Cauteruccio: «Lascio Firenze perché non ha più spazio per il teatro contemporaneo»

Il regista, attore e fondatore del gruppo Krypton dà l’addio alla città dove ha operato da quarant’anni. Non è un fatto privato. Qui spiega le sue ragioni 

Giancarlo Cauteruccio

Giancarlo Cauteruccio

Stefano Miliani 28 marzo 2021
Giancarlo Cauteruccio con il suo Teatro Studio Krypton ha marchiato la storia teatrale italiana dagli anni ’80 del secolo scorso: fino al nuovo millennio ha esplorato l’uso delle tecnologie e una recitazione innovativa in spettacoli sorprendenti che hanno allargato la visuale passando dalla rilettura dell’Eneide insieme ai Litfiba nel 1983 a esplorazioni del mito classico e dell’amato Samuel Beckett. A Firenze ha operato per lungo tempo in maniera incisiva con la direzione artistica del Teatro Studio nella vicina Scandicci. Regista, scenografo, attore nato a Marano Marchesato presso Cosenza nel 1956, dal 1975 è nel capoluogo toscano: lo lascia con una decisione che, per l’operato dell’artista, ha un valore pubblico, non è un fatto privato

Cauteruccio, dopo una vita e una guida di più decenni del gruppo teatrale e multimediale Krypton lascia Firenze. Quando iniziò? 
Sono a Firenze da 45 anni. Iniziai con il gruppo del Marchingegno, debuttai all’ostello di Santa Monaca in un laboratorio dei Magazzini Criminali nella facoltà di architettura il giorno in cui fu rapito Aldo Moro, il 16 marzo 1978. Ricordo un vero lockdown, non c’era nessuno in giro e lo spettacolo si intitolava “Metodo numero 1”. Avevo iniziato nel 1976 con le prime performance da studente. Nell’82 creai uno spettacolo con laser, uno dei primi, all’Affratellamento quando era il teatro dove facevano spettacoli i Magazzini. Ho iniziato quindi nell’80. 
Perché se ne va?
Me ne vado perché, dopo cinque anni dall’abbandono del Teatro Studio determinato da un taglio ministeriale ingiustificato, sono stato preso in giro per cinque anni dal Teatro della Toscana che aveva vinto il bando di gestione. Come Krypton avevo l’accordo di poter continuare  dopo a sviluppare progetti sui linguaggi contemporanei con il Teatro della Toscana . In tutti questi anni mi hanno preso in giro, la compagnia si è trovata a svolgere un’attività risicatissima ed è diventato impossibile lavorare. Quanto speravo potesse avvenire, cioè che il mio lavoro di regista fosse riconosciuto da uno dei teatri più importanti, si è rivelato falso: quel teatro continua a investire su nomi di una certa notorietà. L’ultima è che un bravissimo attore di cinema come Stefano Accorsi è diventato direttore artistico di uno dei teatri più antichi al mondo. Ma lì non riesco a parlare con il direttore artistico. Tra artisti ti comprendi, con i burocrati no. Ho deciso allora di lasciare la città e tornare nella mia terra calabra. Ho bisogno di rigenerarmi dopo aver cercato per anni soluzioni.


Però con un’istituzione importante come il Maggio musicale ha lavorato, no?
Sì, ho fatto due opere, non è lì il problema. Il problema è il teatro. Continuo a fare il mio teatro–architettura in giro per l’Italia. Ho vinto un bando del Ministero degli esteri per un’opera teatrale su Brunelleschi che va in ambasciate, istituti di cultura e consolati e porta in giro per il mondo il nome di Firenze e del suo architetto, ma il teatro della Pergola non mi ha chiamato per accogliere lo spettacolo lì dove peraltro ho realizzato le riprese. 
Qual è il nodo allora?
In questo Teatro della Toscana c’è un artista toscano coinvolto? A me non risulta. Hanno coinvolto nomi altisonanti ma non ho visto in programmazione artisti come Federico Tiezzi, Alfonso Santagata, Ugo Chiti. Non si capisce chi gestisce questo teatro. Ho ceduto il grande progetto del Teatro Studio a Scandicci che è stato letteralmente distrutto: quest’anno lo hanno dato al Teatro delle donne e hanno fatto bene, ma è una cosa di facciata. Questo mi ha fatto cadere le braccia. Non esiste una istituzione teatrale a Firenze ed in Toscana cosi’ riconosciuta dal ministero e da grandi enti con finanziamenti di milioni come quella del Teatro della Toscana. Possibile che non diano nessuna possibilità a compagnie e registi toscani? Allora questa storia va tirata fuori e spero che la mia presa di posizione stimoli gli altri. In tutti i teatri nazionali d’Italia, da Roma a Napoli,da Torino a Milano, si promuovono e sostengono gli artisti del territorio, a Firenze no. Il Teatro della Toscana fa quanto piu’ o meno  faceva quando era un teatro ’Eti – Ente teatrale italiano ,ed ospitava gli spettacoli detti di giro. Negli ultimi anni hanno prodotto  Gabriele Lavia,poco altro ed  uno spettacolo con  Isabelle Huppert e la regia di Bob Wilson ,una co-produzione con Parigi ma Wilson ora è un classico, il contemporaneo è altro, sono i giovani di oggi. 

Però la Pergola ha affidato il Teatro Niccolini ai giovani. 
I “Nuovi nuovi”? Preferisco non parlarne.
Che città è quella che fa andare via un suo autore di punta da decenni?
Andrebbe chiesto al sindaco Dario Nardella, all’assessore alla cultura Tommaso Sacchi, alla fondazione del teatro che quest’ultimo presiede. Chiedendoglielo  dichiareranno che hanno grande stima di Cauteruccio il quale però con la stima non paga l’affitto e dichiarare stima non costa nulla: da cinque anni faccio proposte e non rispondono. Nella mia ingenuità ci sono cascato. Quando ho esaurito le risorse materiali e psicologiche, mi sono detto infine che questa città non ha un vero progetto teatrale. Il progetto era quello del Teatro Studio a Scandicci che era riconosciuto in Italia e all’estero. Tornando a Bob Wilson: per me non rappresenta la contemporaneità, è uno dei più importanti registi del mondo ma come classico e come tale deve arrivare alla Pergola. È stato maestro della mia generazione ed io  ho 65 anni, non è la contemporaneità riconosciuta in Europa dove ci sono registi giovani importanti per la crudezza del loro linguaggio, perché hanno capito che il teatro deve essere politico, mentre qui impera il sipario di velluto. Renato Palazzi ha scritto un bell’articolo sul Sole 24 Ore: il teatro italiano si illude di rialzare il sipario davanti a platee con Shakespeare e Pirandello. Invece il teatro lavora sull’esistenza dell’essere. Allora cosa sto a fare qui se il teatro  per esempio non si pone il problema del rapporto tra uomo e tecnologia, un tema che ho affrontato 40 anni fa? Per questo il grande teatro tradizionale mi ha tenuto a margine. Se il Teatro della Toscana deve basarsi su programmazioni che non tengono conto del confronto con gli artisti di oggi che faccio io? Preferisco tornare alla natura e al mito, infatti torno in Magna Grecia.
Per fare cosa?
Il sogno è realizzare un ponte di luce sullo Stretto di Messina e far dialogare a distanza Scilla e Cariddi ,riportando  alla luce  l’importanza  e la storia di quei luoghi. 
A suo parere cosa dovrebbe fare il teatro della Toscana?
Dovrebbe coinvolgere gli artisti in grado di portare il teatro alla città, alla gente  che difficilmente tornerà nei teatri dopo la pandemia, deve diventare vitale, deve andare nei luoghi urbani: l’ho proposto all’infinito e mi hanno risposto picche. È una situazione gravissima, cosi si determina il degrado culturale. Che un artista, che come me penso abbia fatto molto in questa città e non solo, sia costretto ad andarsene è significativo e dovrebbe far scaturire domande.