Viola Graziosi: "Il mestiere dell'attore ti insegna l'umiltà di mettere da parte te stesso"

L'attrice Viola Graziosi dà voce per Audible a due romanzi di Sibilla Aleramo e a 'Lea Garofalo' e 'Biancaneve nel Novecento'

Viola Graziosi

Viola Graziosi

Giuseppe Cassarà 9 marzo 2021

Il prossimo 27 marzo, a meno di grosse e spiacevoli sorprese, i teatri, come anche i cinema, dovrebbero riaprire, consentendo agli italiani di tornare in sala dopo mesi e mesi di stop a causa del Covid-19. Una notizia che ci rallegra, ma che vuol dire tante cose diverse per realtà differenti come sono cinema e teatro: se per i primi riaprire è più ‘facile’, i teatri non proiettano gli spettacoli su uno schermo. E i palchi sono vuoti da troppi mesi per poter rianimarli con uno schiocco di dita.

Per questo Viola Graziosi, sa che la semplice riapertura non basta: “Bisogna prima di tutto verificare se è vero” spiega, e pensando all’anno appena trascorso non si può che darle ragione. “Bisogna vedere se ce lo potremo permettere”, continua, “e comunque, i teatri non sono solo dei luoghi fisici. Non è l’edificio che fa il teatro, ma gli attori che lo animano, gli spettacoli che viaggiano. Non si potrà andare in tournée, per ovvie ragioni, e sono mesi che gli attori non salgono sul palco davanti a un pubblico".

“Non fraintendermi” specifica, “sono contenta della riapertura. E ci sono molti spettacoli che sono stati provati all'interno dei teatri chiusi e sono fermamente convinta che il teatro debba diventare una casa che accolga pubblico e attori, una 'cura' per l'anima che non può essere guarita dal vaccino. È un primo passo, e sicuramente ripartiremo. Ma serve sostegno, e volontà di capire l'importanza che ha la cultura per la nostra società così ferita".

Una delle ultime volte che abbiamo parlato, eri impegnata nella lettura di alcuni audiolibri. Un impegno che continua...

Si, ultimamente ho avuto il privilegio di dare voce per Audible a due libri di Sibilla Aleramo, ‘Una donna’ e ‘Un viaggio chiamato amore’. Poi, sempre per Audible, a Marika Demaria che racconta ‘La scelta di Lea. Lea Garofalo. La ribellione di una donna alla ‘Ndrangheta’. E in questo momento sto dando voce ad un’altra autrice italiana, tra le migliori che abbiamo in Italia: Marilù Oliva che è candidata allo Strega con ‘Biancaneve nel Novecento’.

I libri di Sibilla Aleramo sono un romanzo e un epistolario. Per quest’ultimo caso, è stato più difficile dare voce a un lato più ‘intimo’ dell’autrice?

Sibilla Aleramo è una voce, una scrittrice straordinaria e anche ‘Una donna’, sebbene sia un romanzo, è un’esperienza molto intima. La sua scrittura palpita nelle pagine del racconto di questa donna dei primi del ‘900, antesignana del femminismo, che mette in atto un’incredibile, dolorosa, passionale e meravigliosa ricerca di sé stessa. Per dare voce a un personaggio così, per liberare una tale potenza scrittura solo attraverso la parola, devi scendere molto in profondità.

Per quanto riguarda ‘Un viaggio chiamato amore’ il percorso è stato simile: si tratta di uno scambio di lettere tra Aleramo e il poeta Dino Campana, artista geniale ma uomo terribile. I due ebbero una storia d’amore passionale, tormentata, violenta (per questo dico un uomo terribile...) e alla fine emerge potente un desiderio di salvezza. È stata una responsabilità, per me, leggere questo testo, perché la scrittrice non raccontò mai questa storia e la affidò solo a questo epistolario, di cui consentì la pubblicazione due anni prima di morire. È quindi un testo ‘intimo’ ma la lettura di un testo non proprio lo è sempre.

In che senso?

Perché come fai a trovare la voce giusta? Come fai a diventare invisibile dietro il testo pur essendo molto presente, perché è la tua voce quella che il lettore sentirà? Ci vuole molta umiltà per leggere un testo senza il supporto del corpo, umiltà di fronte qualcosa di cui tu, attore, sei un intermediario. Devi farti parola di qualcun altro, accogliere l’altro. È la voce dell’autore non si manifesta: devi cercarla tu. Devi far vibrare la tua anima con un’altra, racchiusa in quelle pagine. Per un attore è un’occasione bellissima.

Ti capita mai di non riuscire a trovare sintonia con ciò che stai leggendo?

Certo, è capitato. In fondo, anche quello è lavoro e per portarlo a termine devi silenziare quella parte di te che esprime giudizi.

Un esercizio che dovrebbero fare molti, non certo solo gli attori...

Per un attore è più semplice, perché il nostro mestiere è proprio questo, accogliere anime diverse dalle nostre. Ripeto, puoi riuscirci solo con grande umiltà e soprattutto non devi porre resistenza a ciò che stai leggendo, interpretando, vivendo. Anzi, proprio quando senti che dentro di te sta montando una resistenza, devi andare fino in fondo perché sai che da quella esperienza puoi trarre qualcosa di nuovo, qualcosa di te che magari non conoscevi. Stare nella propria ‘confort zone’ è semplice, confrontarsi con qualcosa di sconosciuto o opposto a noi, quello richiede impegno.

È un atteggiamento che può tornare utile anche nella vita quotidiana, specie di questi tempi?

Questo virus ci ha messo di fronte a un’esperienza umana con cui tutti abbiamo dovuto confrontarci. Qualcosa di sconosciuto e spaventoso che però non possiamo evitare, non possiamo non affrontare. E allora bisogna tentare di trarne qualcosa. Non di buono o di cattivo, questi dualismi non hanno molto senso; qualcosa di diverso, di nuovo. Questa ‘terza via’ è la via dell’accoglienza, della conoscenza attraverso cui puoi meglio comprendere il mondo e ciò che ti circonda. Senza emettere giudizi, limitando a mettere insieme i pezzi, giorno dopo giorno. E alla fine, scopri l’umanità anche in ciò che pensavi essere così distante da te.

Per quanto riguarda gli altri due libri, ‘Lea Garofalo’ è ‘Biancaneve nel Novecento’. Tutti personaggi femminili, con storie non semplici.

Ho trovato grande simmetria tra la protagonista di ‘Una donna’ e Lea Garofalo: Aleramo racconta soprattutto l’estrema solitudine delle donne, una solitudine che può generare contraddizioni, sulle quali la scrittrice emette giudizi impietosi. Anche Lea Garofalo è una donna che ha vissuto nella solitudine. Ha deciso di strappare le sue radici con la famiglia criminale, di testimoniare contro la sua famiglia, la ‘Ndrangheta. La sua è una storia tragica perché alla fine di tutto, dopo aver sacrificato persino la sua vita, cosa è rimasto? Per quale ragione questa donna coraggiosa ha scelto di mettersi in pericolo?

Che risposta ti sei data?

Che da un seme può sempre nascere, un giorno, una quercia. È questo ciò che io credo, ciò in cui ho fede: che niente è inutile e tutto può crescere e diventare qualcosa di vivo e meraviglioso. Il gesto di Lea Garofalo è stato piantare questo seme, ma prendercene cura sta a noi.

Divulgare queste storie, raccontarle, farle conoscere. Non impedire alla vita di andare avanti, alle anime degli esseri umani di manifestarsi. Questo è il modo per non perdere il significato dei gesti come quello di Lea Garofalo. Raccontarli, lasciare che mettano radici.

Infine, ‘Biancaneve nel Novecento’, di Marilù Oliva. Qui le voci di donne da ritrovare sono due...

E di due generazioni diverse. Sono due donne, una più giovane e un’altra, più anziana, che ha vissuto la terribile esperienza dei lager. Bianca e Lili hanno avuto vite diverse ma si somigliano nel disagio sottile con cui affrontano il mondo e la vita. Entrambe nutrono un desiderio di annullarsi e devono fare i conti con questo impulso autodistruttivo che viene da lontano, dalle loro storie, così distanti e così vicine. In questo senso, la scrittura di Marilù Oliva è compassionevole verso di loro e verso noi stessi, ci permette di sanare le nostre ferite, ci consente di ricominciare.

E da dove si ricomincia?

Come abbiamo detto prima, dalla curiosità del vivere. Dal non lasciare che gli eventi ci annullino, ma vivere attraverso essi.

Una delle due protagoniste è una donna anziana, l’altra più giovane. Pensi che questo atteggiamento sia più ‘semplice’ per diverse generazioni?

Paradossalmente, i più giovani e i più anziani hanno un vantaggio: da un lato quello di avere poca esperienza della vita, e dall’altro quello di averne tanta. Siamo noi ‘di mezzo’ a sentirci persi, la maggior parte delle volte. Noi siamo quelli che hanno più probabilità di smarrire noi stessi.

Ci vuole molta umiltà per accettare che il mondo non inizia e non finisce con noi. Ma è il primo passo per la ‘terza via’ di cui parlavamo prima. Quella del non-giudizio, quella dell’ascolto, dell’accoglienza e della comprensione. La rabbia, il rancore e l’odio fin questi tempi nascono da questa impossibilità all’accoglienza, dal fatto che abbiamo smarrito la nostra umanità. Dobbiamo tornare a prenderci tempo. So che sembra un controsenso, perché è un anno che il nostro tempo, le nostre vite, sono come sospese. Ma, almeno secondo la mia esperienza, non tentare di dare un senso, un’etichetta alla vita ma lasciare che questa scorra, si sedimenti, manifesti il suo senso, è un modo per comprenderla meglio. Ma dobbiamo concedere a noi stessi questo tempo, il tempo necessario per comprendere il presente.