Maurizio Donadoni: la sana follia che cattura i colori dell’anima

Maurizio Donadoni è al Bif&st in occasione della retrospettiva dedicata a Marco Ferreri. La sua è una carriera che definisce “eccentrica”, ma che in realtà si dimostra coraggiosa

Maurizio Donadoni

Maurizio Donadoni

Irene Gianeselli 24 aprile 2018

Maurizio Donadoni è al Bif&st in occasione della retrospettiva dedicata a Marco Ferreri. La sua è una carriera che definisce “eccentrica”, ma che in realtà si dimostra coraggiosa: Donadoni ha sempre scelto quella che di solito viene definita la “strada in salita”. Al cinema è diretto da Bellocchio, Patroni Griffi, Torre, Tullio Giordana e di Bodrov ricorda di quando, durante le riprese de Il bacio dell’orso, il regista “seguì il movimento dell’animale: non stava ancora riprendendo quando l’orso cominciò a giocare e ad infilarsi l’impermeabile che è l’oggetto chiave del film. Non appena Bodrov si accorse di quanto fosse particolare quell’azione dell’orso, fece avviare il motore: è questa la vera magia del cinema, quella che non si programma”. Dopo gli studi in Conservatorio, l’esordio in teatro nel 1982 in Come vi piace di Shakespeare con Ottavia Piccolo. Premio Ubu per Bestia da stile di Pasolini interpretato con Marisa Fabbri, lavora poi con Ronconi, Lavia e tanti altri fino al recentissimo Dipartita finale di Branciaroli con Tedeschi e Pagliai.


Quest’anno al Bif&st lei ricorderà Marco Ferreri, come fu il vostro incontro?


Ero molto giovane, ho lavorato con Ferreri in tre film uno dietro l’altro nell’82, nell’85 e nell’86. In Storia di Piera avevo 24 anni e in quel periodo avrei dovuto lavorare con Lavia, si trattava di una tournée di cinque mesi. il mio agente mi disse “Guarda che Ferreri cerca un ragazzo per fare una parte in Storia di Piera… vai a fare il provino”. Sono andato al provino, sono entrato nell’ufficio, mi sono seduto e ad un certo punto è entrato lui, Ferreri. Ha fatto un giro intorno alla scrivania, con la mano in tasca, borbottando: mi ha guardato e poi è uscito dalla porta come era entrato dicendo “Va bene, fai il ragazzo dell’idroscalo”. Mi ha scritturato così, senza farmi il provino, al che però ho dovuto rinunciare a cinque mesi di lavoro con Lavia… la sproporzione economica era abbastanza notevole, erano cinque mesi di lavoro contro tre giorni però mi ricordo che già allora avevo pensato: tre giorni con questo artista secondo me vale la pena di farli. Sono le scelte in una carriera come la mia abbastanza eccentrica… non sono mai andato sul sicuro, ma ho scelto sempre quello che mi piaceva. Poi Ferreri mi ha richiamato per altre due volte. Per Il futuro è donna e per I love you e nel giro di tre anni ho incontrato attori come Marcello Mastroianni, giusto per dirne uno, e tanti altri… è stata un’avventura davvero bella.


Una sorta di scuola di cinema


Sicuramente: questi sono artisti… è gente fuori dalle regole, la dinamica della vita sta nell’osservare la legge e trasgredirla, una cosa è l’antidoto dell’altra. Ad un certo punto, quando sei troppo sui binari, devi deragliare e queste persone sono dei deragliatori alla Baudelaire, è necessario.


Oltre quelli che ha vissuto come attore, c’è un film in particolare che l’ha colpita di Ferreri?


La donna scimmia. E poi Ciao maschio (in questo film è andato così in profondità…) tutta la serie con Depardieu… tra gli altri c’è la Girardot che fa questo personaggio tremendo, così misterioso, è calato nella quotidianità però è completamente avulso dalla realtà, sfonda delle pareti trasparenti ma molto dure, e quindi ti fa riflettere sulla condizione umana, sull’esistenza.


Cosa la colpiva di Ferreri, del regista?


Come molti grandi dell’epoca, il copione non te lo dava. Era un prodursi delle cose, questo mi colpiva: la forza di mettere il surreale nella realtà. Mi ricordo che in una scena, girata fuori dal cimitero, i nostri personaggi uscivano dopo la cremazione del protagonista e si trovavano davanti un grandissimo cigno nero, enorme, sulle ruote che dentro avevo dei gelati… non sapevamo nulla, non ce l’aspettavamo, siamo usciti dal cimitero e abbiamo visto questo cigno nero che vendeva gelati. Tutte queste irruzioni dell’immaginifico dentro la realtà sono tipiche di Ferreri e questo mi colpiva molto, è una cifra potente del suo cinema. Ricordo poi, tra noi, un episodio: in soggezione e ad un certo punto, ero seduto in una discoteca dove giravamo Il futuro è donna, lui mi ha guardato e con il suo accento milanese-romanesco mi ha detto “A Donadò, te pago pe vedette in faccia, non te guardà sempre li piedi”. Aveva sempre in mano un sacchettino con qualcosa da sgranocchiare, dei fichi secchi, mandarini… ed era magico stare sul set…


A proposito di magia, oggi c’è ancora questa magia sui set quando si gira?


Rispetto a una volta è molto meno eccentrica la situazione, in generale. Una volta era una specie di mini famiglia border line… adesso sono tutti più stabilizzati, anche i tecnici, una volta ciascuno di loro aveva un soprannome. Erano le ultime figure che sopravvivevano del grande cinema degli anni Cinquanta. Oggi è tutto molto più tecnologizzato non c’è più la pellicola, il rischio che vada “sprecata” se fai più volte la scena. Oggi col digitale si fa all’americana, è molto diverso… è un po’ più prodotto e meno prodursi, come ti dicevo prima… ci sono le eccezioni, certo. Per me una eccezione è stata lavorare con Bellocchio, con lui c’era un tipo di atmosfera molto particolare, ma in generale quando è la produzione a dettare il timing è una roba da catena di montaggio.


Come è stato lavorare con Bellocchio?


Ho fatto un’infinità di provini e poi ci ho lavorato due volte: ne L’ora di religione e in Il regista di matrimoni. Sono orgoglioso di aver lavorato con lui. Ha una concezione laicamente sacra del cinema e quindi prende i suoi tempi. Ne L’ora di religione facevo un cardinale, dovevo camminare in una sala lunga settanta metri, inginocchiarmi e pregare… me la fece rifare perché voleva dei secondi in più per quella preghiera, doveva diventare “francamente insopportabile”. Questa è la libertà che il regista riesce ad avere, senza condizionamenti. Mi sembra che manchi un po’ oggi questa “santa follia” che c’era, naturalmente le condizioni di produzione erano diverse, il pubblico era diverso, non c’era la concorrenza delle televisioni, il cinema era cinema… adesso va a sapere cosa è davvero, ma questo fa parte del gioco.


Ma agli attori manca quel cinema?


A me personalmente manca l’avventura che c’era nel cinema. C’è un bellissimo libro in due volumi che è introvabile ormai è di Franca Faldini e Goffredo Fofi, si chiama L’avventurosa storia del cinema italiano ed è un libro che parla della storia del cinema visto con gli occhi dei tecnici, degli ispettori di produzione, dei segretari e leggendo si capisce cos’era il cinema, un mondo meno programmato e programmabile. Quando il cinema sfonda la realtà, diventa magico ed è quello che l’arte dovrebbe recuperare. È un occhio che indaga altre realtà non quelle che si vedono, come se la cinepresa fosse in grado di recepire uno spettro di colori diverso da quello che vediamo noi, sono i colori dell’anima.


Per passare dal cinema al teatro sempre seguendo Ferreri… è curioso ricordare che lui recitò in Porcile di Pasolini e che lei di Pasolini ha recitato il teatro.


Sì, ho fatto Bestia da stile, lo produsse Laura Betti e per me fu fondante lavorarci. Mi successe il contrario di quello che mi era accaduto con Ferreri e Lavia: mi aveva scelto Zeffirelli dopo diversi provini per fare Otello, l’opera con Placido Domingo e dovevo fare Roderigo, e il mio agente aveva già discusso tutto… avevo avvisto la mia famiglia della scrittura, ero contentissimo di queste dieci settimane a Rodi con Placido Domingo poi avendo fatto il Conservatorio so cantare e questa possibilità mi piaceva. Qualche giorno prima di firmare il contratto mi contattano per dirmi che Laura Betti in occasione dei dieci anni dalla morte di Pier Paolo vuole portare sulla scena questa opera per la prima volta. L’attore per il ruolo di protagonista che avevano scelto non poteva più lavorare e chiamavano me… rimasi interdetto, vedevo tutto volatilizzarsi: l’esperienza con Zeffirelli, quei milioni… ma ho scelto e mi sono ritrovato a incontrare questo poeta veramente straordinario per la prima volta nella mia vita e questa cosa mi ha segnato perché non ho mai derogato per quanto possibile da quello che il Maestro diceva e continua a dire: distingui, distingui, distingui, decidi di non venire meno ad alcune cose né per i soldi, né per la fama, né per il successo. C’è un teatro che può piacere, non piacere ma quello che non mi piace è quando si parte con cattive intenzioni e cerco di evitare chi lavora così… quelli che per far teatro devono scaldare il politico di turno. Credo che bisognerebbe fare qualcosa per passione, non pensare a ingrassarsi col denaro. Oltre le bollette da pagare ci deve essere passione. Almeno un trenta per cento della nostra attività deve vedere il teatro come forma di terapia, di aiuto sociale, di propagazione della cultura e non solamente di guadagno.


Lei vede un pubblico che si muove, c’è fermento intorno al teatro? E il teatro che fa rispetto a questo fermento se c’è, risponde o non ha capacità di reazione?


Oramai la realtà si occupa della realtà… non c’è bisogno che il teatro si occupi del conflitto Israelo-Palestinese, la realtà si autorappresenta attraverso i social e attraverso tutto ciò che può utilizzare per questo scopo. Secondo me il teatro deve parlare dei temi fondamentali dell’esistenza umana, quelli che passano da una generazione all’altra, tradurre i classici in forma moderna in modo che certe cose non vadano perdute. Sofocle… io l’ho provato sulla mia pelle: a Siracusa quando entri con settemila persone che ti guardano e cominci a dire “Il tempo infinito genera mondi…” tu ragioni e a sessant’anni cominci a pensare al tempo… a chiederti “Come partirò fra vent’anni, cosa porterò con me, in valigia?”. Non dobbiamo sottovalutare che oggi c’è un mutamento antropologico del cervello. Una volta le generazioni cresciute con la lettura avevano molto sviluppato il lobo frontale e parietale che presiede all’immaginazione e al controllo degli istinti, oggi un ragazzino di quindici anni ha l’occipite ipersviluppato perché bombardato di immagini. Il teatro dovrebbe quindi mettere o tenere in funzione anche il lobo frontale: presiede al controllo degli istinti ed è quello che fa dire ad Amleto “Essere o non essere…”. Se questo lobo non interviene più nella discussione sugli istinti, il corpo scatta seguendo la rabbia e la violenza e ci sono psichiatri che raccontano di ragazzini che hanno una forza bruta, che non pensano alle conseguenze delle loro azioni: la capacità di immaginare uno scenario che è quello che ci differenzia dagli animali. Da persone sappiamo prevede le conseguenze alle azioni e sappiamo scegliere a seconda di quello che ci siamo prefigurati, se ragioniamo. Il fatto è che non ragioniamo più: oggi crediamo di sapere tutto, ci sono i corsi di pasticceria online, su youtube ti insegnano come diventare trapezista, i ragazzini in Giappone rimangono per giorni davanti ai videogiochi senza uscire di casa, sono tutti più violenti… più soli. Dobbiamo cominciare a chiederci “Perché funziona così?” Perché due persone in una stanza anonima di New York devono stabilire il prezzo del cacao in tutto il mondo, perché stabiliscono che uno Stato deve avere un certo PIL stabilendo il prezzo del cacao che magari è l’unico prodotto che quel Paese esporta? Questo significa ammazzare le persone, non con la guerra ma con la guerra commerciale. Ci vendono e ci comprano. Le nostre preferenze, i nostri gusti sono comprati e venduti continuamente. Siamo come gli afidi che le formiche appendono alle pareti del loro formicaio e li fanno riempire di nettare: otri di miele per le pupe della regina. Sempre più fermi, ingozzati e ci comprano e ci vendono.