Iaia Forte e l'orgoglio forte e testardo di essere donna

L'attrice in scena con Isabella Ferrari in 'Sisters - come stelle nel buio', si racconta.Dal suo lavoro sul personaggio di Regina nello spettacolo all'atto d'amore per Elsa Morante

Isabella Ferrari e Iaia Forte, foto Pino Le Pera

Isabella Ferrari e Iaia Forte, foto Pino Le Pera

Irene Gianeselli 13 dicembre 2017

Sisters - come stelle nel buio è un testo beffardo e feroce di Igor Esposito: due donne, due sorelle, Chiara e Regina, fanno i conti con la propria solitudine e con i sogni di gloria perduti in un incubo quotidiano tossico e opprimente. Un testo senza appigli, fisicamente oltre che emotivamente impegnativo, che le due attrici in scena Iaia Forte e Isabella Ferrari, dirette da Valerio Binasco, rendono senza enfasi e con estremo equilibrio restituendo allo spettatore due figure femminili inquiete e profondamente, purtroppo, contemporanee.

Sisters, attualmente in tournée, è una occasione per incontrare Iaia Forte che in questa intervista racconta del suo lavoro sul personaggio di Regina nello spettacolo e del suo “atto d'amore” per Elsa Morante: la lettura de La Storia per Emons Audiolibri.
In Sisters tutto ruota attorno alla presenza ingombrante di un padre perduto che ha qualche cosa di Edipo, è come se voi, tu e Isabella Ferrari, foste in scena Antigone e Ismene.
Certo, hai ragione. C’è un legame fortissimo con la memoria e infatti per noi la casa in cui ci muoviamo rappresenta una sorta di luogo dell’inconscio in cui avvengono in una forma lisergica, allucinatoria conflitti e dinamiche di relazioni che comportano un “né con te né senza di te” che appartiene a molti rapporti familiari.
Queste due sorelle sono molto impegnative: Chiara (Isabella Ferrari) ha una forma di esaurimento che esplode in una fisicità legnosa mentre la tua Regina attraverso l’alcool alterna regressioni violente a infantilismi esasperati.
Sì, c’è questa nostalgia fortissima dell’infanzia, c’è l’incapacità di superare quel passaggio che porta al diventare adulti: come accade ad Arturo ne L'isola di Arturo di Elsa Morante. È un passaggio difficoltoso per ogni essere umano, lasciare le proprie isole, i propri Eden, le proprie memorie reali o immaginarie ma comunque in qualche maniera luminose che appartengono alla prima infanzia.
Come hai costruito Regina?
Ho lavorato con Binasco naturalmente e siamo partiti dall’idea di immaginare fisicamente una versione contemporanea di donna in qualche maniera trafitta, un po’ simile alla cantante Courtney Love, la moglie di Kurt Cobain. Siamo partiti da questa idea di fisicità forte e lacerata e poi Binasco, che è un grandissimo direttore di attori per cui sa fare proprio un lavoro molto profondo sulla recitazione, ci ha fatto lavorare anche in maniera strasbergiana, su memorie personali, sempre su quella relazione di ponte tra una dimensione naturalistica e una dimensione mitica. Sono state prove intense, laboratoriali, è stato un bellissimo viaggio.
Regina in particolare rispetto all’altra sorella ha uno strumento che sfonda la dimensione teatrale: il microfono.
Sì, in questa allucinazione alcoolica c’è sempre come il desiderio di trovare un pubblico immaginario a cui riferirsi, nella continua frustrazione di questa carriera interrotta precocemente, il sogno e l’idea di potere esibirsi davanti a un pubblico. Può anche essere tutto un sogno o una messa in scena quello che accade tra le due sorelle: come in una ossessione beckettiana perenne, continua, senza via di uscita. È una ripetizione meccanica di meccanismi familiari devastanti.
Siete immerse in uno spazio ben definito che però non vi lascia molta libertà, una villa isolata che lo spettatore immagina piena di stanze, di porte, come in un labirinto. Regina fa dei percorsi in scena che danno ad intendere la presenza di muri che però non ci sono fisicamente, la componente simbolica diventa fisica. Come hai lavorato rispetto alla scenografia?
Sì, anche quello mi interessa in un lavoro: mi piace l’idea di poter lavorare su una scenografia che è simile a quella dei bambini quando per gioco disegnano la casa, è pura immaginazione e permette anche allo spettatore di ricostruire e definire gli spazi in forma immaginaria. Come nel film di Lars Von Trier, Dogville.
Lo spettatore rimane un osservatore per buona metà della rappresentazione, non può entrare nella dinamica. Però quando Regina avanza verso il pubblico immaginando gli applausi, immaginando un altro pubblico pronto ad amarla e ad accoglierla, in quel momento c'è una sorta di dichiarazione di poetica e di intenti.
È così, è interessante questo avvitamento costante tra la realtà, la finzione, la rappresentazione e la verità: c’è qualcosa che per me che lo faccio non è percepibile ma che lo spettatore osserva incuriosito e questo crea un forte impatto emotivo.
Sono personaggi forti, questi, nel contesto della drammaturgia contemporanea.
È vero, di solito i personaggi femminili sono sempre più edificanti e meno patologici.
Come mai secondo te?
Perché siamo un paese cattolico quindi la donna è la madre e la madonna, non c'è alternativa.
Del resto con queste due sorelle è inevitabile una riflessione sul male che fanno certi padri, certi uomini alle figlie e alle donne. Del male che ha fatto e fa ancora certa televisione.
Sì certo, è un male attraverso tante illusioni diverse. L'illusione del successo, della visibilità. Eppure non è un elemento da sottovalutare quanto possa essere vacuo e terrificante il concetto per cui la propria identità viene definita soltanto attraverso lo sguardo altrui, questa necessità di essere riconosciuti in televisione, di essere guardati, di affermarsi solo attraverso lo sguardo degli altri.
A proposito di Antigone, il finale di Sisters è molto simile a quello della Serata a Colono di Elsa Morante: c'è una figlia ancora selvatica che invoca il nome del padre nel buio.
Naturalmente anche la Morante è una scrittrice che ha navigato intorno al tema dell’adolescenza come condizione ideale dell’anima: appunto pensiamo al personaggio di Arturo, la stessa isola di Procida in qualche maniera è una valle dell’Eden. Pensiamo a tutta la capacità incredibile di Elsa Morante, da Antigone a Useppe de La Storia, di descrivere le presenze creaturali infantili o di animali, il suo genio nello sguardo su queste figure. Sì, anche le due creature di Sisters sono due donne che si ripetono, lo dicono ad un certo punto dello spettacolo, si ripetono sempre di essere due “bravissime bambine” molto amate perché sono finite in televisione: Chiara e Regina appartengono a quella categoria di persone disturbate per mancanza d’infanzia.
Ad un certo punto sembra quasi siano una persona sola, una persona sola che agisce in una stanza della mente.
È vero.
Tornando ad Elsa Morante, citavi prima La Storia. Che incontro è stato per te questo romanzo che hai anche registrato recentemente per Emons Audiolibri?
Avevo letto e riletto La Storia, l’avevo portato in scena, avendo la possibilità di poterci lavorare in questo mio percorso sulla Morante, avendo anche lavorato su L’isola di Arturo e quindi è un romanzo che conosco profondamente e poterlo ripercorrere integralmente e compiere una registrazione è proprio una testimonianza di amore per la Morante, è stata una grande esperienza. Penso che sia un vero classico, attuale in tempi oscuri come i nostri ancora di più proprio perché la Storia in sé è una cosa permanente come lo è la riflessione su quanto le macerie di una guerra non sono solo fisiche ma anche psichiche. La Emons ha dato spazio ai nostri classici e questo è meraviglioso, perché la memoria è fondamentale e si sta perdendo. Leggevo un'intervista recente a Roth, diceva che ha deciso di non scrivere più perché ormai circolano troppe parole e non abbiamo più memoria di quello che è stato già scritto. Quindi è necessaria un’operazione di memoria a tutela dei nostri autori. Spero che La Storia avvicini i giovani e giovanissimi a questo lavoro di conservazione della memoria, è fondamentale.