Pio e Amedeo, ritratto semiserio dei due “bamboccioni” della comicità all’italiana

'Felicissima sera' ha avuto un successo straordinario, proprio per Pio e Amedeo: una comicità non sofisticata né geniale, che parla alla 'pancia'. Una cosa che in questo paese funziona sempre

Pio e Amedeo

Pio e Amedeo

GdS 1 maggio 2021

di Nicola Ferrara 
Si conclude ieri “Felicissima sera”, nuovo show del venerdì di Canale 5, non senza qualche strascico di polemica. Il wannabe-varietà dei due buontemponi pugliesi, giunto ormai alla terza (forse quarta?) puntata, dà appuntamento al pubblico per l’anno prossimo e si congeda con risultati migliori delle aspettative. Gli ascolti sono buoni, il pubblico in studio (numeroso) applaude divertito, qualcuno sui social storce il naso ma non ha importanza, forse era proprio questo l’effetto sperato.

Cos’ha funzionato, allora, di “Felicissima sera” tanto da determinarne un consenso quasi plebiscitario di pubblico (l’ultima puntata ha ottenuto il 22.5% di share, un risultato che Canale 5 non vedeva da tempo al venerdì sera)? Ha funzionato il budget, senz’altro, dato che una lista di ospiti come quella sciorinata nell’arco di queste felicissime sere (tra i tanti, ricordiamo Achille Lauro, Claudio Baglioni e Francesco De Gregori) a Mediaset è concessa solo a mostri sacri del calibro di Maria De Filippi e Silvia Toffanin (con buona pace di Barbara d’Urso, costretta a racimolare le ossa rotta di ken umani e sottoprodotti da reality). Ha funzionato la collocazione, forte di una concorrenza valida ma non spietata (Top Dieci, in onda su Rai1, è il titolo più debole di Carlo Conti, l’anno scorso in onda nella stagione estiva).

Hanno funzionato poi – e non deve stupire – Pio e Amedeo. Non deve stupire perché Pio e Amedeo sono bravi, ma sono soprattutto onesti: pongono pochi filtri tra persona e personaggio, non si prestano a doppie o triple chiavi di lettura, non hanno peli sulla lingua (e neanche sul petto, dato che pare siano due amanti della depilazione). Non hanno il talento, né il carisma, né la genialità di Checco Zalone, che fa il “cozzalone” (tamarro, in dialetto pugliese) per finta, con funzione autocritica e di denuncia e con risultati via via più brillanti col passare degli anni. E di Zalone non hanno neanche gli incassi, dato che il loro primo (e, al momento, ultimo) film per il cinema ha ottenuto un successo mediocre di pubblico e di critica. Non hanno, poi, le capacità di scrittura (né il background culturale) di Ficarra e Picone e non si sono imborghesiti (e assopiti) come Luca e Paolo.

Pio e Amedeo sono, insomma, un unicum della comicità all’italiana: la loro comicità puzza realmente di pane e frittata con la cipolla preparato da madri troppo apprensive dal girovita extra-large ed ha realmente lo spessore di una gara al rutto libero post-calcetto tra maschi dalla sudorazione accelerata. I due (l’uno rigonfio come un pan brioche lievitato a lungo, l’altro dal baffetto messicano e l’occhietto sghembo) fanno del “pecoreccio” la loro cifra distintiva senza alcuna prerogativa ulteriore (scordatevi il grottesco ludico di “Ciao Darwin”, per intenderci), cioè portano davvero in scena tutta quella realtà provinciale bassa fatta di battute da caserma e gare a chi ce l’ha più lungo senza dare l’impressione di fingerne una qualche rappresentazione o trasfigurazione “alta”. Chi, d’altronde, non ha quello zio o quel cugino eternamente disoccupato, che trascorre le giornate tra una birra e una partita a briscola al tavolino del solito bar di paese, adocchiando (e magari fischiettando) alla bella ragazza di turno? Uno scenario da cinepanettone anni ottanta, ma pare che ancora funzioni e che a qualcuno piaccia pure.

Il talento di Pio e Amedeo risiede, insomma, nell’assoluta onestà di presentarsi per quel che sono (o forse erano, prima del successo): due perfetti “bamboccioni” all’italiana, coccolati ancora da

mamme chiocce dal grembiule unto di sugo della domenica mattina, cresciuti fino all’altro ieri in camerette di provincia dalla luce biancastra e dalle pareti azzurre, con l’album dei calciatori Panini sotto al cuscino di un letto singolo troppo piccolo per la loro età e il calendario di Edwige Fenech ben nascosto tra i mutandoni acquistati in saldo. Nonostante siano ormai prossimi alla mezza età (complice anche forse un successo giunto inaspettatamente tardi), i due sembrano affetti da un’eterna sindrome di peter pan che li incastra al ruolo di eterni studenti dell’istituto tecnico di provincia, cresciuti tra una pernacchia e una risatina sotto i baffi all’amichetto gay o extracomunitario di turno, che di fatto – stando a quanto abbiamo appreso ieri sera – dovrebbe avere l’intelligenza di reagire con autoironia e prendersi poco sul serio.

Tutto vero: l’ironia può essere un valido strumento di difesa, se usata con intelligenza. Ed è giusto e sacrosanto che la satira non abbia remore, che si permetta di prendersi gioco di tutto e tutti, di dileggiare stereotipi e luoghi comuni. Il problema – e lo dimostra il monologo conclusivo di ieri sera – è che, se per satira si intende l’attività di mettere in ridicolo stereotipi e luoghi comuni per evidenziarne gli aspetti negativi e scoprirci tutti ugualmente imperfetti nella nostra diversità (e riderne addirittura), allora Pio e Amedeo non sono ancora pronti per fare satira. Fare realmente satira implica uno sforzo di maturità: i due dovrebbero, sulle orme di Checco Zalone, uscire dalla cameretta di provincia, tagliare finalmente il cordone ombelicale che li obbliga al ruolo di eterni mammoni fuori tempo e dare spessore al loro repertorio che – depurato di ospiti da prima serata e battage mediatico – avrebbe l’efficacia di uno sketch di Colorado Café.

Hanno ragione Pio e Amedeo a scagliarsi contro la dittatura noiosa del politicamente corretto ed è vero che i social, nel tentativo di sensibilizzare su certe battaglie, hanno finito per banalizzarle attraverso il ricorso facile e preventivo all’indignazione col pilota automatico. Fanno male, però, a confondere l’indignazione francamente esagerata per uno sketch idiota ma privo di intenti discriminatori come quello di Striscia con il dolore che possono provocare parole come «fr*cio» e «ne*ro» su persone che non solo hanno subito discriminazioni reali per anni ma continuano ancora a subirle vedendo seguire a quelle esatte parole (guarda caso) degli atti di violenza.

Non pretendiamo da Pio e Amedeo che si mettano nei panni di chi abbia subito reali discriminazioni, loro che al massimo avranno ricevuto uno sganassone ben assestato da mamma Concetta per non aver ancora imparato a non far cadere la pipì sulla tavoletta del cesso. Chiediamo però, quanto meno, che continuino a fare ciò che sanno fare meglio: gli emigratis, i tamarri analfabeti dalla comicità elementare e inarticolata, senza pretese monologanti, senza intenti dissacranti, senza addentrarsi nel tentativo di spiegarci la differenza tra significato e significante del corso di linguistica generale del giovane De Saussure. Anche perché, a scagliarsi contro il politicamente corretto senza avere le capacità intellettive e autoriali per farlo a pieno, si rischia di fare il volo del tacchino, che è un po’ quello che è successo ai due fannulloni pugliesi ieri sera. Consumato il delitto del politicamente corretto per quanto riguarda minoranze etniche e LGBT, qualcuno si aspettava che i due potessero scandalizzarci davvero pronunciando l’impronunciabile: una bestemmia, ad esempio (se il male sta nelle intenzioni e non nelle parole, perché non lasciarsi andare scherzosamente a una bestemmia in prima serata?), oppure un monologo di satira (vera) contro qualche esponente politico di maggioranza che potesse scaldare un po’ gli animi.

Magari lo faranno nella prossima puntata (cioè nella prossima stagione), e noi ce lo auguriamo perché ieri sera la sensazione è stata un po’ quella di chi paga il biglietto per vedere Marylin Manson e poi si ritrova sul palco Achille Lauro.