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La Rai e la discontinuità culturale con il passato

Le polemiche sull’apertura delle Olimpiadi, le discussioni attorno agli ospiti di Sanremo e le tensioni interne a Rai 3 tra Giletti e Ranucci sono alcuni dei segni. Nel frattempo il pubblico assiste, telecomando in mano, chiedendosi se stia guardando un’inchiesta, un talk o una nuova stagione di House of Cards in salsa tricolore.

La Rai e la discontinuità culturale con il passato
Massimo Giletti e Sigfrido Ranucci
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Marcello Cecconi Modifica articolo

11 Febbraio 2026 - 14.17 Culture


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La Rai attraversa una fase che va oltre la fisiologica alternanza di governi e direttori: è una stagione di ridefinizione degli equilibri, in cui informazione, intrattenimento e identità editoriale si intrecciano in modo sempre più visibile. Le polemiche sull’apertura delle Olimpiadi, le discussioni attorno agli ospiti di Sanremo e le tensioni interne a Rai3 tra Giletti e Ranucci non sono episodi isolati, ma tasselli di un quadro più ampio con un servizio pubblico chiamato a misurarsi con una maggioranza politica che rivendica discontinuità culturale con il passato.

Il caso Ranucci è emblematico. Report rappresenta da anni un presidio di giornalismo d’inchiesta capace di fare ascolti e rumore, qualità preziose ma ingombranti quando il clima si surriscalda. La sfida lanciata da Massimo Giletti dal suo programma Lo stato delle cose proprio il giorno dopo l’ultima puntata di Report, ha assunto i contorni di un duello mediatico asimmetrico. Si litiga in prime time, si sventolano chat come trofei di caccia digitale, si evocano lobby e retroscena come in un thriller di seconda serata. Il servizio pubblico trasformato in un condominio dove tutti dichiarano di voler abbassare i toni mentre intanto si lanciano i piatti dal balcone.

Le accuse di Giletti e le risposte sui quotidiani di Ranucci su presunte manipolazioni delle chat diffuse, tutte da verificare, hanno spostato il confronto dal merito dei contenuti a un terreno più personale e identitario. In questo scenario vince la progressiva spettacolarizzazione del conflitto. La Rai, proprio perché servizio pubblico, dovrebbe sottrarsi alla tentazione della rissa permanente e riaffermare il principio che l’autonomia editoriale non è un privilegio di parte ma una garanzia per tutti.

Una questione che diventa culturale. La trasformazione dei vertici e delle linee editoriali non può che essere letta da molti come un processo di “normalizzazione” in senso conservatore. Da altri, invece, viene vista come un “logico” riequilibrio dopo accuse di anni di egemonia opposta. E nel frattempo il pubblico assiste, telecomando in mano, chiedendosi se stia guardando un’inchiesta, un talk o una nuova stagione di House of Cards in salsa tricolore.

Il sistema televisivo pubblico nazionale sta rischiando di essere centrifugato, all’interno del vecchio duopolio condiviso con Mediaset, per presentarsi come un nuovo gigantesco monopolio a “reti unificate”. In questo panorama Urbano Cairo, che pur non in odore di cultura gramsciana ma con l’olfatto per gli affari, sta alla finestra e La7, forte di un’identità costruita su volti riconoscibili e libertà di toni, appare come approdo naturale per chi non si sente più a casa altrove.

Ma la partita vera non è il trasloco di un singolo giornalista ma è capire se la Rai saprà ancora salvarsi e restare uno spazio plurale, capace di ospitare voci diverse senza trasformare ogni dissenso in resa dei conti. Perché il servizio pubblico, più che uniformarsi, dovrebbe reggere il peso del conflitto democratico.

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