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Donna barbuta sempre piaciuta

Ieri sera sul palco dell'Ariston di Sanremo si è esibita Conchita Wurst, la donna barbuta drag queen. [Stefano Torossi]

Donna barbuta sempre piaciuta
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12 Febbraio 2015 - 10.07


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di Stefano Torossi

Superfluo specificare di chi si tratta. Prima di andare a raccontare la serata, ci pare giusto fare le nostre più vive congratulazioni alla donna barbuta di stasera. Non tanto per la canzone che ha cantato, un pezzo commerciale niente male e con un bell’arrangiamento, quanto per lo spirito con cui ha scelto il proprio nome d’arte, bisex e bilingue.

In Sudamerica “concha” vuol dire conchiglia, ma anche vulva, e il suo diminutivo conchita, oltre che per Concettina, sta per fighetta. In tedesco ”wurst” significa salsiccia, come certamente sanno tutti quelli a cui piacciono gli insaccati. I riferimenti ci sembrano trasparenti: Conchita Wurst, ovvero Fighetta Salsiccia. Geniale.

Seconda puntata. Avanti di un giorno e indietro di cinquant’anni nella formula blanda ma funzionante, formato famiglia. Solita scenetta parrocchiale Conti-Caizzi con smorfie e occhioni sgranati, tanto per far capire bene al pubblico quando ridere. Anche stasera quantità indecente di pubblicità. Se ci regge il fisico, domani promettiamo di contare gli spot.

Superate di corsa le prime canzonette arriviamo alla comparsata di Joe Bastianich, il superchef, di fronte al quale Conti, l’inappuntabile, discreto Conti fa una lieve scivolata. Lo chef accenna a un piatto americano molto popolare: spaghetti with meatballs, che vuol dire spaghetti con polpette. Ma la parola inglese può essere maliziosamente tradotta con “palle di carne”. E qui il nostro non ha resistito: “Ma sono solo due?” “No, sono di più” risponde l’ignaro Joe. “Ah, meno male, perché se erano solo due…” Prevedibili sghignazzate del pubblico; poi Conti per fortuna si riprende.

Rocìo fa la spiritosa da copione, ma con l’espressione tesa della brava studentessa che non vuole sbagliare l’interrogazione. Certo che è proprio bella. E alta, parecchio più di Conti.

Come Charlize Teron, bella e alta anche lei, ma (è un’attrice professionista) molto più rilassata. Chi è decisamente simpatica, di più: simpaticamente ruspante è Emma, che sembra non prendersi mai troppo sul serio, rara e pregiata caratteristica in quell’ambiente.

Sotto il monologhino comico di Angelo Pintus confessiamo di esserci appisolati per risvegliarci, per fortuna, verso la fine dell’inqualificabile marcetta dei cialtronissimi Soliti Idioti.

La parrocchia è sempre in agguato e riemerge con la scenetta di Amendola e Argentero, finto suicida, con risultati men che mediocri.
Mai quanto i fiacchissimi Boiler che replicano il numerino dei tre finti giornalisti. Davvero pietosi: dialetto, smorfie e parrucche. Il comico, quando c’è, dovrebbe reggere senza questo repertorio di trucchi e trucchetti.
Di Conchita Wurst abbiamo già detto, ma c’è da aggiungere che riesce a essere nello stesso ambiguo momento un bell’uomo coi capelli lunghi ed elegante abito femminile, e una bella donna senza finte poppe, ma con barba vera. E canta pure bene.

Sorpresa finale con Javier Zanetti, che dimostra con il suo spirito e i tempi giusti del parlare che il vecchi tipo dello sportivo mezzo intronato è proprio estinto.
E poi ci sono anche le canzoni ma siamo troppo assonnati per parlarne.


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Sì, perché l’ultima notizia del TG 1 riferiva la secca smentita del Consiglio Comunale di Amatrice al completo, con in testa il sindaco: “No, nel sugo all’amatriciana non ci vuole l’aglio!” Questo per controbattere la blasfema dichiarazione di senso opposto dello chef Cracco, che aveva creato non poche preoccupazioni fra i buongustai italiani.

Chiarito questo punto fondamentale, passiamo al sessantacinquesimo Festival di Sanremo che inizia con una breve intervista a un barbiere in ghingheri e panama e a una pingue matrona: Al Bano e Romina.

Poi, interrotta da un indecente numero di annunci pubblicitari, attacca l’Anteprima Sanremo. Scenetta parrocchiale fra Lucio Caizzi e Carlo Conti, sui contenuti e sui modi della quale sorvoleremo per carità cristiana.
Segue una carrellata (finalmente un montaggio veloce e moderno) sui personaggi del festival. Ci hanno colpito i denti ferrati di Malika Ayane e una bella patacca di grasso sulla camicia di Platinette. Ma non fa niente. I personaggi sono, ognuno per il suo verso, abbastanza robusti da reggere queste piccolezze.
Comincia lo spettacolo. Come da tradizione si ripetono i tempi lenti e imprecisi, le pause lunghe, gli attacchi in ritardo; il presentatore che chiama a un certo punto un rullo di tamburo, e il batterista chissà a cosa stava pensando perché non risponde, e lui, veloce: “Ma ce le hai le bacchette?” Insomma le solite cose all’italiana.

Conti, bisogna dirlo, a parte il vezzo, che a un certo punto diventa fastidioso, di ripetere mille volte “meraviglioso”, è bravo, prontissimo e per niente volgare.

E siamo al primo momento di estasi nonché a un’altra botta di oratorio parrocchiale.

Appare sul palco la famiglia Anania di Catanzaro: marito, moglie e sedici figli. Alle prevedibili domande sul perché di una famiglia di quelle dimensioni, il paterfamilias ringrazia Dio e dichiara che la sua figliolanza la deve allo Spirito Santo. A questo punto ci è venuto il sospetto che i coniugi Anania non abbiano chiara la differenza fra generazione naturale e intervento divino.
Tiziano Ferro, in impeccabile papillon, canta con il suo simpatico sorriso, mentre dietro di lui torreggia una specie di Mastrolindo gigantesco con un violino fra le braccia e addosso dei jeans da barbone. Come mai uno in smoking e l’altro in stracci?

Ma arriviamo al vero momento di abiezione. L’entrata in scena di un personaggio obbrobrioso; il classico servo insolente della commedia dell’arte, il guitto che ridacchia dopo aver detto la battuta, che sfotte i compagni di lavoro per far ridere il pubblico insultandoli, forte della protezione del microfono che ha in mano.

Per prima cosa offende un bambino grasso chiedendogli come riesce a entrare nel sedile. Poi insiste coi musicisti dell’orchestra pelati o troppo robusti, comunque puntando sempre sul difetto fisico: un classico. Infine scivola nella vera volgarità quando, verso la chiusura del suo troppo lungo intervento (12’), la butta sul patetico, cambia registro, si mette a piagnucolare e a chi manda il suo pensiero nell’alto dei cieli? Ma a Pino Daniele, naturalmente! Applausi lacrimosi.

Non vorremmo che vi sfuggisse il nome di costui: Alessandro Siani.
Avanti tutta. Cantano Romina e Al Bano. A Conti non riesce la progettata rappacificazione fra i coniugi litigati. La figura della zitella stizzosa comunque la fa Al Bano, mentre alla paffuta Romina sembra che non gliene importi gran che.

Siamo in chiusura. Ma non prima di aver registrato un terzo momento di schietto livello parrocchiale: il numero dei tre giornalisti finti che fanno le domante. Proprio squallido.

E finalmente, per chiudere davvero, arriva per bocca di Conti un annuncio che non ci saremmo mai aspettati perché supera ogni immaginazione: Alessandro Siani devolverà il compenso per la sua prestazione a due ospedali pediatrici, uno di Roma, ci pare, e uno di Napoli.
Eh? L’avesse fatto sapere prima forse avrebbe avuto un po’ della nostra stima, ma detto a fine trasmissione, dopo che probabilmente qualcuno gli avrà fatto notare la sua cafonaggine, fa l’effetto di una bella toppa piazzata su uno strappa irrimediabile.

Quando uno è guitto, guitto rimane, non c’è niente da fare.

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