La farsa del software per profilare i giocatori d'azzardo

Un software, fortemente voluto dall'onorevole Paola Binetti, per scandagliare l'idealtipo del giocatore d'azzardo e ottenere profili e numeri. [Marco Dotti]

La farsa del software per profilare i giocatori d'azzardo
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17 Settembre 2015 - 09.49


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di Marco Dotti Un software, fortemente voluto dall’onorevole Paola Binetti, per scandagliare l’idealtipo del giocatore d’azzardo e ottenere “profili e numeri”. Un progetto di intelligenza artificiale – dal costo di qualche milione di euro per le casse dello Stato – che aggira l’urgenza di una seria e indipendente indagine sulla complessità del fenomeno del gioco d’azzardo, riconducendola a una mera questione algebrica priva di una rigorosa analisi critica.

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L’articolo è stato pubblicato su [url”Vita”]http://www.vita.it/[/url] il 17 settembre 2015. Lo riprendiamo qui per gentile concessione dell’autore. (pfdi)

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Un software per spogliare – metaforicamente, s’intende – i giocatori d’azzardo. Un sistema di telecamere che registri i passi, le posture, i movimenti, le smorfie, il sudore, quanti starnuti e quanti battiti di ciglia al minuto e persino dita nel naso del giocatore. Un po’ di dati, astratti dal contesto, un algoritmo per processarli e il risultato è assicurato: il profilo del giocatore. Se il giocatore rientra nei parametri che lo assegnano al profilo ” patologico” scatta un alert.

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Bello vero? Un vero miracolo dell’intelligenza artificiale. Un mezzo miracolo, a dire il vero. Lo vuole con forza e costanza Paola Binetti, supportata, evidentemente, da qualche esperto di “intelligenza artificiale”, che ieri, in un’interrogazione alla Camera alla quale ha risposto il Ministro Padoan, ha reclamato a gran voce quel software. Software che, a quanto apprendiamo, costerebbe alle tasche dei contribuenti 3 milioni e rotti di euro.

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Accantoniamo la questione dell’opportunità o meno di sperperare risorse in questo modo e andiamo al dunque.

C’è un punto a cui conviene prestare la massima attenzione, bisogna sempre ricordare che in Italia mai, ripeto mai, si è approntata una ricerca seria e indipendente, scientificamente fondata e su larga scala, che miri non solo a “dar i numeri”, ma a capire il reale impatto dell’azzardo di massa sul tessuto sociale, micro e macro economico del Paese e via discorrendo.

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Esistono molte, piccole ricerche, indipendenti o meno, più o meno al risparmio, più o meno di parte, più o meno metodologicamente corrette. Esistono. Ma una fotografia effettiva che orienti i decisori e metta in luce quello che è evidente per ora manca. Manca – e qui dove sono i vari Osservatori, Dipartimenti, Istituti superiori? – una ricerca epidemiologica su larga scala.

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A meno che… A meno che – ecco il punto quel software, una volta finanziato, non fornisca i dati che servono. E qui saremmo su un versante non più grottesco, ma tragico. Ricerche e indagini non serviverebbero più, perché il software tanto richiesto dalla Binetti – non è la prima volta – azzererebbe tutto, dando ciò che molti chiedono: profili e numeri.

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Una volta installato in sale gioco, bar, sale Bingo e via discorrendo, quel software fornirebbe dati, numeri, cifre avulse dal contesto sociale, economico, socio-culturale e, soprattutto, in grado di ricondurre la critica dell’azzardo diffuso dentro l’alveo di quel riduzionismo epistemologico e antropologico che tanto piace a molti, troppi attori del sistema.

Attraverso questo fantomatico software – ammesso che mai il governo decida di finanziarlo e auspichiamo seriamente di no – Il Ministero delle finanze o chi per esso avrà i suoi bei numerini, le sue belle cifre, le sue belle statuine, i suoi bei “giocatori”. Insomma, un algoritmo potrebbe provvedere a ricomporre i tasselli di quell’indagine epidemiologica che né l’Istituto Superiore di Sanità è stato ancora chiamato a fare, né il Dipartimento delle Politiche antidroga è stato in grado di fare. Né il costituendo Osservatorio sul Gioco, simile più a un refettorio o a un parlamentino che a un consesso di ricerca (sia detto col massimo rispetto per i singoli che ne fanno parte) sarà mai in grado di fare.

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Questo è il problema. E, come sempre, è sulla superficie che si agitano le questioni più profonde. L’idea di un software che faccia cose del genere non è un’idea pericolosa o sbagliata in sé e per sé – ne esistono a centinaia di sistemi di monitoraggio per la sicurezza ambientale. Sbagliati sono i presupposti, che estrapolano alcuni dati fisici dalla soggettività e dall’ambiente. Informazioni che potrebbero addirittura entrare nel mercato dei Big Data e, di conseguenza, violare radicalmente ogni principio di privacy e correttezza. Ma è la visione sottostante, ciò che più sconcerta.

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Non possiamo accettare una visione dell’uomo – giocatore o meno – che si fondi sulla riduzione della sua complessità e alteri profondamente il nesso causa-effetto nella costruzione delle dipendenze di massa. Non possiamo credere ci sia gente disposta a scambiare questa “visione” per quello che non è: un servizio, anziché un ulteriore asservimento dell’umano a ciò che si è scordato di esserlo.

(17 settembre 2015)

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