Walter Cerrotta, il mestiere dell'attore alla 'prova' di Testori

Con Yvonne Capece, l'attore porta in scena ' I promessi sposi alla prova' di Giovanni Testori in programma fino al 10 dicembre al Teatro Elicantropo di Napoli

Walter Cerrotta ne 'La monaca di Monza'

Walter Cerrotta ne 'La monaca di Monza'

Irene Gianeselli 8 dicembre 2017

Walter Cerrotta, anacaprese, ha studiato canto lirico presso il Conservatorio San Pietro a Majella di Napoli con il soprano Elisabetta Fusco e si è diplomato alla Scuola del Piccolo Teatro di Milano. Durante il triennio di formazione presso il Piccolo Teatro studia con Luca Ronconi, Enrico D’Amato, Gianfranco de Bosio, Laura Pasetti, Paola Bigatto, Franca Nuti, Claudia Giannotti. Frequenta laboratori diretti da Carmelo Rifici, César Brie, Carlo Cerciello, Federico Olivetti, Bruno Fornasari e Tommaso Amadio. Scrive e mette in scena nel 2013 Save the World, produzione Napoli Teatro Festival e fonda con Yvonne Capece (S)Blocco5.


In questa intervista Walter Cerrotta racconta il suo prossimo debutto con Yvonne Capece: I promessi sposi alla prova di Giovanni Testori sarà in scena fino al 10 dicembre al Teatro Elicantropo di Napoli e a Milano ad aprile 2018 al Teatro Fontana in dittico con l'altro lavoro testoriano della Compagnia, La monaca di Monza.


 


Come hai cominciato a fare teatro e come è nato il tuo progetto con Yvonne Capece?
Non ho cominciato per caso. Ho provato con lo sport, la musica, la pittura… ma niente mi ha dato quella sensazione benefica e appagante che invece provo nel fare teatro. Quindi il teatro è arrivato dopo “averle provate tutte”: ho scelto il teatro. Volevo fare il cantante lirico e ho cominciato a studiare in conservatorio, poi sono stato preso alla Scuola del Piccolo Teatro di Milano e ho abbandonato l’Opera. Ho conosciuto Yvonne 14 anni fa al laboratorio del Teatro Elicantropo di Napoli: abbiamo cominciato a recitare insieme negli spettacoli di Carlo Cerciello e da lì non ci siamo più separati. Con gli anni è nata la voglia di creare insieme, di condividere un progetto, di stare sul palco fianco a fianco.


Dopo La Monaca di Monza perché avete scelto di lavorare su I Promessi Sposi Alla Prova?
Credo sia stata una scelta dovuta, La Monaca di Monza ci ha dato la possibilità di conoscere Giovanni Testori uomo, volevamo incontrare Giovanni Testori uomo-di-teatro: Marianna de Leyva ci ha raccontato molto di Giovanni, ci ha fatti entrare nel suo universo personale ed emotivo; il Maestro de I Promessi Sposi alla Prova ci ha presentato Testori, ci ha spiegato cosa è “fare teatro”.


Come avete impostato la lettura del testo e dunque come lo renderete registicamente e attorialmente?
Abbiamo trasformato questo capolavoro per denunciare l’incertezza, lo sconforto e l’inquietudine di fronte alla difficile scelta di fare teatro oggi. Abbiamo ridotto il numero dei personaggi a due e abbiamo soppresso la figura del Maestro, evidenziando questa assenza: indubbiamente una scelta estrema, ardita sia sul piano testuale che su quello registico, un tradimento dell’opera testoriana che, ci sembra, dia ancor più lustro e importanza alla figura pedagogica dell’insegnante-regista. Il centro concettuale della regia è questo: l’assenza di un punto di riferimento per i due interpreti, che si vedono costretti a cavarsela da soli, pur non sentendosi pronti a farlo. In scena abbiamo pochi elementi, il più importante è un taccuino di appunti abbandonato lì dal Maestro e un quadro dal titolo LA SPERANZA, quella che serve a guardare al futuro, a non cedere nei momenti di smarrimento. La prova dello spettacolo sarà una prova esistenziale attraverso la quale i due interpreti cercheranno se stessi, come attori e come uomini. Sul piano della recitazione sottolineiamo i tentativi dei protagonisti di costruire i personaggi, ricordare le battute, entrare nell’atmosfera delle scene. Abbiamo scelto quindi di concentrare la drammaticità sugli attori, mentre i personaggi del romanzo vivono il loro dramma con una nota di leggero distacco.


Che tipo di attori dovrete essere per affrontare Testori?
L’attore descritto da Testori ne I Promessi Sposi alla Prova è un attore molto consapevole, estremamente intelligente nell’utilizzare la parola e che si affida unicamente ai suoi mezzi espressivi per far nascere e vivere la scena. Il Maestro insegna ai suoi allievi a non rifugiarsi in facili “trucchi e trucchetti” (scenografia, luci, costumi, musica etc etc) per risolvere i nodi drammatici dello spettacolo. Il nostro allestimento si pone questo interrogativo: quanto è difficile e quanto è possibile per un attore e per il teatro di oggi rispettare questo modello testoriano? Il teatro al quale siamo abituati nel 2017 è sempre più un teatro di immagine, visivo, fisico e dove spesso la funzione della parola è fortemente ridimensionata. Noi abbiamo scelto, perciò, di inserire suggestioni e citazioni proprie del “teatro di oggi”, per mostrare come l’attore di oggi si incontri o si scontri con l’attore che Testori chiede di essere.


La crisi di due giovani che non hanno punti di riferimento: in che modo Testori diventa vostro Maestro?
In questa fase della nostra scelta creativa la parola, la lingua, il testo, hanno una valenza fondamentale e Testori rappresenta certamente un punto di riferimento assoluto per chi, come noi, ha voglia di misurarsi con una drammaturgia alta, complessa, ricca. Recitare La Monaca di Monza e I Promessi Sposi alla Prova ci ha fatti crescere come attori, soprattutto perché abbiamo dovuto attingere a corde espressive non immediate, non scontate: la ricerca, la spinta a migliorare la dobbiamo a chi questi testi li ha pensati e scritti; ecco come il Maestro retrocede fino al punto d’origine, fino all’autore che lo ha creato.


Esistono ancora i Maestri?
Assolutamente sì! Io stesso ho avuto la fortuna di studiare recitazione e canto con maestri eccezionali, ai quali sarò sempre grato: ogni apprezzamento che ricevo oggi è un plauso al loro lavoro, al loro progetto su di me! Quello che a mio avviso oggi, spesso, manca è una figura che dopo il percorso di formazione sia di sostegno e guida: dopo l’accademia, per la maggior parte di noi, si è aperto un vuoto, un baratro che indubbiamente spaventa e può bloccare. Oggi fare teatro è diventato un mestiere da “single”, si ragiona troppo per sé e in maniera molto ego-riferita; ma io ho sempre creduto e sperato nella costruzione di una rete, di una realtà in cui ci si può dare forza a vicenda e in cui lo scambio creativo è fondamentale: non mi interessa lavorare da solo.


Qual è stato il percorso che vi ha portati ad arrivare a questa fase della vostra ricerca attoriale?
È stato un percorso non calcolato, in un certo senso casuale. Per programmazioni didattiche inerenti ai corsi di teatro di (S)Blocco5 (la nostra associazione con sede a Bologna) ci siamo imbattuti ne La Monaca di Monza; siamo rimasti talmente suggestionati dalla lingua nella quale Testori esprimeva la violenza e il dolore dei personaggi, da iniziare uno studio sulla sua drammaturgia di tematica, per così dire, manzoniana (che oggi si completa appunto con I Promessi Sposi alla Prova). Tale studio ci ha accompagnati per più di tre anni; da allora ci siamo confrontati come attori con un teatro estremamente – e anche eticamente – incentrato sulla parola. L'ho già detto, in un’epoca nella quale siamo abituati a vedere e praticare soprattutto “teatro di immagine” e dalle connotazioni fortemente fisiche, esprimere la nostra attorialità su un piano quasi esclusivamente sonoro e linguistico è stato un esperimento e uno studio complesso ma utilissimo, che ha condizionato fortemente, e felicemente, il punto al quale siamo arrivati oggi nella nostra ricerca di attori e la nostra visione del teatro.