Principe Libero: una storia sbagliata

La recensione di Irene Gianeselli sulla Fiction di Rai 1 su Fabrizio De Andrè

Luca Marinelli nel ruolo di Fabrizio De Andrè

Luca Marinelli nel ruolo di Fabrizio De Andrè

Irene Gianeselli 15 febbraio 2018

Conosciamo il compromesso in Italia. Lo conosciamo e in qualche modo ne andiamo fieri, strafottenti come siamo, perbenisti e opportunisti come siamo, ma non avrei mai immaginato che il compromesso si potesse adattare anche sui poeti: fino in fondo, non volevo credere alla perdita definitiva di libertà poetica, ideologica, politica anche del cinema, strumento contraddittorio. Il cinema è potente se diventa un mezzo che condensa storie immense in un paio d'ore, ma può essere uno strumento facilmente piegabile alle logiche di propaganda. Il fine non giustifica i mezzi, li domina.


Mi chiedo se in un momento come questo, in un Paese come il nostro, un prodotto come "Principe Libero" non faccia altro che fomentare la carenza mediocre e qualunquista di contenuti e di libertà intellettuale.


Ho seguito la fiction mettendo da parte due pregiudizi: da un lato quello che mi sussurrava all'orecchio «De Andrè non si sarebbe mai fatto raccontare con una fiction, ma figuriamoci! De Andrè non si sarebbe mai fatto raccontare e basta, lascia perdere!», dall'altro quello che mi avrebbe dovuto placare e rendere più "morbida" «C'è un buon attore ad interpretare De Andrè, ci sono sceneggiatori che lavorano con cura, sarà un lavoro ben fatto».


Invece il mio pre-giudizio basato sull'amore per una voce inconfondibile ed inimitabile, sull'amore per le parole sempre così coerenti di canzoni potenti, evocative sia musicalmente che poeticamente, per parole scelte come lame tra le più taglienti per aprire mente e sensi di chi ascoltava, quel pre-giudizio non era del tutto infondato visto il seguito.


Al di là della banalità del giocare con il flash-back, al di là delle inquadrature convenzionali, dei movimenti di macchina troppo prevedibili, delle scene di sesso piazzate strategicamente, della lentezza del montaggio, della fotografia troppo pulita, della narrazione appiccicosa della seconda parte che corre verso un finale alla "Sei personaggi in cerca di autore" mistificante e fuori luogo, al di là della questione tecnica, dello stile, al di là della forma, manca in "Principe libero" un contenuto che faccia vibrare lo spettatore come invece faceva vibrare lo spettatore la voce profonda e sincera di De Andrè che diceva molto, discuteva quasi già nelle sue canzoni.


Qual è l'obiettivo di questa carrellata disomogenea di volti, di questo penetrare nella vita intima di un cantautore così simbolico nelle sue contraddizioni schiacciandolo con un punto di vista così assolutizzante? Perché questo ostinarsi nel volere raccontare l'uomo, quando è del poeta che dovrebbe interessarci, perché del poeta abbiamo bisogno? Perché dovrebbe riguardarci la vita privata di De André romanzata in alcuni punti con lo stesso spessore con cui si sceneggiano le telenovele di importazione, con mielosi sguardi e abbracci?


"Principe libero" suona come un titolo beffardo: non sei libero per niente, caro artista, rimarrai sempre e soltanto un pupazzo che noi consumeremo, vestiremo ad arte, metteremo in posa, un feticcio edulcorato e per quanto tu abbia cercato di ascoltarci e di capirci, noi non ascolteremo e non capiremo te e soprattutto, per quanto tu hai voluto essere figlio rivoluzionario e antiborghese, noi ti ridurremo ad un annoiato maschietto spietato, in una sola frase: non saremo all'altezza della tua libertà.


Della lotta poetico-politica di De Andrè non c'è traccia. Mancano la veemenza e la violenza anche di un aristocratico borghese contro se stesso, di un privilegiato che vuole liberarsi del proprio status e appartenere agli esclusi. Manca la lotta. Manca la contraddizione. Mancano tutte le dimensioni: c'è solo quella di un Luca Marinelli piatto, imbarazzato e che non ha rughe sul volto, per carità grande misura la sua, ma appunto, parliamo di misura, di approccio stentoreo travestito da maschera immodificabile. Il suo De Andrè non è De Andrè per quanto sia stata cercata una somiglianza fisica, oltre all'accento romano insostenibile (beati quelli che hanno orecchie meno delicate delle mie), manca nella sua interpretazione un quid essenziale e indicibile, qualcosa di così segreto che non voglio cercare nemmeno io. Certo è stato grottesco sentirlo cantare ad alternanza con la voce originale: bisogna scegliere, o si fa Tale e quale Show o si fa cantare De Andrè, quello vero, di fatto preparando quelle che potrebbero essere videoclip di accompagnamento su Youtube.


Forse manca perfino la giusta distanza temporale per potersi avvicinare ad una persona così viva nell'eredità artistica che ha lasciato ad interrogarci. Non crediate che mi stia limitando a demolire questo prodotto con la presunzione di proporre poi la ricetta per il sostituto ideale perché a conti fatti, probabilmente De Andrè proprio non lo si dovrà sceneggiare mai più.


Certo stupisce e molto, che questo poeta così impegnato sia venuto fuori solo da balbettii, spalle curve e passeggiate notturne in una Genova che rimane anonima, nemmeno tanto scenografica. Scenografia sono i luoghi, scenografia è la Storia: manca il Sessantotto, mancano gli "anni di piombo", manca il rapporto aperto con l'Anonima sequestri, manca la dialettica inesauribile di Fabrizio, manca la sua curiosità, la sua capacità di innamorarsi di tutto, di interrogare tutto, di mettere tutto in discussione.


Non hanno spessore, ma sono ridotti a rapidi scambi di battute perfino gli incontri con Luigi Tenco e Riccardo Mannerini (che sono stati tra gli incontri fondamentali, è storia della canzone italiana, c'è poco da romanzare, con Mannerini, Faber ha scritto "Il cantico dei drogati"). La prova di Gianluca Gobbi in Paolo Villaggio sembra essere la più convincente (anche se nemmeno questo personaggio ha molta forza nel contesto generale, tutto piatto, piatto anche Villaggio). Tutto si muove intorno a De Andrè, nel senso che Fabrizio sembra bombardato da quello che gli succede senza avere nessuna capacità critica e auto-critica. Del resto, il concetto di anarchia nel film è definito in due momenti: quando ancora ragazzo Fabrizio dice al fratello che «Voglio essere libero, non rompetemi i coglioni» e quando poi improvvisamente interviene aforismatico «Anarchico significa che le regole te le dai da solo prima che te le diano gli altri» e in entrambi i casi si rimane in superficie quando non si sfocia maledettamente nel qualunquismo e nel generalismo. Insomma, De Andrè che di Sanremo non ne ha mai voluto sapere parla come i borghesucci che vogliono andare in vacanza.


"Principe libero" è un'occasione, forse, che doveva essere proprio mancata di restituire con tanto affanno un'anima che non amava essere incatenata all'etichetta stereotipata. Fortunatamente abbiamo ancora le sue canzoni: anche se in questo film non sembra esserci spazio per "Storia di un impiegato" (per bombaroli e per canzoni come "Verranno a chiederti del nostro amore") e per il grande lavoro con Piovani e per il grande lavoro su "Spoon River" (così, giusto per citarne qualcuno), per nostra grande, grandissima fortuna, De Andrè quello che voleva dirci ce lo ha detto scrivendo e cantando, c'è poco da equivocare. E non sono solo canzonette.


Certo dobbiamo stare molto attenti con questi prodotti: una ragazzina o un ragazzino che non hanno mai ascoltato De Andrè e si trovano a conoscerlo così potrebbero non riconoscerne la forza, il coraggio di prestare il fiato agli amici fragili e ai capi indiani.


Esemplare il fatto che i titoli di coda in cui De Andrè (quello vero) canta Bocca di rosa in concerto, siano stati interrotti brutalmente per lasciare spazio a Porta a Porta dove tra gli ospiti c'era Berlusconi.