"Mio Eroe" di Giuliana Musso, racconto di tre madri contro la guerra che nega il valore della vita

Il racconto ispirato alla biografia di alcuni dei 53 italiani caduti in Afghanistan durante la missione Isaf

Mio Eroe

Mio Eroe

GdS 23 febbraio 2018

di Chiara D'Ambros 


Un cielo stellato, la neve, una buona notizia per le 3 madri protagoniste dei tre racconti che costituiscono lo spettacolo di e con Giuliana Musso “Mio Eroe” e che perdono il connotato positivo del senso comune.


Per queste madri sono elementi che ricordano i loro figli soldati che si sono affacciati a quella soglia innaturale tra la vita e la morte che l’uomo genera oltre la logica facendo la guerra. Come dice uno dei figli, l’unico dei tre che non ha superato quella soglia, l’unico che non “è andato avanti” come dicono tra alpini, l’unico sopravvissuto in queste storie. Questo figlio che parla attraverso il racconto della madre dice: dove finisce la logica inizia l’esercito. Per quanto può apparire illogico l’esercito però esiste, è parte integrante di questa società, troppo facile etichettarlo come qualcosa di altro da noi, da cui dissociarsi se si è pacifisti, esaltarlo se si riconosce con la retorica della guerra la necessità della sua esistenza. 


Il racconto di Giuliana Musso, vincitore del Premio Cassino 201, nato come scrive lei stessa “con la complicità” di Alberto Rizzi, ispirato alla biografia di alcuni dei 53 italiani caduti in Afghanistan durante la missione Isaf (2001-2014), non si ferma al giudizio superficiale e consolatorio di una denuncia a chi sceglie di far parte delle forze armate, né ne narra o esalta le gesta. 


Lontano dal racconto stereotipato dell’eroe, il testo della Musso – cui è stato assegnato anche  il premio Hystrio per la drammaturgia 2017 – prende corpo in scena attraverso una interpretazione esemplare che tiene assieme, senza scorciatoie, la complessità di storie di esseri umani che vivono la guerra, parte integrante del nostro sistema, e il dolore di una madre che perde il proprio figlio e dallo squarcio insanabile che questo determina nel suo animo straripano interrogativi, ricordi, riflessioni ed emozioni.


Attraverso la voce, il corpo, gli occhi e le pause dell’interprete, ci si addentra nella matassa di motivazioni, contraddizioni e sentimenti profondi, personali, ma anche quotidiani e universali, di chi tocca con mano la guerra: un’esperienza imposta dalla cultura, poco accettabile dalla natura. Per questo quello che succede in guerra stride così profondamente con i sentimenti, e la prima madre si chiede: “Anche Mauro sparava, ma allora per questo lo mandiamo all’inferno?” Per questo la seconda madre dice: “A me eroe non mi interessa”. E denuncia tutte le spese militari sostenute dall’Italia per la missione in Afghanistan che ammontano a 7 miliardi, senza contare le spese aggiuntive e commenta: “Se lo potevano comprare l’Afghanistan, ci facevano le piscine in Afghanistan. Li potevano pagare uno per uno i talebani". 


La messa in scena essenziale, curata da Tiziana De Mario, vede al centro del palco, un piccolo giardino di rose, dove la profondità del racconto, e la sincerità spietata di queste madri trova lo spazio per dispiegarsi, tra le note delle musiche eseguite da Andrea Musto, e le luci di Claudio “Poldo” Parrino.


A raccontare è una voce di donna, che resiste al Sistema dominante, che è un sistema assolutamente patriarcale, di cui la cultura è intrisa, e lo fa proprio attraverso l’incarnazione del suo punto di vista femminile. Persino i libri più letti osserva la terza madre “contengono tutto l’arsenale dell’umanità”. “Noi vogliamo fare la guerra in quanto guerra”, dice la Musso in un’intervista successiva all’andata in scena dello spettacolo a metà febbraio 2018 al Teatro dell’Elfo di Milano.


I tuoi lavori sono sempre frutto di un lungo processo di studio e ricerca...



Io inizio sempre una ricerca e quando la finisco la prima ad essere cambiata, modificata nelle mie tesi di partenza sono io, e questo mi fa sentire di essere sulla strada giusta. 


In questo caso volevo trattare il tema della violenza di sistema, era l’ultima tappa di questa lunga ricerca, di questi grossi interrogativi sul sistema dominatore. Perché la violenza, perché la distruttività. Questo interrogativo mi ha portato a studiare gli elementi costitutivi del patriarcato oggi e la storia del patriarcato. L’ultimo passaggio è stato quello sulla cultura della belligeranza, la storia degli eserciti, dell’organizzazione armata degli stati, e dei gruppi umani ed è un mondo maschile, e affondando lo sguardo lì dentro vai molto lontano. 






Quando tu fai questo percorso tocchi con mano quanto il sistema guerra sia una pratica approvata e necessaria per questo tipo di sistema dominatore. Viene quindi facilmente istituzionalizzata, ritualizzata, finanche sacralizzata, così come quel tipo di mascolinità stereotipata. Mentre all’opposto il pacifismo, il non essere belligeranti, aggressivi e la maternità o un certo tipo di femminilità all’opposto sono state socialmente svalutate disapprovate da questo tipo di cultura, marginalizzate fino all’estremo .


Uno dei dati oggettivi che trovi: “noi non facciamo gli eserciti per fare la guerra, noi facciamo le guerre per fare gli eserciti.” Perché il dato irrazionale delle conseguenze delle guerre è così macroscopico, che è chiaro che la finalità della guerra non è vincere la guerra. E’ la sussistenza stessa del sistema guerresco, che significa business, denaro, potere, gruppi di potere, significa dare un ruolo preciso ad un maschio stereotipato. 


Cosa ti ha spinto a raccontare questo maschile da punto di vista della donna?


Io racconto cose molto dettagliate qui, di cronaca, il reale trabocca. Eppure per me le madri sono simboliche, perché per me simboleggiano un tipo di approccio cognitivo al reale che non è un’esclusiva femminile ma nel femminile e in quel tipo di realtà, può essere rappresentato facilmente. Perché la madre simboleggia la vera razionalità in questo spettacolo. Per me simboleggia la vera intelligenza perché vede il vivente, il valore della vita. Non può non vederlo perché è incarnato, è il figlio, l’altro da sé che può riconoscere, quanto se stessa se non di più. Non occorre dirlo. Ma se per una madre un figlio non è sacrificabile, allora nessun essere vivente che è figlio di madre è sacrificabile. 

Quindi io vado a fare un discorso estremo, che non ha sfumature, è un discorso assoluto. 


Io dico: la guerra sta in piedi perché concepiamo il sacrificio dei figli. 


Se noi non concepissimo il sacrificio dei figli, della prole, che è la prima legge di natura, non potremmo fare la guerra. Non c’è niente più lontano dagli esseri umani secondo la logica del vivente dell’uso della forza, della guerra della violenza di sistema. Perché la violenza può essere un incidente, un errore da contenere. Invece noi la ritualizziamo, la sistematizziamo, la approviamo, questo è il problema.


I figli, il maschile che tu proponi, sono speciali, vanno in missione di pace, non abbraccio la guerra per quello che veramente è. Se la edulcorano anche loro?

Io ho raccontato quello che ho incontrato. Ho incontrato delle figure di uomini che non corrispondono ad un modello di maschio, guerrafondaio, esaltato. Anzi. Quasi tutte le figure che ho approfondito sono persone molto impegnate nel loro lavoro, molto coerenti, con un senso etico del proprio lavoro. Io sono molto consapevole che ogni storia è quella storia, ogni essere umano è quell’essere umano. Lo cita benissimo Simon Weil ad un certo punto: c’è qualcosa di sacro nell’essere umano ma non è quell’essere umano. È che è proprio lui. Quello è sacro. 

Quindi sul discorso missione di pace e guerra, maschi, militari eccetera ho cercato di non fermarmi lì. Perché quello che facciamo è questo, “noi pacifisti” ecc. ci fermiamo al: perché sei in divisa tu? Se non ci fossero i militari non ci sarebbero le guerre. 


Ho cercato di andare oltre questo, perché questo è uno sguardo molto corto, molto miope. Perché ci sono uomini che vanno a fare i militari per motivi molto piccoli. Molto più piccoli della Storia. Scaricare su di loro la ragione dell’esistenza delle guerre della violenza è ridicolo. È lo stesso discorso che cito anche nello spettacolo. Siccome noi ora abbiamo eserciti praticamente professionisti, sono tutti volontari, sono tutti pagati, fare il militare è un mestiere, chi sceglie di arruolarsi sa cosa rischia, sono affari loro. 


Ma questo è lo stesso processo del sacrificio dei figli. È la stessa posizione che poi genera all’opposto l’esaltazione dell’eroe. 


Io invece il mio punto di vista è: se io dico che la vita dei civili ha un valore mentre quella dei militari è una merda, ti sto dicendo che la vita dei civili e quella dei militari non ha lo stesso valore, quindi cosa sto facendo? Sto confermando l’assunto del Sistema. Se io invece ti dico che la vita del militare in divisa vale tanto quanto la tua, non mi importa se ci va in Afghanistan o in qualsiasi altra parte del mondo, la sua vita ha un valore in quanto tale.


Quello che dico è che i nostri militari che colpa hanno? O mi dici: un paese moderno non ha bisogno di un esercito. Poi è chiaro che io non andrò mai a fare il militare. Infatti la madre di Miki non vuole che lui vada a fare la guerra perché dice “ti rendi conto che potresti togliere la vita alle persone’” . Io so che questo spettacolo dà fastidio perché al pubblico più militante ai temi del pacifismo sembra che esalti i militari invece io ti sto parlando di persone specifiche.


 Cosa diciamo che questi soldati? Che sono degli stronzi? No! Quello lo dico ai parlamentari che hanno votato queste missioni, ai giornalisti che fanno finta di niente che cavalcano la retorica dell’eroe e tutti quelli che sono così ignoranti che dicono che sto infangando la memoria di questi militari perché mi faccio delle domande. Perché io non mi sto interrogando sul fatto che quella guerra abbia un senso, mi basta la loro vita, le loro azioni, a loro non basta, devono dire che si sono sacrificati per la patria, per un’azione giusta. 


 Per legittimare nuovamente il Sistema. 

No ma di più! perché la vita in sé non ha valore, ha valore solo se è sacrificata per. 

Mentre io dico: ha valore in sé. E lo dico quando parlo di guerra, religione, sacro, lo dico in tutti gli ambiti.


Nell’attraversare questo viaggio cosa ti ha stupito di più?


Uno è quello di cui abbiamo parlato ora, le figure di questi uomini. Io li percepivo molto molto molto lontani da me, invece no, non lo sono. L’altro: mai come in questo caso io ho visto una differenza di genere così grande nei confronti della perdita di un figlio militare da parte dei maschi e delle femmine. La reazione dei padri, il loro linguaggio, gli argomenti, è diversissima di quella delle madri, io non ho mai visto una diversità così forte, di genere. 

Noi abbiamo ascoltato le madri, come parlano invece i padri?

Sono altrettanto devastati dal dolore ma la reazione è diversa. Nei racconti, nella loro elaborazione sono molto sulla cronaca dei fatti, mentre le madri no. Sono molto nel ricostruire la memoria eroica, nelle pratiche pubbliche, attestati, celebrazioni, medaglie, monumenti. Per loro sono importanti, consolatori. Le madri stanno molto di più nell’intimità. Anzi per madri la celebrazione pubblica spesso le mette in difficoltà. 

Anche per questo hai scelto di raccontare dal punto di vista delle madri?

Sì. Inoltre punto di vista delle madri mi interessa anche per una questione politica. Quest’intelligenza del sentimento è stata espulsa dal patriarcato. Le madri piangenti possono urlare, piangere e lamentarsi e più si lamentano e più dimostrano di non essere attendibili come menti referenti. Alle donne è concesso di essere tenere, accudenti, materne, sentimentali perché sono stupide. Io dico esattamente l’opposto: lo “stupido” sei tu che non parti dal sentire. Per me c’è una necessità politica fortissima di riaffermare l’alto valore dei sentimenti in politica. 

Fare resistenza oggi è questo. Non si può ricostruire un senso etico della società se non si parte dal sentire, perché le ideologie non ci bastano più, le ideologie sono finite. 


In questo senso il teatro assume un ruolo politico?

Il teatro secondo me per dire queste cose, che stiamo cercando di dire è “il luogo”, io queste cose le dico molto meglio sul palco, perché lì c’è un corpo. Perché il discorso sul palco lo posso fare piangendo, ridendo, partendo dalla mia capacità empatica, e richiamando questa mia capacità di visione empatica del reale al pubblico. Lo posso fare perché ho il corpo che risuona. Io ti posso dire quali battute bypassano il cervello e vanno alla pancia come se ci  fosse un riconoscimento di una verità che abbiamo dentro tutti, che molto difficilmente riesce ad esprimersi ma che abbiamo. 

Mi fai un esempio di una di queste battute in “Mio Eroe”?

Per esempio quella in cui la seconda mamma, la mamma di Stefano dice: “Perché tutti questi uomini, questi militari – mettendo assieme tutti i militari di tutto il mondo, di tutte le nazioni – non sono mica nati dai sassi!”

Perché ci piace così tanto a tutti? Perché? 


Perché la riconosciamo. Noi sappiamo perché sentiamo. E ci siamo sentiti dei sassi in questo sistema. Ci siamo sentiti reificare mille volte, abbiamo visto reificare i nostri simili “cose”, lo sentiamo nella pancia. Quindi quando te lo dico lo riconosci perché lo senti. Non c’è nessun altra forma di conoscenza che non il sentire. Il resto è un passaggio. Le informazioni passano. Io non so perché conosco, io so perché sento. 


Quindi il teatro riesce a fare questo passaggio, soprattutto quello di indagine perché va delle persone e chiede cosa hai vissuto, cosa hai sentito.