Giorgio Bonsanti: “Dell’alluvione di Firenze ricordo il puzzo indescrivibile. Ma il dopo ci ha insegnato nuovi metodi di restauro” | Giornale dello Spettacolo
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Giorgio Bonsanti: “Dell’alluvione di Firenze ricordo il puzzo indescrivibile. Ma il dopo ci ha insegnato nuovi metodi di restauro”

Il professore e studioso fiorentino rievoca quei giorni drammatici del novembre 1966: “Tiravamo fuori i libri del Vieusseux”. E cita i restauri delle opere di Santa Croce

Giorgio Bonsanti: “Dell’alluvione di Firenze ricordo il puzzo indescrivibile. Ma il dopo ci ha insegnato nuovi metodi di restauro”
Particolare della foto del “Cristo” di Cimabue alluvionato nella fase finale del restauro. Foto Donazione Paolo Mariani e Maria Grazia Seroni in memoria di Francesco Chimenti. Foto Opera di Santa Croce, Firenze
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Stefano Miliani Modifica articolo

3 Novembre 2026 - 22.10


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Lo sapete: la mattina del 4 novembre 1966 l’Arno esondò e Firenze fu alluvionata. Quella data rappresenta uno spartiacque in molti settori. Non ultimo la scienza del restauro. Come ha scritto in un ricordo pubblicato dall’Istituto storico toscano della Resistenza e dell’Età contemporanea, Giorgio Bonsanti e suo padre Alessandro tra piazza San Lorenzo e via Ginori fuggirono per non venire travolti da una massa d’acqua e altro impazzita. L’allora 22enne studente universitario d’arte si è guadagnato la meritata fama di un’autorità internazionale in materia di restauro: ha diretto l’Opificio delle pietre dure con i suoi laboratori dal 1988 al 2000, ha guidato più istituti e soprintendenze, ha curato mostre e pubblicato saggi, è diventato professore universitario di storia e tecnica del restauro nel 2000.

Bonsanti, cosa ricorda dei giorni dell’alluvione e di una città travolta dal fango 60 anni fa?
Tra i tanti ricordi un punto va tenuto presente: quando ci sei nel mezzo non hai assolutamente modo di sapere come finirà, quanto durerà e quali saranno i suoi effetti. Per chi, come mi capitò, si trovò a dover scappare perché letteralmente inseguito dalle acque la mattina del 4 di novembre, non sapevamo cosa sarebbe successo: la sensazione era di una fine di tutto, di una città che praticamente verrà distrutta e magari la ricostruiremo da un’altra parte, vai a sapere. Può sembrare enfatico, ma quando vedi l’acqua correre a 60 chilometri all’ora e crescere a vista d’occhio, hai l’impressione di una distruzione di fronte alla quale ti trovi disarmato.

Giorgio Bonsanti alla nomina di accademico emerito dell’Accademia delle arti del disegno di Firenze tra le storiche dell’arte Alessandra Baroni, a sinistra, e a destra Cristina Acidini, presidente dell’istituzione

C’è da supporre che fosse spaventato.
Sicuramente sì. Con la mia famiglia, con la quale vivevo, abitavamo nei paraggi della Badia Fiesolana (verso Fiesole quindi in collina alle porte della città, ndr) per cui non potevamo temere un coinvolgimento diretto della nostra casa nelle acque. Però mio padre dirigeva il Gabinetto Vieusseux a Palazzo Strozzi in centro, dove lavorava dal 1940 (lo ha diretto dal 1941 al 1980, ndr), per lui era una propaggine di casa e io sono letteralmente cresciuto in quelle stanze. Tra l’altro negli anni ’60 Firenze era ancora una delle capitali culturali d’Italia, sicuramente per l’editoria e per le iniziative legate alla letteratura. C’era la sensazione di una enorme incertezza su cosa sarebbe successo.

Lei si mise a tirar fuori dal fango i libri del Vieusseux.
Ho passato un mese a tirarli fuori e organizzare i giovani che arrivavano ogni giorno. Ricordo bene anche il puzzo: era indescrivibile, si continua a sentirlo nel pensiero a distanza di anni. Si dice “l’acqua”, ma non era acqua, era un insieme in cui l’Arno aveva fatto da innesco. C’era il liquido da riscaldamento, una nafta che non ha nulla a che vedere col gasolio al quale ci siamo abituati. Era una sostanza solida, untuosa, puzzolente da morire, che si mescolava con il contenuto delle fogne. Viaggiavamo in mezzo alla merda e alla nafta. E nella biblioteca del Vieusseux vedevamo la degenerazione dei materiali organici.

Il “Cristo” di Cimabue alluvionato nella fase finale del restauro. Foto Donazione Paolo Mariani e Maria Grazia Seroni in memoria di Francesco Chimenti. Foto Opera di Santa Croce, Firenze

Il Gabinetto scientifico letterario, fondato nel 1819 dal mercante ginevrino Giovan Pietro Vieusseux, è uno dei principali istituti culturali della penisola e ha un patrimonio librario unico. Come fronteggiaste il disastro?
Ricordo quando arrivammo nell’ultima stanza dei sotterranei, che confinava con il famoso bar, ristorante, sala da tè Doney di via Tornaboni. Il muro divisorio con il bar era crollato. Nella stanza erano collocate le gazzette ufficiali: per rilegarle era stata usata molta colla animale, quindi sostanze organiche che, dopo 20-25 giorni in quelle condizioni, erano diventate un insieme di putrefazione: sembrava di essere mezzo ai cadaveri in un cimitero. In qualche modo mi abituai, passando 12 ore al giorno lì dentro, però i giovani che arrivavano ne rimanevano distrutti. Avevamo un certo numero di maschere antigas distribuite dall’esercito. Ma un giovanotto arrivò in queste ultime stanze senza maschera e lo vidi cadere svenuto. Lo prendemmo per il colletto e lo portammo immediatamente fuori a respirare aria buona, sennò ci moriva.

Il “Cristo” di Cimabue alluvionato nella fase finale del restauro. Foto Donazione Paolo Mariani e Maria Grazia Seroni in memoria di Francesco Chimenti. Foto Opera di Santa Croce, Firenze

L’alluvione di Firenze ha cambiato l’approccio al restauro, dalle opere d’arte ai libri, viene ritenuto un passaggio decisivo. È stato così?
Sì. Intanto ci si è trovati di fronte a problemi non affrontati prima. Una singola opera d’arte poteva essere andata sott’acqua per una ragione o l’altra, non migliaia tutte insieme, non a quel modo, non con le necessità di risposte adeguate subito. Sbagliare allora poteva voler dire perdere non si sa quanto. Tanto per fare un esempio, allora era direttore dell’Istituto centrale del restauro Pasquale Rotondi, una gran persona, da soprintendente delle Marche aveva salvato innumerevoli opere italiane dai nazisti durante la guerra. A Firenze si stavano velinando tutti i dipinti (s’intende mettervi sopra sottili veline, ndr), in particolare quelli su tavola. Lui cercò di opporsi, dicendo che sarebbe stata la distruzione dei quadri perché non si sarebbe mai più riusciti a staccare tutte queste veline applicate sulle superfici dei dipinti, che la soluzione sarebbe stata praticare il trasporto di tutte prima possibile, in maniera anche fortunosa. Probabilmente se avessimo seguito quella direttiva avremmo davvero perso una grande parte di questo patrimonio che invece è stato salvato proprio attraverso l’applicazione di una protezione sulle superfici. Questo è forse il maggiore insegnamento. È un insegnamento metodologico più che tecnico. I tempi del restauro non sono quelli della vita civile o biologica delle persone. La vita biologica delle opere d’arte, soprattutto se coinvolte in un evento così imprevisto di fronte al quale non si sa bene come comportarci, ha tempi diversi. Il caso emblematico sono le grandi tavole di Santa Croce del Bronzino e di Francesco Salviati che sono state ricollocate nel museo nel 2006.

L’Ultima Cena di Giorgio Vasari dopo il sollevamento per la prova di messa in sicurezza (a lato le indicazioni di livello delle alluvioni che hanno colpito Santo Croce nei secoli). Foto Opera di Santa Croce, Firenze

Sono serviti quaranta anni per tornare a esporle.
Esattamente: ci è voluto quel tempo perché si riuscisse a tenerle ferme con la superficie in alto, senza praticare il trasporto, cioè la distruzione del supporto ligneo, vedendo come progressivamente si asciugavano, come si ristabilivano un po’ con la volta, anche con l’intervento umano. Quei quadri sono stati tre giorni materialmente sotto l’acqua. Oggi sembra impossibile. Per quanto ne so un successo del genere si è avuto soltanto a Firenze.

Su Santa Croce il pensiero prevedibilmente va al Crocifisso alluvionato di Cimabue, capolavoro del secondo ‘200 che sta sopra l’altare della basilica: la superficie pittorica è in gran parte compromessa nonostante il restauro.
Esattamente. Certe perdite non sono risarcibili. C’è chi parla del 60% della superficie pittorica, non l’ho mai calcolato, lì non c’è niente da fare. Al di là delle metodologie a me interessa che venga osservato il principio secondo cui se si fa un ritocco, cioè un intervento moderno per attutire il danno, deve essere facilmente riconoscibile. Le opzioni su come renderlo riconoscibile possono cambiare, l’importante è il principio. Il Crocifisso di Cimabue rimane l’emblema delle perdite non risarcibili, quella pellicola pittorica non esiste più ed è chiaro che non la rifacciamo. Magari in certi paesi l’avrebbero anche rifatta, fortunatamente noi oramai abbiamo superato quello stadio da secoli.

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