Carlo Buccirosso, il volto gentile del teatro e del cinema

In tournée con "Colpo di Scena", l'attore racconta del suo teatro e dei suoi ruoli più famosi al cinema, nei film di Paolo Sorrentino

Carlo Buccirosso

Carlo Buccirosso

GdS 3 dicembre 2018

di Stefano Pignataro 


Attore pacato, lo conosciamo per via dei suoi ruoli in pellicole comiche di successo quali L’amico del cuore”; “Amore a prima vista” dell’amico Vincenzo Salemme o “In questo mondo di ladri” ed il fortunato sequel del cult movie di Steno “Febbre da cavallo-la Mandrakata “ diretti dal compianto amico Carlo Vanzina. Ma l’attore napoletano Carlo Buccirosso, classe 1954, dimostra la sua versatilità non solo nei ruoli comici dando volto e corporalità al lato “troppo buono” del borghese onesto troppe volte ingannato e truffato, ma soprattutto in ruoli storicamente drammatici. A segnarlo principalmente è stata l’interpretazione di Cirino Pomicino nel film di Paolo Sorrentino su Giulio Andreotti “Il Divo”. Carlo Buccirosso è in tournée con il suo spettacolo “Colpo di scena”, rappresentazione scritta e diretta da lui stesso: un Vice questore conduce le sue indagini con zelo e dedizione grazie anche alla squadra di validi collaboratori che lo circondano. La sua perfetta organizzazione mentale e fisica verrà improvvisamente meno e sarà costretto a trovare un capro espiatorio.


Il 1 ed il 2 dicembre “Colpo di scena” è stato in programmazione al Teatro delle Arti di Salerno, sotto la direzione artistica di Claudio Tortora. L’attore napoletano, prima dello spettacolo, ha volentieri incontrato gli allievi della scuola di teatro del Delle Arti diretta dal regista Antonello Ronga.


Buccirosso, i film ed i personaggi di Carlo Vanzina ricalcano quelli del padre Steno e, forse, anche i personaggi sfortunati dei film del primo Monicelli. I ladruncoli dei “Soliti ignoti” possono essere paragonati a quelli de “Febbre da Cavallo?”


Sicuramente. Anche in “Caccia al tesoro”. “Caccia al tesoro”, “Febbre da Cavallo-La mandrakata” sono tutti film che si ricollegano a quello stile, lo stile di Steno, ai film in bianco e nero di quell’epoca meravigliosa che non tornerà mai più; film che io ancora vedo con grande gioia ma anche di grande malinconia. Erano tempi di benessere ma anche di molta tristezza e benessere e tristezza si notano in questi film. Carlo Vanzina aveva avuto il grande merito di aver fatto rivivere questa epoca, anche con il film “Sapore di mare”. Ci sono stati questi “sapori” di un cinema che non c’è più, ma non era un volgare copiare. Era una tradizione studiata e trasformata. Anche io, con il teatro, metto in scena la tradizione del teatro in chiave moderna. Qualcuno mi ha detto che nel mio teatro vede lo stile di Eduardo: fatte le dovute proporzioni, io posso dire che nel mio teatro parlo della famiglia ed Eduardo dedicava sempre riflessioni al tema della famiglia.


Anche io, nel mio teatro, ci tengo a parlare di famiglia e di problemi familiari. In questo la tradizione del teatro napoletano la metto in atto, la proseguo.


Ha parlato di Eduardo…quali sono i suoi modelli di oggi e di ieri?


Non è per falsa modestia, ma non ho avuto modelli ben precisi.


Le rigiro la domanda: esiste un rapporto napoletanità e romanità per rinvenire un modello comune? Mi viene in mente il Suo personaggio interpretato ne “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino..


È l’aspetto forse più interessante de “La grande bellezza”; la descrizione che vi è della società in quel salottino piccolo borghese. E’ stata la parte di quel film che mi è piaciuta maggiormente, uno dei pezzi più belli. Io in quella scena parlo pochissimo, di fatto parla solo Jep-Toni. Io interpreto questo imprenditore di giocattoli amico di Jep, amico-confidente. Con pochissime battute il mio personaggio è stato notato, anche con poche controscene e piani di ascolto e questo è molto importante nel cinema. A volte nel cinema succede questo: si interpreta un personaggio cardine e non si viene notato e viceversa.


Peppe Barra, in diverse sue interviste, è molto pessimista riguardo la situazione della cultura a Napoli e di come la città potesse fare molto di più per salvaguardare, diffondere e sistemare il suo notevole patrimonio culturale ed artistico. Qual è la Sua opinione in merito?


Più che la cultura che deve salvare Napoli, sono i cittadini stessi che devono difendere la città, la devono difendere da tutto, non l’hanno mai fatto sin dall’inizio. Devono darsi, come si dice “una regolata”, devono difendere Napoli. La cultura, certo, può dare dei privilegi, può essere una potenzialità, però va difesa anche la cultura stessa perché se lo Stato o la Giunta comunale non difende la cultura e non si interessa ad essa, non si può agire .


Dove va il teatro napoletano?


Guardi, non saprei. Le posso dire dove va il mio, di teatro. Dalla parte della socialità, vale a dire parlare dei problemi di oggi in chiave divertente ed ironica. Non sono assolutamente per la comicità fine a se stessa.