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Sud, dal silenzio al rumore dei media

È solo dopo il collasso di Niscemi, i commenti sui social e l’attivismo di associazioni locali e regionali che i media tradizionali hanno iniziato a parlarne. Si discute di fondi, di marginalizzazione del Meridione, di passato e presente politico, del Ponte sullo Stretto, di altri centri siciliani esposti a emergenze climatiche. Insomma, di tutto e di niente.

Fonte: artribune.com
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31 Gennaio 2026 - 14.14 Culture


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di Giada Zona

Era tra il 19 e il 21 gennaio quando il ciclone Harry ha raggiunto Sicilia, Sardegna e Calabria. Tuttavia i media tradizionali se ne sono occupati solo qualche giorno dopo. Forse serviva il collasso di Niscemi a far discutere del Sud? Per giorni il Mezzogiorno era in ginocchio e l’Italia è rimasta a guardarlo da lontano, finché l’emergenza proclamata a Niscemi, con 1500 sfollati e case trascinate via, ha fatto accendere i riflettori.

A colmare il vuoto iniziale, favorendo il dibattito pubblico e mediatico sulle situazioni attuali del Sud Italia, sono stati i social media, le iniziative e le raccolte fondi lanciate dalle associazioni che operano sul territorio. Numerosi anche gli appelli di content creator siciliani e non, che ribadiscono la necessità di attenzionare il Sud Italia, che soprattutto in questi giorni ha bisogno di aiuto. Se i media tradizionali all’inizio discutevano di alcuni casi dedicando piccoli spazi di cronaca, il sistema dell’informazione si è completamente risvegliato quando la natura ha mostrato tutta la sua brutalità. 

I più ricorderanno l’immagine della premier che nel 2023, lasciando il G7, si reca in Emilia-Romagna durante una grande alluvione. Atto giustissimo che però nel Sud segue un percorso diverso. Nonostante la proclamazione dello stato di emergenza e lo stanziamento di milioni di euro, le opposizioni politiche denunciano infatti un fondo insufficiente oltre alla disparità delle narrazioni dedicate alle due regioni d’Italia.

Appelli e presenza delle istituzioni sono mancate nel Sud. Tuttavia è necessario distogliere lo sguardo dai vecchi stereotipi di povertà culturale e intellettuale che da sempre accompagnano questo grande pezzo di terra. Ora che il fango è sotto i riflettori e tutti ne siamo a conoscenza la narrazione si è poi spostata sul piano politico, creando una profonda confusione. Si parla di fondi, di marginalizzazione del Sud, di passato e presente politico, del Ponte sullo Stretto, di altri centri siciliani esposti a emergenze climatiche. Insomma, di tutto e di niente. Quando un evento catastrofico colpisce il Nord la narrazione mediatica si attiva istantaneamente, ma se ad essere colpito è il Sud sembra esserci un’indifferenza sistemica. È come se l’opinione pubblica fosse già abituata a pensarlo come un territorio fragile, riducendo la vicinanza emotiva: di fatto, quindi, non fa notizia. 

In un’epoca in cui siamo abituati a puntare il dito o, al contrario, ad amare profondamente i social media, la vera battaglia si sta combattendo proprio negli spazi digitali, che si pongono anche come luoghi di aggregazione e di espressione dei più deboli. Discutendo sui social media attraverso i classici e accattivanti linguaggi digitali, creando a volte dibattiti che non si limitano ai fenomeni in corso ma suscitando profonde riflessioni sulla storia del Sud, i creator hanno costretto i media tradizionali ad approfondire una realtà che non potevano più ignorare. A fare luce sulla stigmatizzazione del Sud è, tra gli altri, Claudia Fazia, esperta in studi di genere che esplora tematiche sul meridionalismo e femminismo. Essa legge nel ciclone Harry l’ennesima conferma di una marginalizzazione strutturale; l’antimeridionalismo di oggi, suggerisce Fazia, non è certamente un fenomeno nuovo, ma si ripropone di fronte ai nostri occhi quando si verificano fenomeni estremi come quelli in corso, dove il Sud continua ad essere percepito come territorio povero e indifeso.

Quello che sta accadendo e che è accaduto in questi giorni nel Mezzogiorno ci obbliga a fare una riflessione sulle narrazioni dedicate a questa parte del Paese, sulla presenza (o assenza) dei politici e delle istituzioni, sul sistema informativo e sugli stereotipi che sarebbe arrivato il momento di abbandonare. Percepito ancora oggi come terra da un lato turistica e dall’altro priva di strumenti per reagire, il Meridione è stato prima ignorato dai media e adesso, invece, è al centro di una trattazione estremamente caotica. Ed è in questi momenti di debolezza che si riscopre il valore e l’impegno delle associazioni locali e regionali, della solidarietà e dell’aggregazione delle piccole comunità. E anche dei social media, che diventano valvola di sfogo, espressione e approfondimento.

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