La gravità del dolore: Gabriele Lavia e Federica Di Martino portano in scena un romanzo di Jean Teulé

Dal 2 al 14 novembre, al Teatro Quirino di Roma “Le leggi della gravità”, tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore francese Jean Teulé

Le leggi della gravità

Le leggi della gravità

Giuseppe Costigliola 2 novembre 2021

Dal 2 al 14 novembre, al Teatro Quirino di Roma, va in scena il nuovo spettacolo che vede protagonisti Gabriele Lavia e Federica Di Martino, “Le leggi della gravità”, tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore francese Jean Teulé, con l’adattamento per le scene di Lavia. In un lungo atto unico si racconta la vicenda di una donna che in una fredda notte di pioggia entra in un commissariato di Le Havre, in Normandia, per autodenunciarsi. Di quale delitto si accusa? Dell’omicidio del marito, avvenuto dieci anni prima e archiviato come suicidio. Sostiene di essere stata lei a spingerlo giù dall’undicesimo piano, e si costituisce quando manca poco più di un’ora alla scadenza dei termini per riaprire il caso. A raccogliere la sua confessione un vecchio commissario prossimo alla pensione che, insieme a un impacciato ma volenteroso sottoposto, si trova davanti a una storia di dolore, rabbia, pentimento, a un grumo irrisolto di frustrazioni e sconfitte difficile da sciogliere seguendo le ferree regole della giustizia umana.

E se la legge fisica della gravità è ineludibile, con i corpi che precipitano invariabilmente a 9,81 metri al secondo, quella metafisica, che coinvolge gli abissi psicologici e esistenziali degli individui, pur non misurabile, non è meno categorica. Perché l’uomo può cadere, metaforicamente, nel dolore, così come nella felicità e nel successo. Più spesso nel fallimento.

Allora vivere diventa prendere coscienza delle proprie cadute, come impareranno i protagonisti del dramma, impegnati in un confronto serrato che mette a nudo la loro coscienza e il loro senso etico: un duello emotivo che giungerà a estremizzare le istanze di entrambi, e i rispettivi ruoli nella vicenda: da un lato, il bisogno della colpevole di rispondere a una pressione morale che la sta schiacciando; dall’altro, la granitica disillusione del commissario nei confronti di una missione ormai in balìa della burocrazia. Esemplare, in questo senso, l’amara e consapevole distinzione tra senso della Giustizia e amministrazione della giustizia.

Il finale sarà emblematico: accortosi che, allo scoccare della mezzanotte, il reato andrà in prescrizione, il commissario cercherà di temporeggiare, avendo compreso che la donna ha reagito alle continue violenze e vessazioni da parte del marito. Ma il rovinoso e improvviso crollo della scenografia di Alessandro Camera (contrassegnata da un orologio bene in vista, a scandire lo scorrere del tempo) sui faldoni di pratiche che “abitano” l’ufficio, servirà a sancire l’ineluttabilità della legge di gravità fisica e, simbolicamente, la resa della giustizia alla burocrazia.

Un’opera densa, che scava nell’anima e fruga nei suoi più reconditi recessi grazie alla magia del teatro e a due interpreti come Gabriele Lavia, nel ruolo di un travet del nuovo millennio, sconfitto dalla mortificante routine quotidiana del funzionario pubblico, che restituisce il ritratto di un uomo rassegnato, benché consapevole dei propri errori, sui quali può ancora amaramente ironizzare.

E come la splendida Federica Di Martino, che incarna con delicatezza convincente la disperazione di una donna dilaniata tra il senso di colpa e un radicato senso di giustizia, bilanciati da un momento di poetica condivisione con il suo interlocutore quando gli illustra la tecnica della sabbia colorata per realizzare dei dipinti. Attori capaci di far vibrare le corde della sofferenza, della passione, dell’ironia, in un dialogo apparentemente senza via di uscita ma alleggerito dalla figura dell’aiutante del commissario, impersonato da Enrico Torzillo, mentre le musiche di Antonio Di Pofi pennellano suggestivamente le scene, insieme al sottofondo della pioggia battente, interrotto solo dai treni che passano al di là della finestra, e che segna l’incontro delle cupe esistenze dei protagonisti.

Un’ennesima prova di bravura per il duo Lavia-Di Martino, coppia di eccellenza del teatro italiano, in uno spettacolo dal profondo significato umano e artistico.