Ascanio Celestini: "Il teatro ha una sua agibilità, non trattiamoli tutti allo stesso modo"

I lavoratori dello spettacolo sono convinti che l'unico modo per traghettare il comparto fuori dalla crisi sia la riforma di questo settore, dichiarano che “servono trasformazioni profonde del sistema, non misure d’emergenza”

Ascanio Celestini

Ascanio Celestini

Redazione 23 aprile 2021
di Alessia de Antoniis
Il Globe theatre è stato restituito al Teatro di Roma.
Le conclusioni di cinque giorni di occupazione, sono contenute nel comunicato stampa degli organizzatori ReteLavorat° Spettacolo Cultura.
Convinti che l'unico modo per traghettare il comparto fuori dalla crisi sia la riforma di questo settore, dichiarano che “servono trasformazioni profonde del sistema, non misure d’emergenza”.
“Reddito universale, formazione, precarietà, contratti nazionali, redistribuzione dei fondi pubblici, sessismo, violenza, razzismo: questi i temi intorno ai quali abbiamo ragionato, oltre qualsiasi prospettiva di settore, e che crediamo debbano al più presto diventare le priorità dell’agire politico”. Così si legge nel comunicato stampa.
Tutto questo è ciò che hanno portato al tavolo interministeriale del  22 aprile al ministro Franceschini.
Tra i sostenitori del progetto l'attore Ascanio Celestini, con il quale cerchiamo di capire quali sono le urgenze dei lavoratori dello spettacolo.
 
Globe occupato, ma una parte dei lavoratori dello spettacolo non è d'accordo. Che ne pensa?
Che ci sia una parte più conservatrice che non sia d'accordo, mi sembra normale.
Un'occupazione è un atto di forza. L'ambiente della produzione culturale, e del teatro in particolare, è decisamente conformista. Dai tempi del buffone di corte, è un ambiente che con difficoltà si oppone alle regole.
È un settore dove vengono spesi tanti fondi pubblici e, chi vive di questo, perché dovrebbe avere una posizione critica nei confronti del Governo?
Alla conferenza stampa di apertura dell'occupazione c'erano l'assessore alla cultura del Municipio, l'assessore alla cultura del Comune, nel pomeriggio è arrivato anche il  ministro Franceschini. Mi sembra, quindi, che questa sia una rivendicazione che è conosciuta dalla controparte.
 
Come si inquadra il lavoro di artista?
L'assurdo del nostro lavoro è che a noi spesso viene richiesto di lavorare come un lavoratore autonomo, anche se tecnicamente non lo siamo. Quando De Niro fa ciò che Scorsese gli dice  di fare, è un lavoratore subordinato.
Una questione irrisolta è la questione delle partite IVA. Gli artisti non dovrebbero lavorare né con la partita IVA né con la ritenuta d'acconto. Io non sono un libero professionista. Non mi può venire richiesta una prestazione assimilabile alla consulenza dell'architetto.
Ma il problema maggiore è quello del lavoro nero. Il Governo ha dato seicento euro per tre mesi (marzo, aprile e maggio) a lavoratori con almeno sette giornate lavorative nel 2019. Al minimo sindacale, quel lavoratore ha guadagnato cinquecento euro in un anno. Va bene dare ristori perché c'è un'urgenza, ma posso considerare un lavoratore professionista uno che lavora sette giorni l'anno? Evidentemente ha lavorato molto di più in nero, oppure ha fatto altri lavori e non lo ristoro come attore.
Il problema di questo settore è la sua organizzazione, non semplicemente la chiusura dei teatri. Questo è ciò che è stato rivendicato al Globe.
È una questione della quale non dovrebbe occuparsi il Ministero della cultura, ma il Ministero del lavoro, attraverso l'ispettorato del lavoro e la Asl.
Parliamo di teatro facendone una questione artistica e culturale, mentre è una questione che appartiene al mondo del lavoro.
 
È utile creare un albo di attori professionisti, come chiesto dal disegno di legge Madia?
Non sono né a favore né contrario all'albo. Sono a favore di una regolamentazione. L'elettricista non fa l'accademia dell'elettricità, ma ha fatto corsi di formazione. Se fai un lavoro  riconosciuto come tale, chiedi anche un fondo pensionistico. Il poeta non chiede il fondo pensione poeti; l'attore e il tecnico del suono, sì. Nel momento in cui vuoi fare l'attore in parrocchia, puoi fare quello che vuoi, ma quando sali su un palcoscenico, pagato, quello è un lavoro e devi avere una formazione. Per un lavoratore dello spettacolo, la formazione dovrebbe riguardare anche la conoscenza delle norme di sicurezza all'interno di uno spazio teatrale.
 
Ma come identifico un lavoratore dello spettacolo?
Per tutte le figure tecniche il problema non si pone, perché un fonico deve aver imparato a farlo.
Un musicista autodidatta può suonare nel gruppo rock con gli amici, ma non va a  santa Cecilia. A meno che, da autodidatta, non suoni il violino come un diplomato al conservatorio. Il problema è l'attore. Ci sono alcune scuole che possono garantire la formazione sia attoriale che tecnica che ti consente di salire su un palco.
 
È corretto attribuire al ministro della Cultura la competenza della riapertura dei teatri?
Come preposto alla sicurezza della mia compagnia firmo un documento (Duvri, documento unico valutazione rischi interferenziali), con cui si valutano i rischi per tutte le persone  che lavorano in teatro. Quel documento, che già esisteva, basterebbe a fare il discrimine tra i teatri che devono restare aperti e quelli chiusi. Non ci sarebbe la questione della capienza: non è un tanto al kilo. Il teatro ha una sua agibilità. Ecco perché la competenza sulle aperture non può essere del ministro della Cultura, ma del Ministero del lavoro, nella figura dell'ispettorato del lavoro e delle Asl sui territori. Non possiamo considerare i teatri delle scatole chiuse e trattarli tutti allo stesso modo. L'agibilità è un aspetto che avrebbe potuto evitare il problema delle chiusure uguali per tutti.
Un teatro, come un set, è un luogo di lavoro complesso, come un cantiere, fatto da lavoratori diversi con regole condivise. Su questo dobbiamo lavorare: sulla sicurezza e sulla conoscenza delle regole.  
Smettiamo di trattare il teatro come il luogo deputato alla bellezza e alla poesia. In fabbrica non c'è differenza tra operaio della Ferrari e della Fiat. Il CCNL è quello dei metalmeccanici. È vero che la competenza del lavoratore che realizza il prodotto spettacolo è più difficilmente quantificabile, ma è un lavoratore che va sul set, su un palcoscenico. Un luogo di lavoro complesso che esige competenze e dove non puoi stare solo perché sei un grande poeta. Saper recitare va dato per scontato.
 
La proposta Madia, per il riconoscimento dell'attore professionista, prevede che almeno il cinquanta percento del reddito debba provenire dalla professione attoriale. È d'accordo?
Sì. È fondamentale che l'inquadramento professionale sia basato anche sul guadagno. Se il novanta percento del mio reddito lo produco facendo il barista, mentre il dieci percento dal fatto che vado sul palco in calzamaglia col teschio in mano, sono un barista non un attore.
 
Un altro problema è la differenza tra teatri finanziati dallo Stato e non.
È un problema complesso. I grandi teatri non beneficiano solo dei fondi statali, ma anche di quelli regionali. Alcuni di loro sono fondazioni che hanno nel consiglio di amministrazione soggetti pubblici.
I teatri nazionali potrebbero essere un riferimento per il territorio. Le compagnie piccole e medie si trovano davanti a problemi spesso insormontabili: sul piano amministrativo, contabile, per i corsi professionali. Parlo dei corsi sulla sicurezza, quelli di primo intervento, o altri che siamo obbligati a fare per legge. In compagnia, almeno uno deve averli fatti e si fanno tramite agenzie private. Se ci fosse un riferimento nei teatri nazionali, questo aiuterebbe molti di noi. Presentare un bando per i finanziamenti, ad esempio, è complicatissimo.
Quando vai in turneé devi trovare alloggio, pubblicizzare lo spettacolo, trovare maestranze in loco: servono figure professionali. Se tutte queste attività venissero supportate dai teatri stabili, aiuterebbe molte piccole e medie compagnie.
Se sei finanziato dalla Regione, questa deve poterti chiedere di assistere i teatri del territorio.
 
Gli organizzatori scrivono che “servono trasformazioni profonde del sistema, non misure d’emergenza”. Quindi niente ristori ma lavoro?
Non capisco perché un lavoratore dello spettacolo che guadagna poco non sia considerato un povero. Se il mio guadagno mensile è sotto la soglia di povertà, ho bisogno di un sussidio, indipendentemente dal lavoro che faccio. Siamo lavoratori non poeti. Chiediamo di essere riconosciuti come tali.