Giovane Criminale: un inno al teatro

Sasà con questo monologo si rivolge direttamente al pubblico. Testimonia in carne ed ossa che in un ambiente di degrado come il carcere, terreno fertile per la malavita

Salvatore Striano

Salvatore Striano

GdS 2 dicembre 2018

di Chiara D'Ambros


Si è concluso lo scorso 30 novembre l’ottava edizione di “Tutto esaurito”, un mese del teatro a Rai Radio3, a cura di Antonio Audino e Laura Palmieri.


A chiudere la ricchissima rassegna teatrale radiofonica che ha proposto 30 lavori teatrali, uno per ogni giorno del mese di novembre (tutti riascoltabili e scaricabili sul sito di radiradio3 https://bit.ly/2U7t4XK) , lo spettacolo “Giovane Criminale” scritto, diretto e interpretato da Sasà, Salvatore Striano, trasmesso in diretta dalla sala A di via Asiago in Roma.


Un racconto tagliente, ispirato dal monologo scritto da Jean Genet, in cui Sasà ripercorre alcuni momenti della sua vita segnata da continue entrate e uscite dalla galera sin da quando era giovanissimo, finché non ha incontrato il teatro grazie ad un progetto di Teatro in Carcere.


Sasà con questo monologo si rivolge direttamente al pubblico. Testimonia in carne ed ossa che in un ambiente di degrado come il carcere, terreno fertile per la malavita, “il teatro ti mette al mondo perché ti insegna delle regole di interazione, di come abitare lo spazio rispettando l’altro”. Aveva iniziato a delinquere nei quartieri spagnoli di Napoli sin da bambino, tante volte era entrato e uscito dalla galera e ogni volta usciva peggio di quando era entrato finché non gli hanno dato un copione teatrale in mano. Quella è stata l’ultima volta che lui è entrato in carcere da detenuto. Ora ci entra spesso per testimoniare l’importanza della letteratura, della poesia, del teatro, forse per cercare di scalfire quello che lui stesso definisce “un mostro che forma chi una volta uscito viene a farvi del male”.


“Quel copione mi ha salvato la vita” si è sostituito a una vita terribile ma affascinante, perché “chi commette un crimine insegue un sentimento del romanzesco senza mai aver letto un romanzo”, quello che ti dà potere, un senso di importanza cui il carcere non ti fa riconoscere la brutalità, la bestialità dell’esistenza che stai conducendo, anzi spesso te la rende ancora più inesorabile e scontata. Il carcere a quella vita troppo spesso oppone solo “guardie ridicole”, talvolta esse stesse violente.


“Quando entri in carcere ti chiedono sempre cosa hai fatto mai perché”, dice Sasà all’inizio del suo racconto che si dispiega in scena con naturalezza e non senza emozione. Un contesto di degrado e violenza, genera degrado e violenza, dentro e fuori dal carcere.


Uno spettacolo importante più che mai in questo momento in cui sembrano alzarsi venti di giustizia più legati alla forza che all’umanità. Tanto che si parla a livello istituzionale di legalizzare le armi per legittima difesa, di presenza maggiore di polizia e forze dell’ordine per una maggiore sicurezza mai di maggiore istruzione, di progetti socio-culturali e di sostegno economico per trasformare aree e quartieri malfamati, mai di promuovere un’alternativa per chi ha come colpa originaria l’essere nato in contesti disumani dominati dalla malavita spesso ben organizzata.