Pinocchio e la morte dell’infanzia, Pier Paolo Pacini: “Racconto la storia di un grande inganno”

Opera letta e riletta da innumerevoli autori, Pinocchio - come tutti i capolavori - non smette mai di raccontare qualcosa di nuovo.

Pinocchio

Pinocchio

Giuseppe Cassarà 3 giugno 2021

Ha debuttato il 1 giugno e sarà in scena fino al 6 al Teatro della Pergola di Firenze (e in replica l’8 giugno al Teatro Era di Pontedera) Pinocchio di Pier Paolo Pacini, volutamente lontano dalle atmosfere più fiabesche del classico disneyano e più vicino al testo originale di Collodi, rientrando quindi a pieno titolo nel Manifesto per un Nuovo Teatro del Teatro della Toscana, che sta tentando un riavvicinamento alla lingua e alla letteratura italiane.

Opera letta e riletta da innumerevoli autori, Pinocchio - come tutti i capolavori - non smette mai di raccontare qualcosa di nuovo. E l’intuizione di Pacini nasce dal finale della favola originale, un dettaglio che la versione a cartoni animati targata Disney ha omesso e trasformato e che quindi non è noto a tutti: alla fine della storia, non è il burattino Pinocchio a trasformarsi in un bambino vero, come aveva promesso la fata. Pinocchio burattino rimane senza vita accanto al letto dove si materializza un bambino vero. Pinocchio, in altre parole, ‘muore’, per lasciare spazio all’umanità. Ma rinunciando ad altro.

Siamo abituati a pensare che quello di Pinocchio sia un lieto fine. Non è così, secondo lei?

In realtà non lo era nemmeno secondo Collodi: la fiaba originale non prevedeva la trasformazione, ma si fermava molto prima. Pinocchio si fida del Gatto e della Volpe e finisce impiccato a un albero. Ma la storia, che era pubblicata a puntate, ebbe un enorme successo e Collodi decise di continuare. Ma alla fine, effettivamente, Pinocchio, il burattino, muore. E con lui, muore la sua infanzia.

Ma non c’è sempre stato un intento ‘educativo’ in Pinocchio? L’importanza di andare a scuola, di non fidarsi degli sconosciuti...

Ma come tutti i capolavori penso che in Pinocchio la verità non sia così netta e chiara. È vero, le disavventure di Pinocchio hanno origine dal suo essere un discolo e la trasformazione finale è una ricompensa per essersi comportato bene. Ma a ben rifletterci, quanto è libero il Pinocchio burattino, pur avendo i fili? La sua è la libertà sfrenata dell’infanzia, la curiosità e l’intelligenza dei bambini. Gli esseri umani, i ‘bambini veri’, devono andare a scuola, crescere, andare a lavoro, mettere su famiglia, invecchiare e poi, alla fine, morire. Ecco perché penso che con questa scena, Collodi ci stia raccontando la fine dell’infanzia di Pinocchio. Che è un momento necessario, per ognuno di noi, ma anche triste. Ed è triste perché la fata, in fondo, lo ha ingannato: non lo ha trasformato, ma lo ha fatto morire. E con lui muore tutto quel mondo meraviglioso in cui abbiamo viaggiato.

Questo spettacolo nasce durante il periodo di chiusura. Che lavoro è stato fatto durante questo tempo per così dire ‘sospeso’?

Abbiamo ‘approfittato’ della chiusura per svolgere un lavoro di prove molto intenso, con i ragazzi del Corso ‘Orazio Costa’, che mi hanno molto sorpreso per la loro preparazione e bravura. La prima, grande difficoltà di questo spettacolo è che il burattino Pinocchio è manovrato da tutti gli attori in scena, che quindi devono avere una mimica notevole. I ragazzi sono straordinari, anche perché quella di Pinocchio non è una storia semplice, comunque la si racconti. È un viaggio onirico, dove gli attori indossano maschere e interpretano personaggi molto caratterizzati, entrati nell’immaginario di tutti noi.

Questo tono oscuro si ritrova nello spettacolo?

Questo Pinocchio sfugge al finale accomodante ma anche alla dimensione ‘fiabesca’ del racconto. Comunque la si legga, secondo me, Pinocchio non è una storia edificante. È una profonda e oscura metafora del destino dell’uomo, delle aspettative e delle promesse tradite, delle illusioni dell’infanzia che vengono meno. Il tono è oscuro perché oscura è la storia. Non sarà un burattino che fa divertire, ma che spinge alla riflessione su ciò che perdiamo quando, costretti dalle incombenze della vita, siamo costretti a crescere. A diventare ‘bambini veri’. A far morire la parte più fiabesca e meravigliosa di noi.