L'epica di Peter Brook non guarda al colore della pelle e affascina

Temi immensi, come l'incesto, la punizione, la salvezza, in "The Prisoner" del regista e di Marie-Helène Estienne al RomaEuropa festival

"The Prisoner" di Peter Brook e da Marie-Hèlène Estienne Foto © Simon Annand

"The Prisoner" di Peter Brook e da Marie-Hèlène Estienne Foto © Simon Annand

GdS 17 ottobre 2018

Chiara D’Ambros
Scena scarna, abitata da tronchi e rami secchi e sassi, l’unico effetto prodotto dalle luci è quello dello scandire il passare del tempo, di un susseguirsi di giorno e della notte che diventano anni. Tanti sono quelli che impiega il protagonista Mavuso interpretato dall’attore dallo Sri Lancan Hiran Abeysekera per “riparare” in "The prisoner" di Peter Brook, che firma questo spettacolo assieme alla sua assistente Marie-Helène Estienne e in scena per il RomaEuropa festival al Teatro Vittoria della capitale fino al 20 ottobre.
Ha ucciso il padre, dopo averlo trovato a letto con la sorella che entrambi amavano. Mavuso viene arrestato ma lo zio chiede la conversione della pena e ottiene che il ragazzo venga portato nel deserto, davanti a una prigione, e possa scegliere se scappare o stare a guardare il carcere per espiare la sua pena.
Temi immensi quelli che emergono da una narrazione epica che si fa corpo, voce e occhi attraverso gli attori. Indimenticabile lo sguardo di Mavuso. In un momento guarda la prigione, davanti a lui, guarda il pubblico. Silenzio. Un silenzio che dura e vorresti non finisse, e che al di là della bellezza dell’azione scenica suggerisce la profonda necessità dello stare, del silenzio necessario per comprendere.
Nel suo stare su quella collina davanti alla prigione, Mavuso testimonia che la trasformazione e la comprensione del proprio errore è tanto più forte quanto più nasce da una elaborazione interna, non tanto dalla costrizione esterna che genera tra l’altro un sistema malato. L’immenso tema della giustizia e della pena si incarna in una vita lasciata a se stessa nel deserto. Nessun agente esterno può portare ad una comprensione profonda quanto un’elaborazione interiore. La forza di questo processo è sconvolgente per il sistema dominante.
Lo testimoniano le guardie stesse del carcere che, vedendo Mavuso per mesi e anni sulla collina, lo esortano ad andarsene perché destabilizza l’equilibrio sia del villaggio limitrofo che del carcere: “tu disturbi il sistema” gli dirà una guardia. È un boscaiolo che è stato assunto dal carcere perché tanti tronchi aveva tagliato nella vita, quindi sapeva usare l’ascia e serviva qualcuno la usasse per tagliare teste. La naturalezza con cui vengono espressi elementi “normali” del sistema ne svelano la grande disfunzionalità.
Un intreccio di visioni culturali differenti dirompono nel racconto, incarnate anch’esse dal cast multi etnico. Lo zio che non a caso si chiama Ezechiele, interpretato da Hervé Goffings veglia sulla sua famiglia, sull’amore tra la nipote, interpretata da Kalieaswari Srinivasan, e suo fratello da cui lei avrà un figlio che anche se non accettato da molte culture, Ezechiele aveva riconosciuto essere autentico. Veglia sul nipote Mavuso che solo dopo anni che la prigione verrà distrutta lascerà quella collina.
Conosciamo questa storia perché una donna bianca, giunta all’età della maturità, trovandosi a contemplare la natura si interroga su cosa ci sia oltre la quotidianità, tra varie persone che incontra lo chiede a Ezechiele, e lui la manda da Mavuso. Gli incontri di lei con Mavuso restano senza risposta. Interessante la dimensione narrativa che lei assume in scena. Racconta come se gli eventi fossero passati e nell’incontrare i personaggi resta in una duplice veste di narratrice per il pubblico, e di interlocutore con i personaggi in scena. Questo doppio livello del racconto lo rende ancora più epico e rompendo la quarta parete attraverso una recitazione scarna ed essenziale, avvicina il pubblico alla storia lo comprende, come sempre accade nel teatro di Peter Brook.
Applausi, anche gli attori applaudono. Si accendono le luci in sala ma non cala il sipario sulle grandi domande immortali poste sulla scena con essenzialità e assieme verità scomoda, che appartengono al mito e risuonano in ciascuno, indipendentemente dal colore della pelle, dalla cultura.