Enrico Rava: “I social, orrendi luoghi di falsa comunicazione”

Ottanta anni ad agosto, il trombettista vede un jazz che non si rinnova, coppie che non parlano, riflette su Miles Davis e Coltrane, John Fante e Muti

Enrico Rava

Enrico Rava

GdS 17 giugno 2019
di Marco Buttafuoco

Sul titolo di Cavaliere al Merito della Repubblica Enrico Rava glissa amabilmente. Dice solo di esser e preoccupato; “sono totalmente a digiuno di pratiche equestri, dovrò prendere lezioni per imparare a cavalcare". Naturalmente è grato al presidente Mattarella che in lui e nella sua lunga carriera ha voluto premiare anche un’arte che molti ritengono ancora, del tutto incongruamente, minore, ancillare. Il prossimo 20 agosto il maestro girerà la boa degli ottant’anni. Non sembra abbia voglia, però, glia di mettersi a tracciare bilanci. Enrico Rava è attivissimo; con lui si parla più volentieri dell’oggi.

Cavaliere, il primo disco di jazz fu inciso poco più di un secolo fa, centodue anni fa per l’esattezza. Come giudica il panorama attuale della musica di derivazione afroamericana?
In termini di pubblico, soprattutto in Europa (molto meno negli Usa) la situazione è confortante. Devo però dire che non vedo grandi novità all’orizzonte. Se oggi avessi quindici anni e mi guardassi attorno per iniziare una nuova avventura musicale, il jazz, soprattutto quello americano, non mi creerebbe entusiasmi particolari. Mi orienterei sul rock, o sul rap. La scena jazzistica, newyorkese, faro abituale, non è molto appassionante. Molti giovani “sperimentatori” (Steve Lehman, per fare un esempio) propongono una musica quasi del tutto scritta, nella quale l’improvvisazione è un elemento secondario. Tanto vale ascoltare Schoenberg, allora. Certo ci sono ottimi giovani musicisti in attività; l’israeliano Avishai Cohen, Ambrose Akinmusire entrambi trombettisti. La musica più innovativa la suona tuttavia un signore di ottant’anni, tale Wayne Shorter, con il suo quartetto. E pensare che una cinquantina di anni fa, un’epoca storica in cui ho vissuto e lavorato, si potevano ascoltare dal vivo Miles Davis, John Coltrane, Duke Ellington, Louis Armstrong, Kenny Dorham, Chet Baker, Bill Evans, Ornette Coleman. Come ha detto qualcuno era l’epoca in cui i giganti camminavano sulla terra. Tutto suonava nuovo. Oggi non è più così. Forse si è chiuso un ciclo. È normale, nella storia. Domani forse qualche giovane porterà un vento di novità. Forse no. Certo, io sono nato musicalmente ascoltando Louis Armstrong e Bix Beiderbecke e mi sono formato su Miles e questa musica non mi entusiasma.

Si è molto parlato e si parla ancora di contaminazione, d’incontro fra stili e culture musicali diverse….
Siamo a metà strada fra una fake new e la scoperta dell’acqua calda. A parte il termine contaminazione, che è orribile, mi sembra che tutte le musiche, siano frutto d’incontri e scambi. Il jazz nasce da un ricordo ritmico. I neri che vivevano nelle colonie anglofone erano forzati dai loro padroni a dimenticare le culture d’origine. Il ritmo del jazz è una memoria profonda e quindi anche imprecisa delle scansioni africane. È un ritmo elastico, che ricorda quello del rimbalzare di una palla da basket. Questa memoria ritmica si è incontrata con la musica sacra protestante, con quella dei salotti francesi, con il suono delle bande italiane (fra New Orleans e Palermo c’era un collegamento marittimo diretto e regolare) e con lo stesso melodramma. Louis Armstrong adorava l’opera italiana. Nell’America Latina gli schiavi hanno mantenuto di più la loro cultura e a Cuba, si possono ascoltare ancora oggi antichi ritmi africani, ma anche lì è poi arrivata la musica europea e dal reciproco ascolto sono nati il samba, l’habanera, il tango, tutti i ritmi sudamericani. Tutto è métissage, la vita stessa lo è.

Tuttavia, nonostante questo dato storico del tutto evidente la nostra epoca vede un risorgere del nazionalismo, della chiusura culturale, del rifiuto del diverso.
Forse lei cerca di farmi parlare della vicenda politica successiva alle elezioni europee… ma non è il mio campo. Io esprimo un voto, poi spero sempre che chi ha vinto faccia il meglio per il paese. Non sono un militante, sono un cittadino che fa il suo dovere di elettore e che accetta il verdetto delle urne. Certo il mondo è cambiato in maniera velocissima e credo che questo provochi sconcerto e preoccupazioni in molti. Penso a quando vivevo a New York, nella New York degli anni ’70. Allora era una città in fermento, la cultura alternativa era in piena espansione, ribolliva. C’erano ogni giorno manifestazioni contro la guerra del Vietnam, ricordo quelle sfilate di ragazzi veterani, spesso mutilati. C’erano le pantere nere, i Weathermen, il jazz più all’avanguardia. Oggi Harlem è il quartiere della moda. Tutto è cambiato, forse in maniera più veloce di quanto non sia mai accaduto nella storia. Ma tutto cambia sempre, da quando esiste il mondo. Lei mi dice che sono un cosmopolita. È vero, viaggio molto, ma in realtà passo da un albergo all’altro. Non ho la capacità di decifrare un panorama tanto convulso e complesso, inquietante, come quello odierno.

Lei non pensa che in questo turbine di cambiamento ci possa essere un pericolo per la creatività, per l’arte?
Creatività e arte forse non spariranno mai. Ma sono minacciate, certamente. Sono angosciato dalla perdita di comunicazione interpersonale che il nostro mondo ci sta imponendo. Dalle coppie, anche giovani, che vedo al ristorante (ne incontro molte, poiché sono spesso in viaggio), che non scambiano una parola e guardano in continuazione i loro maledetti cellulari. Gli stessi cellulari che tanti consultano freneticamente mentre sono alla guida in autostrada. Sono spariti i negozi di dischi, luoghi nei quali s’incontravano appassionati con cui discutere e scambiare opinioni, suggerimenti; erano quasi dei club. Chiudono le librerie. E poi i social, orrendi luoghi di falsa comunicazione. Senza comunicazione vera, diretta, senza scambio d’idee si perde la creatività, o s’indebolisce molto. Si finisce pe richiudersi in un mondo irreale. Un mondo in cui un anziano è costretto a comprarsi un Pc per ricevere il suo Cud che non gli arriva più per posta. Un mondo in cui cercano di obbligarti a non usare più il contante. In cui una casa automobilistica, pubblicizza un’auto come Vegan. Forse è la mia età a farmi parlare così, anche se non sono un nostalgico dei tempi andati. Mi sembra che l’Occidente si stia istupidendo. Forse siamo in decadenza, soprattutto l’Europa. Magari domani il mondo si orientalizzerà e sarà tutto diverso. Ma, oggi come oggi, sono contento di non avere figli. In questo mondo digitale non mi riconosco.

Lei ha dedicato un disco, a mio avviso uno dei suoi migliori, all’opera italiana ("Rava l’Opera Va"). Lei ha partecipato anche al movimento del free jazz. Che rapporto ha con la tradizione, in generale?
È la base su cui si costruisce il futuro. Ho suonato spesso con Roswell Rudd, grande trombonista free americano. Roswell diceva sempre che la sua fonte d’ispirazione era il dixieland, poi il dixieland e ancora il dixieland, ed era un musicista di avanguardia. Io adoro la canzone italiana; Fred Bongusto, Buscaglione, Peppino di Capri. Amo la melodia. Ho appena finito di leggere un bellissimo libro di Riccardo Muti, L’infinito fra le note, che dedica pagine bellissime alla tradizione operistica napoletana e a musicisti ancora quasi sconosciuti. Certo poi ci sono dei momenti in cui è giusto, forse necessario, rompere col passato e stabilire codici nuovi. Cage che mette in scena un pezzo senza musica come 4,33. La tradizione non deve essere una gabbia. Sono periodi belli e necessari, liberatori. Durano poco di solito, anche se lasciano tracce. Dopo si torna alle basi, ma con consapevolezze nuove. Vorrei dire però che uno dei problemi più gravi cui ci troviamo di fronte, come italiani, è la scarsa conoscenza della nostra immensa cultura, della nostra tradizione artistica. Mi sorprendo sempre davanti alla trascuratezza con cui si lasciano nell’oblio beni inestimabili. La tradizione operistica “minore” è uno di questi. Basterebbe leggere il bel libro di Vittorio Sgarbi sui pittori del ‘900 per capire quanto, in realtà, poco sappiamo della nostra cultura, che poi è la nostra identità vera.

Si dice che lei sia un lettore accanito e un cultore di John Fante. Che cosa sta leggendo in questo momento?
John Fante? Certo, ma anche e soprattutto Raymond Carver. Amo molto la letteratura nord americana. Sto rileggendo Beppe Fenoglio, secondo me il più rande scrittore italiano del dopoguerra. Ora ho sottomano Primavera di Bellezza, ma nei giorni scorsi ho riletto tutti i racconti, veri gioielli. Quello che amo di Fenoglio è la sua scrittura diretta, scabra, degna di Hemingway. In effetti, Fenoglio amava scrivere in inglese e poi tradurre in italiano. L’inglese è una lingua essenziale, scarna.