“Cinema Samuele”: Bersani è tornato e le canzoni sono come tanti film

Dopo sette anni il cantautore pubblica un nuovo album. «Amo registi come Fellini, Argento, Pasolini, Kubrick. Il brano “Il tiranno”? «Penso a Bolsonaro e Trump»

Samuele Bersani in “Cinema Samuele”

Samuele Bersani in “Cinema Samuele”

GdS 5 ottobre 2020
di Giordano Casiraghi

Sono passati sette anni dal precedente album «Nuvola numero nove», Samuele Bersani torna con il nuovo «Cinema Samuele» e ringrazia tutti coloro che in tutto questo tempo non gli hanno chiesto se avesse pensato di smettere di fare il cantautore. È stato un lungo periodo di black out che è stato segnato e causato da una dolorosa separazione, perché prima di tutto viene l’amore e uno sta bene quando ha una persona da amare ed esserne così corrisposto. In mancanza di questo tutto si spegne e il tempo per riemergere a volte è lungo. Poi è arrivato il lockdown, poi è tornata la voglia di mettere in canzoni alcuni accordi e melodie, mentre i testi sono arrivati dopo. Samuele ha voluto incontrare i giornalisti in un cinema in centro a Milano, fianco al Duomo. La prima conferenza stampa per la pre-sentazione di un nuovo disco dopo tutto quello che quest’anno infausto ci ha riservato. Tutti con mascherina e ben distanziati, seduti su comode poltrone di velluto, con tanto di poggiatesta marchia-ta «Cinema Samuele», insieme ad altri gadget tutti marchiati come la copertina del disco: una bibita in lattina, un contenitore di popcorn, una cartellina colorata. Samuele viene stimolate dalle tante domande e non si sottrae a spiegare i preparativi e gli sviluppi di questo album sofferto, ma nello stesso liberatorio.

Tutto inizia con un saluto di Vincenzo Mollica che presenta il disco nuovo come avrebbe fatto in tv e che conclude con «L’unico vero realista è il visionario e questo disco è un abbraccio pieno di poe-sia che emoziona». È atteso questo ritorno di Bersani: «Sono contento di incontrare ancora il pubblico, proprio oggi che festeggio i miei 50 anni e mi piaceva l’idea di incontrarvi in una sala cinema-tografica dove al posto delle immagini ci sono io con l’immagine di questo disco che raffigura la mia silhouette come un condominio con le luci accese qua e là per i vari piani. Eppure andando indietro di mesi al posto di queste luci c’era il buio. È che abbiamo bisogno di cose belle, sono così contento di aver fatto questo disco per ripartire, perché se sparisci sette mesi è già un problema, pensa sette anni, rischi di finire nel dimenticatoio e invece mi è arrivato tanto affetto appena abbiamo messo in circolazione il primo singolo «Harakiri» dove il soggetto del video è curato da Pacifico, una persona che mi è sempre stata vicino».



Dieci canzoni che Bersani descrive come fossero piccoli film rappresentati in altrettante sale, non a caso la presentazione è fatta in un multisala. Una ragazza incontrata anni fa durante la presentazione di un album gli disse che le sue canzoni apparivano come piccoli cortometraggi per non vedenti. Quindi Bersani che ama il cinema, ma quali sono i suoi registi preferiti: «C’è un elenco nell’interno copertina disco, sono tanti, dovessi proprio citarne tre metto per primo Federico Fellini che tanto ha significato per tutti coloro che hanno abitato in Romagna, io poi sono nato a Rimini dove è ambien-tato il suo capolavoro «Amarcord», terra di poeti come Raffaello Baldini, che consiglio, campione di poesia come Dalla, De André e Battiato. Certo nel mio cinema c’è posto per tanti registi a cominciare da Dario Argento e Pier Paolo Pasolini. Ricordo che a 13 anni ho visto «Salò e le 120 giornate di Sodoma», avevano dimenticato di indicare che era vietato ai minori. L’elenco è lungo, il cinema mi ha segnato più che la letteratura. Amo la sorpresa, uno che cambiava genere come Kubrick, come quando aspetti un disco nuovo e immaginavi cosa sarebbe stato e invece ascoltavi una novità inaspettata».

Così sarebbe bello dire di questo nuovo «Cinema Samuele», ma la scrittura è quella che conosciamo, eppure sono canzoni che si ha voglia di riascoltare, perché qualcosa potrebbe essere sfuggito al primo ascolto. C’è infatti tanta musica, per canzoni suonate con Paolo Costa al basso, Marco Rovinelli alla batteria, Silvio Masanotti alle chitarre, Pietro Cantarelli che insieme allo stesso Bersani suona il pianoforte e tastiere. Un disco sviluppato fuori dalla città di residenza che è Bologna: «Bologna è una città che è comunque dentro in ogni canzone, però avevo bisogno di una scossa, così ho chiesto di andare a pensarlo e costruirlo a Ginostra nelle isole Eolie, dove trovi carriola e mulo che portano in su gli strumenti verso un posto che nel giro di pochi giorni ho dovuto abbandonare causa ammuti-namento dei due musicisti che avevo portato con me. Così ho dovuto rientrare a Bologna, ma sapevo che avevo bisogno di una spinta, così ho abitato per un anno a Milano, in zone periferiche, prima in Ripamonti poi verso via Certosa. E così è nata la prima canzone «Pixel», quella che apre l’album».

Un disco con canzoni dove la musica ha molta importanza, come ne «Il tiranno», a chi si riferisce? «È una favola noir, pensando a Bolsonaro e Trump, certo che non mi sento populista e se dovessi poter disporre di un regista per un video sulla canzone l’affiderei a Tim Burton. Penso che il sogno americano sia finito, se avessi avuto un figlio fino a dieci anni fa lo avrei mandato in America per crescere, oggi non lo farei più».

Un disco carico di musiche, come succede ne «Il tiranno», ma anche in «Le Abbagnale» dove emerge una potente sezione fiati, come Bersani precisa: «Ho lavorato prima alle musiche, senza melodie però, poi le ho cantate in finto inglese, infine mi sono dedicato ai testi. La canzone ha già una sua forza quando nasce come musica soltanto e a volte è proprio questa a dettare idee per lo sviluppo testi che ho terminato quando sono tornato a Bologna. In effetti quando si tratta un cantautore si analizzano i testi, ma io anche in passato ho sempre lavorato prima sulla musica, tranne qualche canzone. Non voglio fare quello che sostiene che i testi li ha scritti in breve tempo, in questo caso ho composto i testi un po’ alla volta. Quando è arrivato il lockdown mi sono trovato in un palazzo senza ascensore, con un gatto e una gamba rotta. Mi è tornata la paura di scrivere, ma alcune idee mi sono arrivate e una spinta ad aver molta più fantasia. Un album che parla più del presente che del passato, senza nostalgie e in questo la canzone che mi rappresenta al meglio è «Il tuo ricordo». All’uscita del primo singolo ho ricevuto i complimenti di Cesare Cremonini, dei fratelli registi Di Innocenzo, di Giuliano dei Negramaro. Cose che fanno bene».