Le epifanie di Roberto Benigni

Epifania nel senso greco di rendersi manifesto: Roberto rende manifesta la nostra cultura, la nostra storia e la nostra italianità. [Giancarlo Governi]

Le epifanie di Roberto Benigni
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16 Dicembre 2014 - 16.58


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di Giancarlo Governi

Quelle di Roberto Benigni sono delle epifanie per noi italiani, nel senso greco della parola, che vuol dire “rendersi manifesto”. Roberto non rende manifesto sé stesso, come fece il Gesù Bambino che si mostrò ai popoli, rappresentati dai Re Magi. Roberto rende manifesta la nostra cultura, la nostra storia e soprattutto la nostra italianità. Lo fece nel 2011, nell’anno delle celebrazioni dell’unità d’Italia, al Festival di Sanremo, quando ruppe la banalità delle canzonette in gara, raccontandoci la canzone di Mameli e Novaro, quella che cantavano i ragazzi che combattevano per fare l’Italia e che diventò il nostro inno.

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Due anni fa, nel momento di smarrimento e di smemorizzazione che stiamo vivendo Benigni ci ha “reso manifesto” il più grande tesoro che ci hanno lasciato i nostri Padri, la Costituzione. Quel libro dei libri, quella legge che sta alla base di tutte le leggi, quel principio dei principi che uomini di tutti gli orientamenti politici, di diversi sentimenti politici, di diversa estrazione sociale, scrissero mettendo per un po’ da parte le divisioni e pensando soltanto alla ricostruzione dell’Italia, devastata moralmente e materialmente dalla guerra e dalla dittatura fascista. E’ questo il libro da cui ripartire, con il coraggio e la lucidità dei nostri Padri, da consegnare come eredità ai giovani. Benigni concluse, rivolgendosi ai giovani molto numerosi nel suo uditorio: “Fatela vostra questa eredità, perché soltanto così potrete essere padroni di una cosa che vi è stata lasciata in dono”. E potremmo aggiungere che la Costituzione è il nostro futuro, è la base sulla quale anche i nostri figli potranno progettare e costruire il loro futuro e quello dei loro figli.

Mentre un altro buffone stava trascinando una bella fetta d’Italia allo sfascio e alla sfiducia nella democrazia, il buffone Benigni, rimanendo al suo posto di buffone senza pretendere di scendere in politica, stava facendo una opera di ricostruzione partendo dalle basi che non possono non essere condivise.

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Ora Roberto è passato al “libro dei libri”, quello che li comprende tutti e che è basato sui fondamenti della nostra cultura, della nostra vita, della storia dell’umanità: i Comandamenti, quelli che Dio dette a Mosè perché li trasmettesse al suo popolo ma anche alle generazioni future, “in sempiterno”, come direbbe il grande poeta Giuseppe Gioacchino Belli.

Questa volta Benigni parla di Dio, si avventura, con il suo linguaggio suggestivo e diretto ma ricco di vocaboli, di espressioni e di immagini poetiche, nel sublime, nell’archetipo degli archetipi.

Roberto lo fa alla sua maniera superba con frasi che rimangono scolpite nella memoria televisiva come le “pietre” di Michelangelo:

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“La vera unica grande bestemmia è far diventare Dio un idolo e convincere la gente a uccidere nel suo nome. ‘Non nominare il nome di Dio invano’ vuol dire non rendere vano Dio, non rendere vana la tua vita”,

“Il senso del tutto è nel silenzio. Pensate oggi quanto ce ne sarebbe bisogno: siamo tutti sempre connessi con tutto il mondo, ma disconnessi con noi stessi. Nessuno ha più il coraggio di rimanere da solo con se stesso. Ma i comandamenti ci dicono di fermarci: siamo andati talmente di corsa con il corpo, che la nostra anima è rimasta indietro.

Fermiamoci, altrimenti l’anima ce la perdiamo per sempre”

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«Non devi pensare se Dio c’è o non c’è. I ragni fin da piccoli cominciano a fare le ragnatele, anche se non sanno a cosa servirà. Così dobbiamo fare noi, dobbiamo comportarci bene, senza chiederci perché».

Il risultato è stato, come al solito, eccezionale. Non starò a cantare le lodi dell’uomo dei grandi ascolti, ci sta già pensando giustamente la Rai, che in Benigni ha il merito di fare importanti investimenti. Io canterò le lodi del “Grande Affabulatore” che scrive pagine indelebili nella nostra cultura popolare e che ridà il giusto senso al termine gramsciano di “nazionalpopolare”.

Grazie Roberto per le tue “epifanie”…

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