla. Una contraddizione solo apparente che riflette la libertà individuale di scegliere come vivere il proprio corpo. Il disagio associato alla perdita dei capelli non nasce tanto dalla condizione in sé, quanto dal valore simbolico che la società attribuisce all’aspetto fisico. In un contesto in cui immagine e autostima sono sempre più intrecciate, la calvizie diventa uno specchio delle pressioni estetiche e culturali che caratterizzano il nostro tempo. 

L’Italia è il secondo paese al mondo per diffusione della calvizie tra gli uomini adulti. A certificarlo sono i dati 2024 di World Population Review, secondo cui il 44,37% della popolazione maschile adulta è interessato da questo fenomeno, dietro solo alla Spagna con il 44,5%. Ma se in Italia e altri Paesi occidentali la calvizie viene  da molti  “accettata” grazie al progresso culturale e sociale degli ultimi decenni, che ha eroso il valore del canone estetico del mostrarci perfetti, in altre parti del mondo non è proprio così. Per esempio, il governo sudcoreano starebbe valutando di includere i trattamenti e i trapianti per la calvizie all’interno dell’assicurazione sanitaria nazionale e questa proposta fa riflettere sul modo in cui la società e in particolare quella sudcoreana è legata all’aspetto esteriore.

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