Enrico Montesano e l’immortalità della maschera

Un autentico mattatore dal talento istrionico. Come dimostra nello spettacolo “Il conte Tacchia” dove è protagonista e regista

Enrico Montesano nel "Conte Tacchia"

Enrico Montesano nel "Conte Tacchia"

GdS 3 marzo 2018

Giuseppe Costigliola


 


Quando si assiste ad uno spettacolo teatrale, comico o drammatico che sia, si ha l’impressione di entrare in contatto con qualcosa di simile alla magia, alla sospensione delle categorie temporali, della quotidianità. I riti scenici si ripetono da millenni: ogni civiltà umana, in ogni luogo, in ogni tempo, ha sviluppato e praticato una forma di teatro. E in questa sorta di immortalità, le maschere, i personaggi che sono espressione della fantasia popolaresca, sono la parte più vitale. Per questo, quando le ritroviamo sugli esangui palcoscenici di questa vuota postmodernità, ne gioiamo. Le vediamo fare capolino dai recessi del passato, sbeffeggiare la compassata seriosità che ci ammanta come un sudario, e non possiamo non amarle: ci rimandano ad un tempo in cui l’umano era ancora tale, e con la loro ilare energia riscaldano questi scoloriti tempi di dimenticanza e di distacco.
Sulle assi del teatro Sistina è ricomparsa in questi giorni una di tali maschere, tra le più amate dai romani, ispirata ad un singolare personaggio vissuto nella Roma umbertina e già protagonista di un film di successo: "Il Conte Tacchia". Dopo "Rugantino" e "Il Marchese del Grillo” Enrico Montesano conclude così la sua trilogia di maschere della cultura popolare romanesca, particolarmente adatte al suo talento istrionico, che la scena restituisce intatto e smagliante.
Lo spettacolo, "liberamente tratto" dal film di Sergio Corbucci (correva l’anno 1982) dallo stesso Montesano (che ne cura anche la regia) insieme a Gianni Clementi, dà luogo a un’interessante osmosi tra cinema e teatro, sceneggiatura filmica e rappresentazione scenica. Riecco dunque Francesco "Checco" Puricelli, da tutti chiamato "Conte Tacchia" per quel suo vezzo di sistemare i mobili traballanti con delle "tacchie", cioè delle zeppe di legno, col suo carattere beffardo, guascone e ridanciano, appena un po’ cialtrone, ma al fondo bonario e solidale, preziosa caratteristica ma forse anche limite di certa romanità, per più d’un verso connaturata all’ethos italico.
La maschera prende animata forma sul palcoscenico contornata da un nutrito cast di convincenti attori e ballerini, con tanto di costumi e scenografie d’epoca, firmate da Carlo De Marino, di briose coreografie di Manolo Casalino, al ritmo sostenuto delle musiche originali del compianto Armando Trovajoli e di nuovi brani scritti per la rappresentazione da Maurizio Abeni. La vicenda è dunque la medesima del film, con un’introduzione e un’appendice nuove che riprendono la narrazione da dove il film la chiudeva, ambientandola nella Roma liberata dagli americani: la storia di un figlio del popolo, falegname di mestiere, che sogna l’aristocrazia, con cui entra in contatto scoprendone le laidezze, le meschinità, l’immoralità, e diviso tra l’amore sensuale per una nobildonna e quello autentico per la sua Fernanda, interpretata dalla convincente Elisabetta Mandalari. E in un’aura di romantica passione, tra colpi di scena, gags e siparietti in cui Montesano si dimostra il mattatore che conosciamo, si giunge all’agnizione finale.
Insomma, a mettere in scena la maschera non si sbaglia mai, a patto, naturalmente, di esserne all’altezza. Ma cosa accadrà quando non ci sarà più il talento purissimo, il mestiere e la presenza scenica d’un Montesano?