Lungo Riva degli Schiavoni nel tratto del Bacino di San Marco tra le fermate del vaporetto di San Zaccaria e Arsenale, superata la porta d’ingresso di Palazzo Navagero si entra nel Padiglione del Senegal della Biennale d’arte di Venezia 2026: nel buio rilucono forme complesse e dorate che suscitano un fascino inconsueto, scatta un senso di smarrimento che si rivela benefico: mentre alcuni intrecci curvilinei possono evocare una qualche somiglianza con alcune sculture dell’italiano Loris Cecchini, a occhi inesperti di matematica quelle strutture potranno rammentare i frattali. L’accostamento tuttavia non è così campato in aria come sembra.
L’artista prescelta dal curatore Massamba Mbaye (commissario Oumar Sall), Caroline Gueye, racconta a globalist.it di aver studiato fisica e astrofisica, spiega che quelle non sono superfici dorate, sono oro vero e rimandano allo spazio profondo come alla storia sociale del nostro pianeta.
La mostra si intitola “Wurus”, che significa “oro” in wolof, la lingua prevalente parlata in Senegal e in quell’area dell’Africa occidentale. L’artista vive tra Dakar, la capitale senegalese, e l’Europa. La mostra, a ingresso libero, è all’indirizzo Riva degli Schiavoni 4147: realizzata con gli auspici del ministero della Cultura, dell’artigianato e del turismo del Paese africano, è chiusa il lunedì; fino al 30 settembre si può visitare dalle 11 alle 19, dal primo ottobre al 22 novembre dalle 10 alle 18.
Gueye, perché ha usato l’oro come materiale delle sue opere?
L’oro ha significati molteplici, specialmente nell’Africa occidentale, a volte anche tragici: il suo sfruttamento ha provocato spesso danni all’ambiente, ai diritti umani, è stato una delle ragioni nascoste dell’imperialismo.
In realtà non uso il metallo come materiale in sé: è più un modo di parlare di valore e di percezione. L’oro è conosciuto in tutti i paesi, è qualcosa di stabile, è simbolo del desiderio, del potere, a volte della gelosia. Invece qui, nella mostra veneziana, si trova un cammino, ci si posiziona per vedere l’opera, quindi si tratta della percezione delle cose per capire che l’oro ha un valore che è costruito, che è la tua percezione a decidere se ha valore. Qui l’obiettivo principale è la percezione.
Lei ha studiato fisica e astrofisica. Le sculture astratte che ha creato ricordano le strutture dei frattali.
Sì, ma non ho usato i frattali per questo lavoro, sono forme che ho creato autonomamente.
I suoi studi scientifici l’hanno in qualche modo ispirata?
Grazie al mio background in fisica e astrofisica credo di avere un modo particolare di pensare, per quanto la mia sia una ricerca artistica e la mostra sia stata concepita appositamente per il Padiglione senegalese: lo spazio che si vede è completamente diverso da quello che c’era all’inizio ed è stato costruito per accogliere le opere. Tornando all’oro, ti puoi chiedere da dove viene. In realtà è stato originato dalle collisioni di stelle di neutroni, cui segue la formazione di un pianeta che al centro ha l’oro perché è un metallo molto pesante ed è stato portato sulla terra da qualche meteorite. Quindi puoi pensare alla sua provenienza dallo spazio, al fatto che venga usato in astrofisica, a come cambia il suo valore: in un pianeta come Marte non ne avrebbe nessuno mentre sulla Terra ha forgiato economie e imperi.
Il sito del Padiglione del Senegal alla Biennale d’arte 2026:
https://www.labiennale.org/it/arte/2026/senegal
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