Docenti e studenti animano l’Università di Siena a denuncia del genocidio palestinese

L'Ateneo ha ospitato un ciclo di proiezioni, affiancato anche da confronti e dibattiti, col fine di non sottacere cosa sta accadendo a Gaza. La Palestina «è viva e l’attenzione deve essere su Gaza, perché Gaza è viva».

Docenti e studenti animano l’Università di Siena a denuncia del genocidio palestinese
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29 Ottobre 2026 - 13.49 Culture


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di Paola Balestra ed Eleonora Esposito.

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Parlare di mankind o humanity non è come utilizzare due sinonimi che descrivono cosa significhi essere umani. Da un lato vi è una condizione naturale di appartenenza ad una specie, dall’altro la capacità di provare compassione e comportarsi di conseguenza. È quanto ha ricordato il professor Fabio Mugnaini in apertura dell’evento universitario “L’umanità: il patrimonio culturale immateriale da salvare. Film e documentari su e da Gaza “, tenutosi giovedì 22 ottobre presso l’Università di Siena. Una mattinata dedicata a proiezioni e riflessioni sulla e dalla Palestina, che hanno visto impegnati quattro insegnamenti afferenti ai corsi magistrali del Dipartimento DISPOC dell’Università di Siena. Referenti dell’iniziativa i prof. Filippo Lenzi Grillini, Maurizio Boldrini, il già citato Mugnaini e la prof.ssa Simonetta Grilli.

Mugnaini ha ribadito più volte la necessità di custodire una forma di empatia intesa come «valore dell’impegno a non creare infelicità», un impegno largamente disatteso nel corso della storia umana. L’umanità non si tiene in una teca di cristallo ma si mette in gioco e vive nella forza di praticarla e rivendicarla. A causa di problemi tecnici e ritardi, purtroppo, non è stato possibile proiettare tutte e quattro le pellicole in programma. A rimanere fuori “A Gaza Story: All that’s left to me” (2023) di Mariella Bussolati, di cui hanno comunque dibattuto in apertura Mugnaini e l’ospite in collegamento, Meri Calvelli, fondatrice della ONG Associazione di Cooperazione e Solidarietà (ACS) attiva a Gaza. Il documentario di Bussolati, raccontano i due, affronta il tema del ritorno attraverso la metafora omerica dell’Odissea trasposta nell’esperienza della Nakba, che ha impedito il ritorno a casa dei palestinesi. 

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L’altro docufilm rimasto escluso dalle proiezioni è stato “Gaza. Ceasesfire” (2024), un reportage di PresaDiretta con la partecipazione del giornalista Hassan Selmi e della fotografa Fatena Mohan, giovani palestinesi che hanno diretto l’inchiesta in loco. Curato da Chiara Avesani e Paola Vecchia è disponibile su RaiPlay. L’intervento di Calvelli ha gettato ulteriore luce sul blocco imposto da Israele all’ingresso degli aiuti umanitari nella Striscia e ha raccontato la risposta di chi c’è ancora. Quella palestinese è una resistenza interna, organizzata dalla popolazione che rimane dentro uno spazio di laboratorio a cielo aperto, che creativamente elabora strategie e tattiche quotidiane e continua a studiare nelle scuole-tenda e nelle università-tenda. Negli ospedali-tenda si continua a curare perché, come ha affermato Sherif Hamad, mediatore linguistico e culturale palestinese trasferitosi a Siena da diversi anni, «a Gaza tutto è tenda». La Palestina non sopravvive al genocidio, la Palestina «è viva e l’attenzione deve essere su Gaza, perché Gaza è viva. Questo non piace ai governi mondiali perché Gaza ribadisce tutti i giorni il suo diritto di autodeterminazione».

È questo il contributo più forte della giornata dopo la visione di “One more jump” (2019) di Emanuele Gerosa. Il documentario, anch’esso disponibile su Rai Play, è ambientato tra la Palestina e la Toscana e segue le vite di Abdallah e Jehad, due palestinesi inizialmente uniti dalla pratica del parkour e entrambi membri del Gaza Parkour Team. A separarli la distanza. Abdallah si sposta infatti a Firenze in cerca di una libertà che non riesce a trovare nemmeno in Italia, paese in cui sperava di poter diventare un atleta professionista ma che gli riserva una vita di stenti. Jehad resta invece nella striscia, vivendo un conflitto comune a tanti palestinesi, quello tra andare e restare.

È attorno a questo conflitto che si sofferma ulteriormente l’intervento di Sherif, che come i due ragazzi è natio del nord della Palestina, una zona di confine e assedio implacabile. Il 23 Dicembre del 2017 ha lasciato il suo paese, attraversando il varco di Rafah che quell’anno fu aperto solo per 17 giorni, racconta. 17 giorni di apertura e la concessione di passare offerta solo a 400 persone per volta, circa. «Perché dev’essere qualcuno a decidere per te?» è l’interrogativo che lascia alla platea studentesca, invitando a riflettere sul diritto di autodeterminazione dei popoli e sulla mancata applicazione di esso. 

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L’intervento di Sherif è crudo e lucido, racconta di come in seguito agli attentati dell’11 Settembre anche il fronte popolare per la Liberazione della Palestina sia finito ingiustamente nel bersaglio di media. Giunge poi a una riflessione sui disordini che stanno animando l’Europa: «Qui vi tolgono qualcosa, a noi ci bombardano». Non è un tentativo di sminuire le condizioni di tutti noi, bensì un invito a non abbassare la guardia e a lottare ancora come i palestinesi.

L’ultimo documentario proiettato è stato “Voyage à Gaza” (2025) di Piero Usberti, un resoconto dell’autore sulla sua esperienza del 2018 a Gaza rimaneggiato dopo i fatti del 7 ottobre 2023. Come ha raccontato egli stesso, in collegamento, nasce proprio dalla nostalgia e dalla volontà di ricordare, una forma di resistenza di cui non si può essere privati e soprattutto una responsabilità individuale data dal privilegio, in quanto autore, di poter raccontare Gaza.

La giornata si è poi conclusa ricordando l’importanza di schierarsi da una parte, l’impossibilità di restare neutri e come il genocidio palestinese sia una diretta e inevitabile conseguenza del progetto sionista. Il prof. Mugnaini, quasi aneddoticamente, racconta della richiesta avanzata a Sami Abu Omar, attivista palestinese, di resocontare la sua vita a Gaza oggi. Sottolinea come abbia scelto di non mostrare le tende, i droni, la città rasa al suolo, la violenza, la morte. Sami ha scelto di prendere piccoli oggetti, di «mettere insieme un piccolo museo della cultura palestinese»: perché finché patrimonio, cultura, memoria, fede e speranza persistono, anche la Palestine persiste ed esiste.

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