L’immagine nello specchio: Massimo Popolizio porta in scena “Un nemico del popolo” di Ibsen

Il testo, d’una modernità sconcertante, intessuto di dialoghi graffianti ed arguti tipici dello stile del loro autore, solleva numerosi interrogativi sui pilastri fondanti della civiltà occidentale

Massimo Popolizio

Massimo Popolizio

GdS 3 febbraio 2020
di Giuseppe Costigliola 
L’arte è uno specchio. Ci pone davanti la nostra immagine, come specie e come individui. E l’immagine che rimanda l’opera di Henrik Ibsen è terrificante.
Si prenda “Un nemico del popolo”, dramma composto nel 1882, la cui prima andò sulle scene al Christiania Theater di Olso il 13 gennaio 1883. La trama è semplice: una piccola cittadina di provincia, che vive e prospera grazie ad uno stabilimento termale. Un giorno il medico dello stabilimento, il dottor Stockman, scopre che le falde acquifere che confluiscono nella stazione termale sono altamente inquinate a causa di scarichi industriali. La salute pubblica è a rischio, e il medico decide di avvertire la popolazione. Ma il sindaco della cittadina, fratello del dottore, abile sofista e capo dell’accolita di politici e proprietari che gestiscono da sempre il potere nonché comproprietari delle terme, decide di insabbiare il caso e con l’aiuto della stampa locale e della “maggioranza compatta” della classe media boicotta ferocemente il fratello. Il dottore le prova tutte per comunicare il pericolo ai suoi concittadini, convinto di essere nel giusto, ma scoprirà a sue spese l’iniquità dei potenti, che sfruttando l’ignoranza “del popolo” e con le armi affilate del prestigio, del denaro e della demagogia gli aizzano la cittadinanza contro. Stockman si ritrova così senza lavoro, umiliato ed esiliato nel proprio paese: dunque, “nemico del popolo”. Pur sconfitto, decide, costi quel che costi, di non arrendersi, accettando ed abbracciando un destino di solitudine nel nome della ragione e della verità.
Il testo, d’una modernità sconcertante, intessuto di dialoghi graffianti ed arguti tipici dello stile del loro autore, solleva numerosi interrogativi sui pilastri fondanti della civiltà occidentale: la giustizia, l’uguaglianza, la democrazia come somma forma di governo. Non è di semplice allestimento, anche perché i personaggi potrebbero tendere ad un appiattimento allegorico: l’incarnazione dell’uomo di scienza che crede fermamente nella ragione e nella verità ma del tutto sprovveduto riguardo alle dinamiche sociali e antropologiche; il rappresentante del potere politico-finanziario che col suo gretto egoismo e l’assoluto spregio verso la cosa pubblica assomma in sé quanto di peggio la comunità umana possa esprimere; il rappresentante della classe media, un borghese ipocrita e altrettanto strafottente verso tutto ciò che esuli dal suo interesse e dal suo mondo meschino; il direttore del giornale, simbolo d’una stampa asservita al potere di turno, e così via.
Questa difficoltà viene superata dalla messa in scena del classico ibseniano (rappresentato al Teatro Argentina di Roma a gennaio, e a febbraio al Piccolo Teatro Strehler di Milano) di Massimo Popolizio, che interpreta il dottor Stockman e ne cura la regia. Grazie al lucido lavoro sul testo, ridotto dai 5 atti originali ad un lungo atto unico con attente sottrazioni e qualche aggiunta (come l’ambientazione in un’immaginaria contea americana del sud: accenno ironico a quella che è considerata la “patria” della democrazia?), affiancato da un agguerrito cast di attori, cui si segnala per incisività e realismo Maria Paiato nella parte maschile del sindaco della cittadina fratello di Stockman, Popolizio riesce a trasmetterne le complessità, a coglierne l’attualità dei temi: le distorsioni cui è soggetta la democrazia, la manipolazione dell’informazione, le perverse dinamiche della ricerca del consenso popolare, la sconfitta dei principi di verità e giustizia di fronte agli interessi di parte, l’emergenza ambientale.
Tutto ciò passa, con una recitazione che privilegia il lato grottesco e ironicamente comico (forse a tratti a discapito del rigore drammatico del testo), una scenografia (curata da Marco Rossi) dinamica e snella, che con grandi secanti verticali dividono in settori il palco addobbato con sole sedie e tavoli, le luci (di Luigi Biondi) fredde ed essenziali, vicine al naturalismo del testo, ai costumi altrettanto naturalistici.
D’altra parte, sono due anni che l’attore genovese porta avanti l’inquietante viaggio etico-politico di Stockman e il dramma morale che lo pervade, rappresentandolo nei teatri d’Italia. Nella scorsa stagione si aggiudicò il “Premio Ubu” come miglior spettacolo dell’anno, le repliche furono 31, oltre 17.000 gli spettatori, una produzione del Teatro di Roma che ha saputo creare un durevole successo di pubblico e di critica. Merito certo d’un testo potente e dalle molteplici risonanze (la traduzione italiana è di Luigi Squarzina), ma certo anche di un’attenzione alle sue profondità psicologiche individuali e collettive (la riflessione sulla psicologia di massa anticipa i tanti studi antropologici del Novecento su quel tema).
E il pubblico, che assiste con animo sospeso, si ritrova davanti ad uno specchio, che raffigura lui stesso e la tremenda realtà che tutti giorni vive, e che si ostina a cancellare sovrapponendovi un immaginario che quella realtà gli renda più vivibile. E chiudendo così gli occhi si rende connivente dell’oltraggio, dell’usurpazione, dello sfruttamento ad opera degli scaltri e degli immorali. Mentre i pochi che hanno il coraggio di tenere l’occhio fermo su quello specchio, di scorgervi quello che esso davvero riflette, sono condannati allo spregio, all’esilio, alla solitudine. Ma ad una solitudine che è destino dei forti, dei puri di spirito, di coloro che, malgrado tutto, credono in una verità, e nella ragione, al di sopra di ogni sporco calcolo, di ogni meschina convenienza: “Chi si batte per la verità è solo ma è forte, e i forti devono imparare a stare soli”.
Con queste parole termina lo spettacolo, con Stockman-Popolizio che, dopo aver respinto irremovibile i tentativi di corruzione ad opera persino del suocero, lascia simbolicamente la famiglia che pure, unica, lo ha sostenuto, traversando in verticale il palco in una scena dalla nuda essenzialità, via da noi che lo guardiamo allontanarsi con passo malfermo eppure deciso, radioso nel suo rigore morale che solo può salvarci.