Benigni: “Dante parla a tutte le fedi, non è poeta solo cristiano”

Un convegno ad Apiro e Jesi sulle letture dantesche dell'attore. Lo studioso Joffa: erede anche di Pasolini e Dario Fo

Roberto Benigni al Teatro Pergolesi di Jesi. Foto Stefano Binci

Roberto Benigni al Teatro Pergolesi di Jesi. Foto Stefano Binci

GdS 8 ottobre 2018

Stefano Miliani
“Dante non è un poeta cristiano. Credeva in Dio” tuttavia definirlo poeta cristiano equivale ad “abbattere la sua universalità, parla a tutte le fedi”. Lo ricorda Roberto Benigni nel magnifico Teatro Pergolesi di Jesi mentre spiega al pubblico la sua lettura del Canto XXVI dell’Inferno suggellando i due giorni del convegno internazionale di studi marchigiano non sull’Alighieri quanto sulle “Letture dell’inferno di Roberto Benigni” tenuto ad Apiro sabato e nella cittadina dove nacque Pergolesi domenica. Con fior di dantisti chiamati a raccolta da Franco Musarra, professore emerito di letteratura italiana all’Università Cattolica di Lovanio, con le due amministrazioni comunali e la Fondazione Pergolesi Spontini.
Il ventiseiesimo è il canto su “coloro che hanno usato l’ingegno per frodare gli altri, come Ulisse con il cavallo di Troia che è un colpo basso”, coloro che “hanno peccato usando la nostra parte più alta che ci somiglia a Dio e per contrappasso sono nascosti dalla luce, dalla fiamma dell’ingegno”, continua l’attore sulla parte del poema in cui Dante e Virgilio incontrano Ulisse, l’uomo che ai compagni dirà “fatti non foste per viver come bruti” ma per cercare “canoscenza”. “Ulisse siamo tutti noi, con la nostra parte più meravigliosa, possiamo competere con Dio ma fin dove possiamo arrivare?”, domanda Benigni.
Lino Pertile: il Canto di Ulisse sui limiti della conoscenza
“Cosa è lecito fare con l’ingegno?” Stavolta a chiederlo è Lino Pertile, Research Professor al Department of Romance Languages and Literatures alla Harvard University e socio dell’Accademia dei Lincei, intervenendo proprio sul Canto XXVI, “il più bello” a suo giudizio al pari di ogni convegnista che rivendicava, scherzosamente ma non troppo, l’oggetto del proprio intervento quale vetta della Divina Commedia. “Cosa è lecito fare con l’ingegno? Siamo giustificati a qualunque conoscenza senza tener conto delle conseguenze?”, chiede Pertile e rimanda alla clonazione umana, alla tecnologia, all’uso della tecnica che ha portato tanto benefici quanto la bomba atomica. “Noi lettori dove mettiamo le nostre colonne d’Ercole oltre le quali non vogliamo andare? Non abbiamo inventato gli aerei per scagliarli contro i grattacieli”. “Ogni volta che spingiamo i confini della conoscenza siamo sotto l’ombrello di Ulisse”.
Guarda quindi un po’ fin dove portano le letture dantesche di Benigni, a quali domande filosofiche … E l’attore? Nella sua lettura del Canto “a un certo punto Benigni sparisce dalla scena, c’è Ulisse, lo lascia parlare, ne coglie lo sbigottimento e la tragedia, li esprime con una freschezza come se Ulisse fosse sprofondato ieri”, constata Pertile, “e trasforma ogni passo in una storia avvincente perché ha un senso del testo come una cosa viva”.
Stefano Jossa: “Benigni dantesco sta tra Pasolini e Dario Fo”
“Dante è un contenitore di passato, presente e futuro, è un collettore del tutto che ci mette davanti alla complessità del mondo, alla ricchezza infinita della varietà del mondo”, commenta Stefano Jossa della Royal Holloway University of London commentando Benigni lettore del Canto XXX. L’attore “mette tutto insieme grazie alla potenza evocativa di Dante e attraverso un varco, una lingua che porta con sé il tragico e il comico”, ricorda il docente di letteratura e cultura italiana nella capitale britannica. Il quale vede, nel Benigni gettatosi nel trentesimo capitolo nell’Inferno dell’Alighieri, un “livellamento della differenza fra tragedia e commedia, la mescolanza tra alto e basso, lo stesso Benigni” e il suo muovere da una tradizione anche recente e da due nomi in un certo qual modo sorprendenti: Pier Paolo Pasolini “maestro di registi” e Dario Fo “che con il linguaggio ha reinventato la dimensione narrativa del teatro”.
Benigni: “Sono un attore, non un esegeta”
D’accordo. Resta la domanda: quale limite porre, se dobbiamo porlo, alla fame di conoscenza per evitare disastri? “Dante sente che scrivendo la Divina Commedia giudica gli uomini e Dio e vuole che la virtù lo freni, si sta sostituendo a Dio e ne ha paura – chiosa Benigni prima di iniziare il XXVI Canto – Dice ‘non peccate del voler essere immortali, dovete chiedere la grazia, bisogna avere l’umiltà di chiedere”. Ma, a cappello delle due giornate di convegno, frena e vuole il suo ruolo di giullare, per quanto un giullare, come dire?, universale alla Dario Fo appunto: “Sono un attore, non un esegeta”. Gli studiosi non concordano: le sue letture dantesche sono anche interpretazioni. Lo hanno provato con le loro relazioni al convegno.