Giovanni Guardiano: la Sicilia come l'Italia, non si lotta contro la mafia con l'indifferenza

Un'intervista di Irene Gianeselli a Giovanni Guardiano che parla della sua ultima fatica teatrale, 'I cento pazzi'

La locandina

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Irene Gianeselli 18 aprile 2018

Giovanni Guardiano si diploma al Laboratorio di Esercitazioni Sceniche di Gigi Proietti e frequenta il GITIS, seguendo le orme dell'illustre regista russo Vasiliev. Ha ricoperto molti ruoli in fiction di successo. È Jacomuzzi per la serie Il commissario Montalbano, dove nell'ultima stagione è tornato con un piglio tutto americano di detective in spezzato bianco.


Ha recitato in numerosi cortometraggi di Stefano Sollima: tra questi Grazie (nel 1991, con Elda Alvigini), Sotto le unghie (nel 1993) e Zippo (nel 2003).


Come attore cinematografico ricordiamo le sue partecipazioni a Voll normaaal di Ralf Huettner (1994), Ilaria Alpi – Il più crudele dei giorni di Ferdinando Vicentini Orgnani (2003) e La misura del confine di Andrea Papini (2010).


Parallelamente alla carriera cinematografica e televisiva, coltiva quella teatrale, partecipando a numerose regie di Antonio Calenda, Mario Missiroli, Gigi Proietti, Anatoly Vasiliev, Turi Ferro, Gianpiero Borgia (sotto la regia di Borgia, in particolare, è capocoro del Filottete, rappresentato alla stagione del Teatro Greco di Siracusa nel 2011 e nello stesso anno è interprete del testo contemporaneo di Tim Crouch The Author).


Nel 2012 ricopre il ruolo di Menelao nel dramma di Mircea Eliade Ifigenia, nuovamente diretto da Gianpiero Borgia. Lo spettacolo debutta nel mese di giugno a Posillipo, dove partecipa al Napoli Teatro Festival e in seguito va in scena in Sicilia, per conto del Teatro Stabile di Catania. Collabora con la compagnia Teatro dei Borgia.


I cento pazzi è la sua ultima fatica teatrale ed in questo caso, fatica rende a pieno lo sforzo anche attoriale, oltre che emotivo ed etico, del testo che ha scritto e interpretato. Perché Giovanni Guardiano sfoggia un talento mimetico (sempre più raro oggi) con estrema intelligenza, fagocitando di volta in volta i mafiosi che espongono le proprie difese al Maxiprocesso di Palermo senza venirne, però, fagocitato e ragiona con il pubblico sulle loro parole, sui gesti, sulla Storia. C'è nella sua interpretazione tesa tra il monologo confidenziale e scoperto e la tradizione giullaresca, un distacco ragionato ed amaro non solo dal male in sé, che, con troppa faciloneria consolatoria, potrebbe essere ritenuto ineluttabile dai più (perché il male ineluttabile non lo è mai, i giornalisti e i giudici che provano a dimostrarlo lo sanno fin troppo bene), ma anche e soprattutto dalla programmatica costituzione di uno Stato sostitutivo che scende a patti costruito, in parte, dal potere che dovrebbe avere cura dello Stato civile. Con leggerezza, autoironia, senza cattedratiche remissioni di colpevolezza, un attore in scena da solo può mettersi sotto accusa per la propria indifferenza e può scuotere e mettere sotto accusa un'intera Nazione, che troppo spesso sceglie di non sapere e non guardare. Viene in mente, guardandolo, quel discorso di Andrea Camilleri che riporto qui, decontestualizzato, ma non troppo: «Quando si dice che i giudici sono antropologicamente matti, diversi. Berlusconi dice una cosa vera. Perché bisogna essere matti come Falcone, Borsellino, Livatino, Chinnici e tanti altri eroi civili, per sacrificare la propria vita in nome della legalità. In questo i giudici sono diversi, per combattere la mafia hanno il coraggio di rischiare la vita. Spero che mi facciano giudice ad honorem, per condividere ed onorare questa diversità dei giudici».


Viene in mente, quindi, che dovremmo desiderare tutti di essere, almeno per un'ora, giudici e che dovremmo diffidare, per lo meno diffidare, da chiunque, in posizione di potere o meno, si faccia promotore di illegalità.


In questa intervista Giovanni Guardiano racconta del suo spettacolo, in scena al Piccolo Teatro di Bari lo scorso aprile nell'ambito della stagione a cura della Compagnia del Sole.


 


Come è nato I cento pazzi?


È nato per gioco perché casualmente mi sono imbattuto nel materiale del Maxiprocesso di Palermo e mi è presto sembrato così grottesco da rifarlo agli amici. Mentre lo facevo, sentivo che c’era materia teatrale, evidentemente sentivo questo bisogno... allora mi sono lanciato. Ho cominciato a studiare tanto materiale, documentari, film, mi sono appassionato e ho cominciato anche a rifare alcuni pezzi delle deposizioni. Questo mi faceva capire che erano pezzi caldi, fino alla scelta del materiale con cui poi ho messo su il testo che recito. Nasce così, con la percezione che attraverso il teatro si può raccontare di loro (i mafiosi n.d.r.) e che hanno qualcosa di teatrale: in qualche maniera è come se mi prestassi ad un gioco di specchi fino a rimandare a tutto quello che c'è sotto, anche giocando molto tra il vero e il verosimile.


E perché questo titolo che rimanda anche ai Cento Passi di Peppino Impastato?


Il titolo arriva in un secondo momento, prima volevo chiamare lo spettacolo Bibbia, cicoria e miele che un po’ rimandava a certi rifugi dei capi mafiosi. La storia di Peppino Impastato è una pagina che tutti noi conosciamo, mi è venuto naturale parafrasare e rimanere nell’ambito della mafia e quindi giocare sull'idea della passeggiata, del passaggio e in più mi sono reso conto che la follia veramente esiste: la cito nel caso di Leonardo Vitale quando parlo di Pirandello e del Berretto a sonagli, cioè del problema di non essere creduti quando si raccontano verità scomode. Tra l'altro la follia, certe volte mescolata con la malvagità, penso sia terribile, non ha argini. Giocandoci, uno dei pazzi sono io: scendo per fare come un cantastorie tutto quello che faccio sul palco. Pazzi sono anche coloro i quali applicano il bene per sconfiggere il male (quando a guardarli sono gli altri, quelli che rimangono a braccia conserte).


A proposito di Pirandello, l'umorismo è un'arma molto potente, ma è sufficiente per non cadere nella trappola di simpatizzare con i personaggi mafiosi che di fatto nello spettacolo vengono presentati con una vis comica molto articolata?


È un rischio, è rischioso e forse questo è il più bel complimento che di solito sento fare a questo spettacolo. Spesso mi sento dire che I cento pazzi è anche uno spettacolo coraggioso, non solo per il tema che tratto, ma per come lo tratto attorialmente. Gioco sulla novità, non mi trincero dietro un testo chiuso, una regia chiusa, confezionata: il pubblico si siede, lo vede, ma c’è una richiesta di partecipazione e ogni volta la risposta varia, non è mai uguale a se stessa. Questo per me è il camminare sul filo teso senza rete sotto, ed è quello che a me piace fare. Il concetto ironico, grottesco è un'unità che salva e che consegna (speriamo) quelle riflessioni che io come te auspico. La forza dell’ironia viene consegnata al pubblico e se in questa corrispondenza c’è un afflato, allora lo spettacolo continua a girare, viaggia, nonostante le piccole provocazioni sul tema serio. La risata deve smontare, anche se si tratta di un meccanismo rischioso.


C'è un passaggio in cui afferma chiaramente di voler lottare contro l’indifferenza, anche contro la sua.


Certo anche contro me stesso: da giovane mi sono chiuso la porta dietro, la mafia non la conoscevo. Sono figlio di un insegnante del Liceo classico di Ragusa e Ragusa è lontana dagli echi mafiosi. Punto il dito contro la gabbia dei luoghi comuni che non permettono di vedere la Sicilia sotto altre angolazioni: si rischia che prospetticamente la mafia copra tutta la ricchezza della Sicilia e quasi sembra un’azione di comodo a volte... a volte mi ci sono appoggiato io a questi luoghi comuni. Si abusa della Sicilia che in realtà è sempre stata laboratorio di cose italiane, attraverso la Sicilia possiamo capire ciò che può succedere, ciò che è già successo. In questo spettacolo parlo della Sicilia, ma parlo dell'Italia. Per esempio, a proposito di luoghi comuni: noi italiani vediamo adesso la diversità che arriva, dimenticando che prima proprio noi eravamo diversità; e mi riferisco a tutti gli immigrati che arrivano in Italia e che accogliamo con paura e con la gabbia dei preconcetti che non ci fa vedere oltre ciò che è facile vedere in questo momento. È più facile dire “Tutto è mafioso, il nero mi fa paura” e questo copre ciò che sta dietro che invece è lo spessore che fa una persona, un popolo, una situazione.


Il Teatro italiano oggi e la società italiana oggi, secondo te, a che livello di comunicazione e di incontro si trovano?


Questo spettacolo è un po’ come io percepisco la nostra situazione e ho voluto fare una cosa volutamente semplice perché mi interessava incontrare gli spettatori. Credo che ci sia una grandissima confusione e che ci si stia riorganizzando, che il teatro come linguaggio universale non rischia di morire, anche se, certo, lo vedo attraversato da morosi, oscilla... credo però che abbia capacità e possibilità di reinventarsi. Di fronte a questa grande confusione la chiave è lo scambio, inevitabilmente, non una chiusura.


E come vede il rapporto tra i giovani spettatori e il Teatro?


Quando vedo che vengono sono felice perché c’è comunicazione, sia prima, che durante, che dopo lo spettacolo. Sono riuscito a creare un qualcosa che a me - che non sono più giovane - piace. In generale i giovani frequentano poco il teatro. Rispetto alle scuole, nei giri che mi è capitato di fare in questo periodo, vedo una grande partecipazione e attenzione... però forse sono realtà limitate. Vero è che, a proposito di preconcetti, vedo che ci sono stereotipi anche nel modo in cui i giovani vedono il teatro... ma questo dipende anche da cosa è stato offerto loro. Credo che il Teatro e i giovani debbano assolutamente frequentarsi: il Teatro è una scatola magica da frequentare ancora di più oggi a fronte di nuove forme di comunicazione (penso al web, ai social) e il teatro è un parco giochi antico e immutabile. In quella scatola magica si può fermare il tutto, anche il tempo, e si può mettere in moto la fantasia sia quando lo fai, che quando lo fruisci. Il Teatro è come un'ostrica, bisogna cercare sempre la perla. Non sempre la si trova, ma in fondo un'ostrica è sempre un'ostrica. E questo vale per tutti gli eventi, concerti... vedo ben agguerriti i giovani teatranti: hanno consapevolezza di ciò che è il mercato, della sua vastità, insomma ben consci e vedo anche un bel fermento che mi piace. Ancora una volta, se usiamo il teatro come metafora, lo scambio che avviene e può avvenire tra generazioni sarebbe auspicabile altrove. Siamo già io e te un esempio di questo scambio adesso, mentre parliamo.


Cosa la aspetta dopo I cento pazzi?


Per Rai Storia sarò protagonista della prima docufiction sul Maxiprocesso, è stato casuale, è successo tutto mentre lavoravo allo spettacolo. Interpreto esattamente il rovescio della medaglia di quel Giovanni che da artista distratto va a Milano (come racconto nello spettacolo rammaricandomi di non aver avuto altro tipo di passione) perché il mio personaggio è un giornalista metà siciliano (come me) che proprio per la sua passione per la propria terra e per la scrittura si trova a raccontare il Maxiprocesso. Quindi da una parte c'è I cento pazzi e c'è il clown che racconta a modo suo il Maxiprocesso, dall’altra c'è la docufiction e c'è il giornalista, quello serio, che decide di studiare e applicare la propria passione per il civile in un contesto in cui vengono utilizzati materiali autentici, documenti... nel 1984 - 86 ogni giorno a mezzogiorno nel telegiornale c’era una pillola su quello che accadeva nell'Aula Bunker. Questo provino è stato assolutamente sorprendente... è accaduto tutto per caso, in pochi mesi, sapevo già di cosa parlavamo e mi sono trovato a recitare a Corleone, al tribunale di Palermo nei luoghi di Falcone e Borsellino ed è stato veramente uno shock, appassionante ed emozionante.