Giacosa, autore del testo sui “terroni”: “Ieri razzisti con il sud, oggi con i neri”

Parla l’autore del divertente e amaro video sul razzismo con Andrea Pennacchi: “Ho sentito due meridionali parlare degli africani come un tempo venivano discriminati loro”

Andrea Pennacchi nel video girato da Francesco Imperato su testo di Mauro Giacosa

Andrea Pennacchi nel video girato da Francesco Imperato su testo di Mauro Giacosa

GdS 27 ottobre 2018

Stefano Miliani


Ricordate quando i meridionali erano i terroni? Fannulloni o peggio, per i settentrionali. “Vi ricordate quanto ci facevano schifo?” Oggi gli africani immigrati hanno unificato l’Italia come neanche Cavour ha saputo fare: quasi tutti uniti, gli italiani, nel dare loro addosso. Lo ricorda Andrea Pennacchi in un video visto da una numero a sei zeri  di persone dove interpreta un veneto rivolto ai terroni in un crescendo esilarante e drammatico. Il testo è di Marco Giacosa, scrittore, con qualche libro all’attivo. Il quale racconta come tutto sia scaturito da una conversazione ascoltata per caso a Torino, dove vive.


Giacosa, come le è venuta l’idea di scrivere questo testo interpretato da un credibilissimo Andrea Pennacchi?


Sono cresciuto in provincia di Cuneo, ad Alba, negli anni ‘80. Ho assistito in prima persona a conversazioni razziste. Allora non c’erano le persone colore, c’erano albanesi, rumeni, i primi vu cumpra’ ma il razzismo in provincia era rivolto ai meridionali. Ricordo bene le distinzioni quando tra ragazzetti e adulti si diceva ‘quello è un meridionale, è un ‘napuli’ perché i meridionali venivano detti napuli.


Da come lo dice si avverte una nota denigratoria nel termine “napuli”.


Ce l’aveva. Non ho mai assistito ad azioni fisiche o ad aggressioni come accade con i neri. Il popolo piemontese è mite, però c’era questo pericoloso substrato mentale. Le nonne dicevano: ‘Lui è meridionale ma è una brava persona”. Quando uno sposava una pugliese, il parente raccomandava: ‘diglielo che vogliamo bene a tutti’. Era un razzismo inconsapevole, dovuto alla paura, dovuto a una società chiusa. Poi sono andato a Torino, una grande città, e lo avevo dimenticato.


Nel capoluogo piemontese peraltro i meridionali sono tanti.


Sì. Ci vivo da venti anni, qui non ti chiedono da dove arrivi ma dove vuoi andare. Era una città razzistica negli anni ‘60, ma negli ultimi anni c’è stata una spaccatura tra chi pensa a un’invasione e chi vuole restare umano.


Ma l’origine dell’idea di scrivere il testo per quel video?


Queste estate alla Porta Nuova sento due anziani, settantenni credo, dal forte accento del sud, dire “non se ne può più dei negri, sono spacciatori e vengono a delinquere”. Se sostituiamo terrone e nero da ragazzetto ascoltavo le stesse parole, lo schema era il medesimo. Allora sono tornato ai ricordi da adolescente, alle cronache locali dove si specificava l’autore di un reato, una rapina: pugliese, siciliano, napoletano, non si prendeva un criminale ma una categoria. Era il primo agosto quando scrissi il testo su Facebook: “vi ricordate come trattavamo i meridionali?”. Il post è stato molto condiviso, penso abbia avuto successo perché ha risvegliato ricordi brutti, tanti hanno scritto che è stato uno schiaffo leggerlo. Ma era troppo lungo per Facebook. Molti commentavano prima di arrivare alla fine, come accade spesso si commenta senza sapere di cosa si parla. Dopo di che mi contatta il regista Francesco Imperato, veneto che vive a Milano e di origini meridionali, e ha fatto recitare il testo ad Andrea Pennacchi, che è incredibile, bravissimo.



Il video è stato visto da un diluvio di persone.
Già, due milioni. Non lo pianifichi, non puoi prevederlo.


Indica qualcosa una risposta simile del pubblico?


Secondo me indica che l’ "odio", detto tra virgolette, tra nord e sud è dimenticato perché sono arrivati nuovi nemici. Vuol dire che un gruppo ha bisogno di nemici, senza è dura vivere. In quegli anni erano i meridionali, poi sono stati gli albanesi, poi i rumeni e sentivi dire che la badante rumena ruba. Oggi non lo senti più, oggi trovi il maghrebino, il richiedente asilo, il profugo, il senegalese. Il lessico cambia, la paura è una componente forte degli equilibri sociali, va sempre alimentata. Ma oggi il livello è veramente pericoloso, c’è un disagio economico unito a una gran fatica sociale. L’Italia mi sembra una polveriera e le vittime sono persone che non c’entrano nulla.


A proposito di crimini: quando un italiano uccide una donna non succede niente di particolare, quando l’omicida è un immigrato scoppia il finimondo .


Infatti. È un crimine orrendo, non è una questione etnica, non puoi incolpare un’etnia invece funzionerà così. Il mondo attuale va in una direzione dove l’analisi dei fatti non è di moda, lo è la propaganda. Siamo vittime di una propaganda che funziona in modo drammatico mentre nessuna contromossa funziona.


L’ironia serve?


Servirebbe se fossimo in cento capaci di coglierla. Oggi quell’ironia è colta da una minoranza. Così come l’approfondimento, lo studio sono fuori moda: prendi subito parte, ma la discriminazione subita dai meridionali allora è la stessa subita dagli africani oggi, ed è il tema del video, il pregiudizio non cambia. Come si diceva “i meridionali fanno dieci figli”, ora lo si dice degli africani. Oppure: ‘È un nero ma è una brava persona”. Quel “ma” rimane e fa specie quando chi lo dice ha senz’altro ha provato sulla sua pelle il tragico ricordo della discriminazione come, sono sicuro, è accaduto a quei due signori che ho sentito in estate.