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Domenico Diele è uno stupido, ma no a campagne d'odio

Come sempre accade, contro chi ha commesso un reato, dilaga uno spietato giustizialismo

Domenico Diele è uno stupido, ma no a campagne d'odio

Diego Minuti

27 Giugno 2017 - 11.23


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Domenico Diele, l’attore arrestato per avere ucciso, sotto l’effetto di sostanze stupefacenti, una scooterista è uno stupido perché, in un sol colpo, ha scientemente violato leggi e prescrizioni e merita quindi una condanna esemplare, in base alla recente legge che ha istituito l’omicidio stradale. Fin qui è cronaca, ma credo che Diele, al di là delle sue innegabili (per tutti, a cominciare da lui stesso che s’è preso ogni responsabilità) colpe, non possa essere massacrato dalla vox populi sull’altare di un giustizialismo di grana grossa che scatta inesorabilmente quando a sbagliare è un personaggio pubblico, più o meno noto.
Cercando di essere brevi nel pur complesso riepilogo, Domenico Diele (32 anni, senese di nascita, romano di adozione e per formazione artistica), nell’ordine:
– si è messo alla guida di una autovettura di grossa cilindrata (una Audi 3) mentre era ancora sotto l’effetto di sostanze oppiacee che aveva poco prima assunto;
– mentre percorreva la Salerno-Reggio Calabria, dando prova di imperizia, ha investito da dietro lo scooter alla cui guida si trovava Ilaria Dilillo, 48 anni, provocandone la morte quasi istantanea, anche a causa della velocità sostenuta dell’autovettura;
– ha riferito che l’incidente è stato causato non dall’affievolirsi dei riflessi causato dall’assunzione di droga, ma dalla distrazione causata dal guardare il contenuto di un sms appena arrivatogli;
– non poteva guidare perché la patente gli era stata, nuovamente, sospesa in dicembre perché sorpreso al volante ancora sotto l’effetto di droghe.
Sicuramente qualcosa è sfuggita, ma, in soldoni, questo è il quadro delle accuse alle quali Diele non intende sottrarsi.
Come sempre accade, contro di lui s’è scatenata una campagna di odio alimentata anche dalla decisione del magistrato di concedergli la detenzione domiciliare, a patto di sottoporsi al controllo a distanza col braccialetto elettronico.
E’ fuori perché è famoso. Questa è la giustizia: si fosse trattato di un poveraccio…..Condannatelo al massimo della pena e che la sconti in galera.
In queste ore la rabbia della gente ha dato la stura a reazioni verbali violente, alimentate anche dal dolore della famiglia della vittima che si sta chiedendo se ha senso di giustizia concedere un beneficio, quali sono gli arresti domiciliari, a fronte di un episodio gravissimo. Cose in fondo comprensibilissime, ma guardando alla reazione degli altri, i frequentatori full time dei social, si ha l’impressione che anche questa volta a parlare è la pancia della gente, non il cervello e, quindi, la ragionevolezza.
Domenico Diele – che, diciamolo, da questa esperienza uscirà distrutto umanamente e professionalmente, proprio nel momento in cui si stava affermando come attore completo – merita d’essere condannato per avere reciso una vita solo per sua responsabilità, ma non per il fatto d’essere ricco e famoso. Non può essere questa la discriminante che anima chi, dall’esterno, cerca di partecipare al dramma dei familiari della signora Dilillo.
Quando Diele giungerà davanti al giudice che dovrà con dannarlo avrà forse l’esatta percezione dell’enormità della sua colpa, che però è sua come persona e non come personaggio pubblico. Sarà condannato per quello che ha fatto e non per quello che è, come forse qualcuno vorrebbe.
In Italia purtroppo ci si è assuefatti al doppio binario della giustizia, che troppo spesso rischia di farsi condizionare, nel caso di v.i.p. alla sbarra, nell’armonizzare il delitto compiuto alla personalità o al ruolo pubblico del presunto colpevole.
Ma è un ragionamento double face, perché, ad esempio, c’è chi dice che se non fosse il simbolo della vita spericolata, Fabrizio Corona sarebbe incappato in un paio d’ammende e forse in qualche condanna di lieve entità e non invece alla prospettiva di anni ed anni di galera.
Domenico Diele, lo ripeto, è uno stupido che, seppure si giustifica dicendo d’essere dipendente dall’eroina, non merita altra considerazione che quella che si riserva a tutti coloro che violano la legge, ma non con dolo.
Quando (in cella o a casa) si ritroverà da solo a pensare a quel che ha fatto, vedendo scorrere davanti ai suoi occhi le carriere di quelli che, sino a ieri, erano i suoi colleghi, forse capirà l’enormità del suo errore.
Cui nessuno può riparare, nemmeno il suo dichiarato pentimento.

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