Viola Graziosi: “La risposta a questo momento storico non può essere che nel teatro”

Tra gli spettacoli in cartellone della rassegna Il mondo che abbiamo della stagione 2021-2022 del Teatro nazionale di Genova vi è In Situ, di Nathalie Fillion, con protagonista Viola Graziosi

Viola Graziosi

Viola Graziosi

Giuseppe Costigliola 19 ottobre 2021

La stagione 2021-22 del Teatro nazionale di Genova si è aperta, nelle sale del Teatro Ivo Chiesa e Gustavo Modena, con la rassegna Il mondo che abbiamo, fulcro dell’articolato progetto voluto e realizzato dal direttore Davide Livermore in occasione del ventennale del G8 di Genova. Si tratta di nove prime assolute per altrettanti spettacoli originali commissionati ad autori e autriciinternazionali, già andati in scena in una maratona che li ha visti rappresentati tutti il 9 ottobre e che saranno successivamente in programma dal 10 al 27 ottobre, abbinati due o tre per sera. I drammaturghi coinvolti in questa produzione, che rappresentano ognuno dei Paesi che parteciparono al G8, più l’Unione europea, hanno realizzato i loro lavori riflettendo sui fatti accaduti nel 2001 e ragionando sui primi vent’anni di questo secolo, con uno sguardo prospettico sul tempo recente, nell’intento di investigare la storia individuale e collettiva, di porre un’ipotesi di futuro, di sviluppo e di modelli praticabili, con l’occhio rivolto alle nuove generazioni. Tra gli spettacoli in cartellone vi è In Situ, di Nathalie Fillion, le cui repliche si sono concluse il 17 ottobre, con Graziano Piazza, Viola Graziosi, Odja Llorca, Fabrizio Costella, in cui un Cristoforo Colombo giunto dal passato sbarca nel nostro mondo contemporaneo agitato da tempeste che lo rendono caotico e soggetto a continue mutazioni. Per l’occasione abbiamo intervistato la protagonista, Viola Graziosi.

Qual è il senso, in questo momento difficile da un punto di vista storico e artistico, di un’opera che l’ha vista come protagonista, In Situ, che riflette sull’eterna vicenda umana alla luce del sogno?
Non lasciare che l’attualità sia il racconto del mondo dice Sandra, la protagonista di In Situ di Nathalie Fillion che ha debuttato in prima assoluta qualche giorno fa al Teatro Nazionale di Genova nell’ambito del bellissimo G8Project. La risposta a questo momento storico non può che venire dal teatro, dal luogo stesso in cui la parola si fa azione, sogno, creazione, condivisone. Un luogo in cui possiamo mettere tutto sul campo, senza moralismi, senza giudizi, senza dover dare lezioni. Finalmente ci ritroviamo insieme dal vivo, vivi, in teatro. In Situ.

Quest’opera mi ha conquistata fin dalla prima lettura che ho fatto insieme alla traduttrice Monica Capuani. È contemporanea, raffinata e ironica, parla del mondo, ora, delle donne, della storia, del teatro, del mare. In francese mare e madre hanno lo stesso suono… ed è questa liquidità femminile che attraverso il sogno si fa specchio della realtà, e ci conduce con il ritorno di Cristoforo Colombo all’età di 570 anni (magnificamente interpretato da Graziano Piazza), in una compresenza di mondi e di tempi, alla scoperta dell’Altro ancora in grado di sorprenderci e rivelarci chi siamo. E allora sì: “TIERRA A LA VISTA!”
Che contributo sente di poter dare come artista e come donna all’affermazione di una speranza di cambiamento, al confronto con l’altro e all’integrazione?
Il teatro è la cura. Io sono un’attrice e lì, sul palco, posso dare il mio contributo. È quasi una missione: mettere in relazione le persone con i poeti, con le parole e con le azioni, farsi canale, nel luogo più inclusivo che io conosca, nella ritualità laica che diventa speranza attiva di cambiamento rendendoci responsabili, chiamandoci a una partecipazione, a una scelta di presenza artistica! Non credo si possa solo vivere nell’illusione dell’oggettività. L’arte è una dichiarata soggettività creativa che aiuta proprio a trovare il confronto, a integrare l’altro e lo sconosciuto. Anche l’inaccettabile. L’incomprensibile. Ad allargare le frontiere.
Nella sua attività professionale ha lavorato nel teatro, nel cinema, in televisione, nel doppiaggio e nella realizzazione di audiolibri. Quale di questi mezzi espressivi le dà maggiori soddisfazioni professionali?
Sicuramente il teatro è il luogo d’eccellenza per quella che Peter Brook chiama la “résonnnaceovvero i cuori che battono all’unisono. È incredibile e accade davvero. Sento le persone con me, siamo insieme. Per questo il teatro è inarrivabile e insostituibile. La pratica degli audiolibri è quella che in un certo senso gli si avvicina di più perché si basa sulla parola che diventa suono, sulla comunicazione. La relazione è al centro, al presente, anche se la lettura è registrata. Adoro anche lavorare con la macchina da presa che pone una lente d’ingrandimento, che indaga dentro, svela, anche se la relazione non è diretta. Il cinema è l’Arte dell’essere viva nell’Azione e lasciare che l’Occhio sveli il mio più indicibile segreto.
Dunque quella dell’audiolibro, recitare un testo senza avere pubblico o telecamere davanti, non è un’esperienza straniante.
Non è straniante perché come dicevo mi metto in ascolto dell’autore e dell’ascoltatore, altrimenti non riuscirei a leggere, o meglio a dare voce. Non è una lettura solitaria. Certo, essendo registrata richiede di lavorare sulla fiducia, di quell’ascolto, di quel silenzio. Ma bisogna stare nel presente, comunque. Questa cosa in teatro è palpabile. L’audiolibro esiste dal momento che qualcuno ascolta, così come il teatro esiste dal momento che qualcuno guarda. Senza spettatore non c’è teatro.
Lei è bilingue: quale dei due idiomi, italiano e francese, sente più in accordo con le sue qualità recitative?
Io mi sento in una terra di mezzo, in quell’altro mondo che si costituisce ogni volta, ogni sera, sul palco. Lo esploro. La lingua è quella dell’autore, la scansione, il ritmo, che siano versi, prosa, teatro classico o contemporaneo, performativo, la lingua è un linguaggio. Ognuna ha una sua specificità così come ogni parola ha un suono, una densità, un ritmo. L’importante è farla risuonare. In accordo con le indicazioni dell’autore, del regista, dei partner, anche dei tecnici che lavorano insieme. In quest’ultimo spettacolo scritto e diretto da Nathalie Fillion, quindi in francese ma recitato in italiano, ho percepito chiaramente questa terra di mezzo. E il mio personaggio, Sandra, sta , nel mezzo. Al cinema è diverso, la parola non è così centrale. Mi è anche capitato di girare in inglese, lingua che parlo meno bene, ed è stato molto interessante proprio perché non mi sono appoggiata su abitudini linguistiche.
Lei ha debuttato nella regia con la pièce L’uomo in fallimento di David Lescot, in cui figurava anche suo padre Paolo, grande attore di cinema e di teatro. Cos’ha significato per lei sul piano emotivo oltre che professionale quell’esperienza?
È stato un grande atto di coraggio! E ho anche detto “non lo farò mai più”… scherzo! Però diciamo che preferisco ancora essere diretta che dirigere, anche quando ho l’intuizione di testi forti, e di visioni. Preferisco stare dentro, la mia sensibilità è maggiore dall’interno della scena e amo lavorare con il regista che si mette in relazione, che ti dirige e ti stimola a scoprire e addentrarti in terreni sconosciuti. E che allo stesso tempo prende, ruba e sviluppa da te. Quando c’è un bello scambio, si vola! Comunque quell’esperienza è stata molto bella e ha rappresentato il mio ritorno in Italia dalla Francia dove ho studiato (mi sono diplomata al Conservatoire, la più grande scuola di recitazione francese) e lavorato per una decina d’anni.
Lei ha manifestato sin da giovanissima una grande passione per il teatro, esordendo a sedici anni in una commedia di Turgenev. Cosa rappresenta oggi il teatro per lei?
Quella commedia di Turgeniev aveva un cast d’eccezione (Ilaria Occhini, Paolo Graziosi, Gigio Morra, Francesco Siciliano) e la regia di Piero Maccarinelli, con il quale tornerò a lavorare quest’inverno al CTB di Brescia in un bellissimo testo che si chiama Agnello di Dio, di Daniele Mencarelli. Il teatro è il luogo per conoscere. È il luogo della risonanza. Della visione. Dell’incontro con l’altro. Mio marito, che ho citato poc’anzi, Graziano Piazza, è attore e regista. E non potrebbe essere altrimenti. Lavoriamo spesso anche insieme. I nostri viaggi sono infiniti e proprio per tornare a In Situ e al sogno di Sandra, insieme scopriamo nuovi mondi!
Può anticiparci qualcosa sui suoi progetti in cantiere?
Nei prossimi giorni sarò in scena con The Handmaid’s Tale - Il racconto dell’Ancella”, tratto dal romanzo di Margaret Atwood con la regia di Graziano, che fa parte della nostra Trilogia del femminile. Saremo a Castelvetrano, vicino Palermo, e poi al Teatro Binario 7 di Monza. Porto ancora in giro la Clitemnestra di Luciano Violante, bellissima, con la regia di Giuseppe Dipasqualeche presto diventerà un dittico. Poi porterò in scena Sibilla Aleramo in Amo dunque sono, di Alessandra Cenni per la regia di Consuelo Barilari di nuovo al Teatro Nazionale di Genova, nell’ambito del Festival dell’Eccellenza al femminile. Un monologo su questa figura di donna che ho riscoperto proprio per averle dato voce in audiolibro per Audible. Ed è questo il punto di partenza dello spettacolo: un’attrice che deve dare voce a Sibilla e viene travolta dalla sua potenza trasgressiva femminile e totale. A dicembre sarò al Teatro Biondo di Palermo con Fellini Dream, scritto e diretto da Emiliano Pellisari, di nuovo insieme a Graziano e alla compagnia No GravityDance. Un’avventura incredibile, Emiliano e la sua coreografa Mariana Porceddu sono due grandissimi artisti, con loro stiamo imparando a volare davvero!