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Il governo dice no al voto per i fuori sede, ma l'alternativa c'è

Si avvicina sempre più il Referendum sulla Riforma della giustizia, ma in Italia ci sono quasi 5 milioni di persone che, nonostante ne abbiano il diritto, non potranno votare. C'è però un modo per esercitare il diritto di voto garantito dalle norme elettorali dei referendum. In tutto il Paese si stanno organizzando comitati, associazioni e gruppi per discuterne i temi e permettere alle persone di votare.

Fonte: wired.it
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19 Febbraio 2026 - 20.24 Culture


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di Giada Zona e Arianna Scarselli

Non c’è tempo per permettere ai fuori sede di votare al referendum sulla giustizia. Sono queste le parole con cui il governo italiano tenta di giustificarsi perché, di fatto, sta impedendo a circa 5 milioni fuori sede di votare. Non è però sufficiente rassegnarsi a questa lettura: un’alternativa c’è ed è offerta dalle norme elettorali degli stessi referendum.

Infatti ogni partito ha 1 posto (più un altro posto di riserva) per ogni sezione elettorale riservato a un rappresentante di lista, cioè una persona incaricata di aggiornare il partito sullo svolgimento delle votazioni e di seguire lo scrutinio. Seguire le elezioni come rappresentante di lista non lega indissolubilmente al partito, ma offre la possibilità di votare lontano dal proprio comune nella sezione in cui si è rappresentante.

I fuori sede possono infatti candidarsi nel comune in cui si trovano come rappresentanti di lista; a quel punto, devono attendere la nomina formale e le conseguenti istruzioni e, infine, il 22 e 23 marzo devono recarsi al seggio con documento d’identità, scheda elettorale e nomina, assumendo il ruolo previsto ed esercitando il diritto di voto. In Italia ci sono 61.591 sezioni, si tratta di decine e decine di migliaia di voti che potrebbero cambiare le sorti di questo Referendum. In tutto il Paese si stanno organizzando comitati, associazioni e gruppi per discutere i temi del referendum e permettere alle persone di votare secondo queste modalità. 

Seguendo queste indicazioni anche i fuori sede potranno quindi votare, ma bisognerebbe chiedersi come si è giunti a questo punto, ovvero quello di chiudere una porta in faccia ai cittadini che si trovano a vivere lontani dal loro comune di residenza. I dati ci offrono una riflessione: il NO sta infatti trionfando tra i giovani, mentre il SI si arrocca tra gli over 55. L’ Istituto Ixé suggerisce che nella fascia 18-34 anni i contrari alla riforma sono circa il 66%, nella fascia 35-44 sono il 56% e il 54% in quella 45-54; la maggior parte del sostegno al SÌ, invece, arriva dagli elettori over 55, nella fascia 55-64 anni il sostegno raggiunge il 62% e oltre i 65 anni il 57%

Non dare ai fuori sede la possibilità di votare sembra così una scelta ponderata, presa per ostacolare il NO. Il fuori sede fortunato è, in questa situazione, chi ha le risorse economiche per sostenere i costi di trasporto e tornare a casa. La situazione è ancora più paradossale se si confronta il voto del referendum alle altre elezioni politiche o amministrative. Votare per un referendum è molto più semplice rispetto agli altri casi: il referendum agisce su una circoscrizione unica nazionale, mentre nelle altre elezioni il voto è legato a collegi territoriali o candidati locali.  

Quella di studiare lontano da casa è spesso una scelta obbligata tra molti corsi specialistici o più di nicchia erogati solo in pochi atenei; una scelta che costa tanta fatica, impegno e sacrificio –emotivo ed economico– e che ad oggi, invece, colpevolizza una fetta di popolazione che vede davanti a sé diversi ostacoli per poter esercitare il diritto di voto. Questo apre poi un grande dibattito sulle risorse economiche destinate alle università italiane; sta aumentando sempre di più la disuguaglianza nel finanziamento tra gli atenei pubblici italiani e, mentre i politecnici e i grandi atenei ricevono sempre più incentivi, gli atenei più piccoli sono abbandonati e sotto-finanziati, costretti ad affrontare difficoltà sempre maggiori per erogare una didattica completa e per svolgere ricerca. 

Allo stesso modo, il mondo del lavoro italiano non offre prospettive allettanti, le posizioni aperte per i neo-laureati che non siano stage o tirocini senza possibilità di rinnovo e con stipendi molto bassi, sono pochi; gran parte dell’offerta riguarda l’ingegneria, l’informatica o la finanza e per molte professioni non si trovano opzioni aperte. In molti territori, specialmente del Sud e del Centro, il tessuto lavorativo sta collassando per via dell’esternalizzazione e della concentrazione della produzione e dello sviluppo in pochi centri. Per molti giovani lavorare in Italia significa essere scarsamente retribuiti, caricati di lavoro e responsabilità che non vengono riconosciute, non avere certezze a lungo termine e di conseguenza non potersi neppure costruire una vita. In questo scenario è facile preferire andare all’estero, anche sacrificando la vicinanza con la famiglia, gli amici e la lingua. 

Quando si parla di elezioni uno dei temi che resta sempre centrale è la speculazione sui prezzi dei biglietti, una manovra che lucra sui diritti dei cittadini e delle cittadine; spesso a nulla servono le agevolazioni e i calmieranti introdotti anche dagli stessi Governi e molte persone non possono esercitare il diritto di voto anche per questo.

Nel caso del referendum di marzo, un altro elemento che ha suscitato polemiche è la data: due giorni abbastanza vicini a Pasqua ma con le lezioni universitarie in pieno svolgimento che, sempre a causa dei prezzi troppo elevati dei mezzi, costringeranno molti studenti a scegliere se tornare a casa per votare o per le vacanze.

Se anche tu non potrai tornare a casa per votare anche se lo vorresti, cerca sui social il Comitato della tua città o vai a parlare con i rappresentanti dei partiti locali. Sarebbe potuto essere più semplice, ma sarà comunque possibile recarsi alle urne. 

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