Lyle Mays, addio al tastierista e compositore del Pat Metheny Group

Il musicista è sempre sfuggito a riflettori: ha creato paesaggi lirici di gran fascino usati a man bassa da sigle tv o come sottofondo d'ambiente

Lyle Mays

Lyle Mays

GdS 12 febbraio 2020
Marco Buttafuoco

È morto a Los Angeles Lyle Mays, storico tastierista e compositore del Pat Metheny Group. Era nato nel 1953 a Wasaukee nel Wisconsin.
Quello che è ricorso, nei tanti commenti pubblicati dalla sui social comunità dai musicisti e dagli appassionati di jazz e dintorni ,è stato l’aggettivo “sottovalutato”. Nonostante le sue capacità di scrivere e suonare musica raffinata e, allo stesso tempo, di rapida presa, Mays era sempre stato un po’ nell’ombra, defilato. La sua notorietà derivava principalmente dalla lunga militanza (1977-2005) con una star del calibro di Pat Metheny, ma non è mai stato abbastanza sottolineato quanto il celebre gruppo dovesse in termine di sonorità di bellezza melodica, d’inventiva, al tastierista.

Il critico francese Philip Carles lo definì, nel celebre Dizionario del Jazz, ”una specie di paesaggista lirico, che mette al servizio dei propri slanci romantici, tutte le risorse di un virtuosismo pianistico denso di tremore e languori, ma capace anche di un’infinità di colori e di sfumature offerte dagli strumenti elettronici”. Parlò anche, un po’ingenerosamente di “collage…di tappezzeria complessa”. Forse Lyle fu troppo raffinato e colto per essere considerato un musicista pop, troppo etereo e solare per essere ascritto fra i rocchettari, troppo poco jazzista in senso stretto.

Quello che resta di lui e del suo gruppo col chitarrista è una musica descrittiva, piena di luci, intensa dal punto di vista ritmico ma anche eterea, quasi cinematografica. Non a caso dischi come Watercolors, Offramp. Travels, As Falls Wichita So Falls Wichita Falls, furono pubblicati, fra gli anni settanta e ottanta, dalla ECM, la storica, discussa, etichetta tedesca diventata il simbolo di una certa post modernità musicale. Capita, talora, di risentirli, alcuni di quei brani, usati, purtroppo, come sigle televisive o semplici musiche di sottofondo. Quei cd, a circa quarant’anni di distanza, non perdono tuttavia niente del loro fascino. Rimangono l’esempio di una ricerca appassionata un linguaggio musicale “semplice” ma mai banale, colto e immediato. Quello di cui si sente spesso la mancanza.