Ungaretti, o dell’apparente semplicità

Il 1 giugno del 1970 si spegneva a Milano uno dei grandi poeti della letteratura italiana del Novecento. Una rilettura sul modo di approcciarsi ai suoi testi. L’attualità del suo linguaggio essenziale.

Ungaretti, o dell’apparente semplicità
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3 Giugno 2026 - 15.42 Culture


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di Martina Narciso

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Il primo giugno del 1970 si spegneva nel suo appartamento di Milano uno dei più grandi poeti della letteratura italiana del Novecento, autore di versi che ancora oggi continuano a ispirare e intrigare. La poesia di Giuseppe Ungaretti, infatti, è nota per essere fatta di enunciati ridotti, poche parole in poche righe, e spesso a stento quelle – come il famigerato «M’illumino / d’immenso», imparato a memoria da generazioni e generazioni, così noto da essere quasi oscuro. 

Ciò che tutt’ora affascina di Ungaretti è che leggere i suoi versi non dà sollievo, piuttosto pone certi interrogativi che forse il sollievo è dato solo per la realizzazione che volutamente nessuna verità è realmente accessibile. E così dietro l’apparente semplicità di poche parole si cela una complessità di mondi, che può anche non svelarsi mai: «La parola – racconta in un’intervista alla Rai nel 1961 – non riuscirà mai a dare il segreto che è in noi, mai: lo avvicina».

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La propensione per l’oscurità, del resto, nasce anche dall’attrazione per il poeta francese Mallarmé, grande maestro per Ungaretti, che nel ricordare la sua poesia illustra anche la concezione a monte della propria: «Non lo capivo neanche io, ma c’era qualche cosa in Mallarmé che mi attraeva: sentivo che in quella poesia intensa c’era un segreto, e che la poesia è tale quando porta in sé un segreto. Se la poesia è decifrabile nel modo più elementare, non è più poesia. Anche la poesia che pare semplice deve contenere un segreto».

E la semplicità di Giuseppe Ungaretti è tutta apparente: spesso la rivelazione sta proprio tra le parole vuote, le pause di silenzio, gli spazi bianchi e l’assenza di punteggiatura. Non ci sono endecasillabi e settenari, non perché non li conosca, piuttosto perché volontariamente compie delle scelte metriche che la tradizione la smontano dall’interno. Ecco la metrica franta, la sintassi spezzata e il lessico ridotto – la ventata di novità che Giuseppe Ungaretti soffia sulla poesia italiana novecentesca. 

Ciò che cerca è la parola nuda («Una parola / scavata è nella mia vita /come un abisso») come denudati erano i soldati dinanzi alla morte. La vita in trincea, vissuta da Ungaretti-soldato sul fronte del Carso, torna profondamente nella sua poesia, che si carica di debolezza, paura, morte, precarietà dell’esistenza e finitezza dell’essere umano. Così il superfluo non poteva che essere abbandonato: sopravvive ciò che resta, e ciò che non è sopravvissuto riemerge nel silenzio.

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Del resto, Ungaretti stesso spiega che al fronte il linguaggio dovesse essere per forza di cose rinnovato: «Non avevo il tempo di usare un linguaggio complesso, avevo bisogno di un linguaggio che fosse essenziale, riducendosi al vocabolo, no?». L’esperienza privata si sublima e la poesia diventa uno spazio di concentrazione in cui pochi elementi sono chiamati a sostenere un alto grado di significato.

Tanto più è complessa l’esperienza, quanto più si contrae nella sua essenza, e per lo stesso principio laddove irrompe la morte non potrebbe che esplodere la vitalità: «Poesia / è il mondo l’umanità / la propria vita / fioriti dalla parola / la limpida meraviglia / di un delirante fermento».

Allora Ungaretti invoca resistenza, fratellanza e all’umanità, e nei suoi versi torna a interrogare la condizione umana con poche parole, dense anche della loro essenza, il cui significato non è mai interamente detto, ma intuito, avvicinato, e sfuggente, come del resto l’esistenza stessa.

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