L’attore e stuntman Massimo Vanni: "Quel giorno che Ridley Scott mi ha scambiato per Al Pacino" | Giornale dello Spettacolo
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L’attore e stuntman Massimo Vanni: "Quel giorno che Ridley Scott mi ha scambiato per Al Pacino"

Vanni ha scritto un libro, corredato di un’introduzione dello scrittore e sceneggiatore Antonio Tentori (alias Anthony Trenton), di suggestive fotografie di scena e private dell’autore.

L’attore e stuntman Massimo Vanni: "Quel giorno che Ridley Scott mi ha scambiato per Al Pacino"
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Giuseppe Costigliola Modifica articolo

23 Dicembre 2021 - 16.34


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Le testimonianze orali di chi c’era, chi ha vissuto particolari momenti storici o vicende culturali, sono tra le fonti più preziose per chi voglia ricostruire con una certa attendibilità il passato, ma anche per i semplici appassionati e intellettualmente curiosi dei segni e delle tracce che portano all’oggi. Per questo accogliamo con grande interesse un libro di tal fatta sul cinema di genere italiano, quel determinato fenomeno artistico, economico e di costume che ha caratterizzato il nostro Paese per oltre un ventennio, un prodotto culturale e identitario che ebbe la forza di affermarsi nei mercati e nell’immaginario collettivo mondiali: Mi chiamavano Gargiulo… Massimo Vanni, attore e stuntman (Bloodbuster edizioni, pp. 203, € 20). Corredato di un’introduzione dello scrittore e sceneggiatore Antonio Tentori (alias Anthony Trenton), di suggestive fotografie di scena e private dell’autore, il volume è curato da Andrea Girolami, insegnante di storia del cinema e ultimo rappresentante di una grande famiglia di “cinematografari”: il nonno Marino ha attraversato da protagonista oltre un quarantennio del cinema nostrano dirigendo e sceneggiando decine di film di successo; il padre, Enzo G. Castellari (che si firma con il cognome della madre, e che impreziosisce il volume con una prefazione), è uno dei maggiori registi viventi, come lo zio Romolo, in arte Guerrieri, rispettivamente figlio e fratello di Marino Girolami, senza dimenticare l’attore Enio, fratello di Enzo.

Andrea Girolami guida e stuzzica sapientemente i ricordi di Massimo Vanni, che in una lunga e articolata intervista – dal gustoso sapore di una chiacchierata tra amici – ricostruisce le proprie esperienze nel cinema, dagli esordì come stuntman e maestro d’armi ai ruoli attoriali, nell’arco di un cinquantennio. I personaggi interpretati da Vanni sono rimasti nell’immaginario di agguerrite schiere di fan dei film di genere (in particolare i polizieschi degli anni ’70), ed è un piacere ascoltarne ricordi e aneddoti che rimandano ad un momento unico e irripetibile del cinema e della storia italiani. Sì, anche della storia, perché le domande di Andrea Girolami, pur lasciando il dovuto spazio all’aneddotica, ai film, agli artisti, sono volte alla ricostruzione dello “spirito del tempo” di un’epoca che ha segnato profondamente la storia e la cultura d’Italia.

L’“indimenticabile avventura” qui raccontata si muove dunque lungo queste tracce, partendo induttivamente dal vissuto personale per arrivare all’affresco vivissimo di un tempo e di uno spazio storicamente determinati. Vanni ha infatti attraversato il periodo d’oro del cinema italiano di genere, recitando in pellicole divenute dei cult (con i suoi grandi amici Tomas Milian e Giuliano Gemma) e lavorando con indiscussi maestri, ma anche con grandi registi stranieri come Ridley Scott, col quale ha di recente recitato come controfigura di Al Pacino in House of Gucci.

Il lettore si lascia guidare con piacere dalla voce sensibile e riservata di un uomo maturo, che ripercorre con umiltà e ottima memoria le esperienze vissute da ragazzo nel magico mondo del cinema (“magia” e “sogno” sono le parole che compaiono più di frequente), le amicizie e i rapporti con grandi attori, il rispetto per i registi con cui ha lavorato, i gustosi aneddoti e l’affresco di una Roma ormai scomparsa, con le sue palestre, i suoi quartieri, un certo modo di relazionarsi ben diverso dall’attuale, le avventure in Spagna e in luoghi esotici come le Filippine. Apprezzabilissima è poi la ricostruzione di un mondo umano e artistico fondamentale nel cinema di azione, quello degli stuntmen, categoria mai degnamente considerata dai critici di mestiere, e in generale dei tecnici che agiscono dietro le quinte, coloro che fanno girare “questo fantastico mondo”.

Insomma, siamo al cospetto di un libro ricco e godibilissimo, che farà felici gli appassionati ed i nostalgici, ma anche chi si avvicina al cinema italiano con un approccio storico e filologico.

Abbiamo intervistato per l’occasione il curatore del volume, Andrea Girolami.   

Com’è nata l’idea di questo libro? Quanto ti ha impegnato e a chi è rivolto?

L’idea è nata per caso. Inizialmente volevo effettuare una ricerca universitaria sul poliziesco, ma durante i vari incontri con Massimo ho realizzato che aveva tantissimo da raccontare, non solo sul poliziesco. Massimo ha una filmografia pazzesca. Così, un giorno gli ho proposto di trasformare le nostre chiacchierate in un libro. Dopo averlo convinto, ho iniziato ad effettuare una ricerca molto approfondita. Dovevo “studiare” bene la filmografia e vedere i suoi film, un processo molto lungo. Con i miei impegni ed i suoi, i nostri incontri erano difficili da organizzare e rispettare. Dovevo registrare, trascrivere, leggere ed attendere l’approvazione per ogni tot domande, per poi andare avanti. Non è stato facile trovare i film dove Massimo ha lavorato – come attore, come acrobata e come maestro d’armi. È stato un lavoro in cui ho messo il rispetto e l’affetto che ho per Massimo. Se vuoi scrivere un libro-intervista devi innanzitutto effettuare una precisa e meticolosa ricerca. Le domande non devono essere sempre le stesse, per non annoiare il lettore. Ho cercato di inserire anche qualche cosa di mio per arricchire il contenuto. Dopo due anni, siamo riusciti a completare il libro-intervista. Leggendo sembra che abbiamo passato un bel pomeriggio domenicale a parlare di cinema. Il libro è rivolto a chi ama il cinema con la “C” maiuscola. Il Cinema italiano. Come il sottoscritto.
Quanto ti ha aiutato nella formulazione delle domande l’esperienza acquisita sul campo, frequentando per anni i set di tuo padre, Enzo G. Castellari?
Molto. Quando potevo ero sempre presente nei set di mio padre. Attualmente scrivo le mie avventure in una rubrica chiamata: “C’era una volta… il mio set” in una pagina di cinema:

www.pianetacinema.com, dove racconto le mie numerose avventure nei vari set dei film di mio padre e non solo. Crescendo ho avuto il modo di assorbire esperienze in altri set con altri registi. Rubavo con gli occhi tutto quello che potevo. Le mie domande sono effettuate in primis da spettatore e fan del cinema, da tecnico (accademico) e poi da parente. Un mix esplosivo. Molti giornalisti nelle loro domande non hanno quel pizzico in più che serve a creare curiosità nell’intervistatore. Per esempio, quando guardo un film lo osservo da spettatore e da tecnico. Osservo e noto sbagli e dettagli che un giornalista cinematografico forse non può vedere e notare. Le domande devono avere sempre quel pizzico di curiosità che l’intervistato adora ricevere.
La storia ha ormai reso giustizia a quella vivissima stagione creativa del cinema di genere italiano, spazzando via anni di critiche immeritate e poco informate. Eppure, nella critica cinematografica del nostro Paese sembra persistere un certo pregiudizio ideologico e artistico verso questo peculiare prodotto culturale. È anche questa la tua percezione?
Fino ad un certo punto la storia ha reso giustizia – solo con l’arrivo di Tarantino e company. Dico “company” perché dietro Tarantino ci sono numerosi altri registi americani ed internazionali che adorano il nostro cinema di genere italiano: Joe Dante, Eli Roth, Ron Howard, Martin Scorsese, Alex Cox, Jaques Audiard, Brian O’Malley, Martin Koolhoven (che ha chiamato suo figlio “Enzo” in onore di mio padre), e tanti altri. Noto che ancora oggi esiste una certa resistenza nell’onorare questo cinema che ha dato da mangiare a tantissime famiglie e ha fatto conoscere il nostro cinema nel mondo. La critica cinematografica ha veramente distrutto un’opera straordinaria per dare spazio al loro cinema “d’autore”, che poi ha trovato poco terreno oltre confine. Mi ricordo al mercato MiFED di Milano – dove venivano venduti i nostri film nel mondo, e dove si firmavano i vari accordi per nuove coproduzioni – il film di mio padre Tuareg fu venduto in tutto il mondo mentre il film di Fellini La nave va fu un flop totale. I distributori, vedendo che il film di mio padre veniva venduto ovunque, aggiunsero il film di Fellini in “omaggio”. Il giorno dopo sui giornali leggevi “La Nave Va di Fellini è stato venduto in tutto il mondo”! La critica non poteva o forse non voleva scrivere il nome di mio padre… All’inizio, è stato un pregiudizio ideologico, e alla fine, come tutt’oggi, è solo gelosia ed invidia. Un piccolo esempio: spiegami cosa c’entra Dario Argento con Tarantino? All’ultimo Festival di Roma, Argento – con tutto il mio rispetto – ha consegnato il premio alla carriera a Tarantino. Ma non era meglio chiamare Castellari, Martino e Deodato? Anni fa mio padre è stato invitato a Los Angeles a consegnare il Premio alla Carriera proprio a Tarantino. Nessuna testata giornalistica ha coperto questo evento.
Da esperto del settore, ritieni che il discorso critico sulla cinematografia di genere si sia esaurito, o ci sia ancora molto da indagare?
Con l’arrivo delle nuove generazioni, specialmente estere, il nostro cinema è ritornato ad essere vivo. I Festival in giro per il mondo invitano e consegnano premi alla carriera a tutti i nostri registi di “genere”. I ragazzi che quando mio padre girava questi film non erano ancora nati, oggi adorano profondamente questo cinema. Perché? È spettacolare. È intrattenimento. È azione. È divertente. È suspense. È cinema. Io sono apolitico. Come mio padre. Ma era stranoto che negli anni Settanta chi non faceva parte di una certa zona politica veniva immediatamente classificato come fascista, anche se fascista non era. Quanti registi hanno aderito al pensiero politico di quel partito solo per avere la possibilità di lavorare? Oppure quanti hanno creduto seriamente nella sinistra e poi alla fine si sono trovati a dirigere festival di provincia, oppure a insegnare in qualche piccola università o accademia di cinema (sostenuto dai vari fondi ministeriali)? Quanti film sono stati prodotti dai vari e numerosi governi senza aver mai visto la luce del proiettore? Ricordo, un giorno fui convocato per fare da aiuto regista ad un regista-critico cinematografico di sinistra. Molto di sinistra. Alla fine mi disse: “Sai Andrea… ti ho voluto incontrare perché vorrei girare questo film come gira tuo padre. Mi devi insegnare il cinema d’azione di tuo padre”. Io dovevo spiegare i trucchi di mio padre a questo regista-critico cinematografico? Manco a li cani! Con una semplice e banale scusa ho educatamente rifiutato di fare il film. Il film fu prodotto e quattro anni dopo venne distribuito in un solo cinema per un paio di giorno nel mese di agosto.
Hai in cantiere nuove opere di raccolta di testimonianze sul cinema, o altro?
Certo!!!
Gira la voce che Enzo G. Castellar abbia in programma di girare il sequel di un suo celebre western, Keoma (1976), con lo stesso protagonista, Franco Nero. Ci puoi rivelare qualcosa in proposito?
Rimani sintonizzato…

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