Eugenio Barba: noia e mediocrità uccidono il teatro

Il regista e autore teatrale ha pubblicato con Nicola Savarese un libro sull’attore che non è solo per addetti ai lavori. «Chiunque può fare teatro purché abbia una volontà di acciaio»

Eugenio Barba

Eugenio Barba

Irene Gianeselli 6 novembre 2017

Eugenio Barba e Nicola Savarese hanno da poco pubblicato I cinque continenti del teatro. Fatti e leggende della cultura materiale dell’attore (Edizioni di Pagina, pp. 408). È un libro per tutti, non solo per addetti ai lavori. È un libro che somiglia ad un prisma e stimola il desiderio e l'ambizione di ricerca di chiunque lo abbia tra le mani: racconta, spiega, rimanda, mostra, svela. Dice lo stesso Barba presentandolo: «Da dove vengo? Chi sono? Dove vado? Per rispondere a queste domande dobbiamo rivedere da un'altra prospettiva le innumerevoli forme, esperienze, reperti e misteri che la storia della nostra professione ci tramanda. È l'unico modo di costruirci una bussola personale per attraversare i cinque continenti del nostro mestiere: quando, dove, come, per chi e perché si fa teatro». Regista, autore teatrale, 81enne, di Gallipoli, fondando nel 1964 e dirigendo l’Odin Teatret ha cambiato il modo di concepire e fare teatro in Occidente. Risponde qui a qualche domanda.


 


Cosa può e deve fare un ragazzo di oggi se sceglie il teatro?


«Non si può scrivere oggi la parola teatro con la t maiuscola. Esistono molte forme di spettacolo, con diverse tecniche, finalità e pubblici. Ognuno che ha scelto e sceglierà di dedicarsi alla professione, deve rendersi conto che nessuno ha bisogno di lui o di lei. Che fare teatro è una necessità personale, per questo deve essere pronto a pagare di tasca propria».


Cosa intende quando dice che "teatro" non si può più scrivere con la lettera maiuscola oggi?


«Perché il teatro non è più un fatto unitario, esistono i teatri in una moltitudine di diversità di tecniche, pubblici e finalità».


Mejerchol'd stesso parlava di un pagare di tasca propria il teatro che si vuole, ma se ho capito bene lei fa anche riferimento ad una forma di dedizione propria del teatrante che va al di là della questione economica: come si può coltivare questa dedizione?


«Ognuno deve saper trovare la sua soluzione prendendo in considerazione le circostanze che lo soffocano. Ma le circostanze non possono essere una scusa o un alibi per non intraprendere».
Verso quali direzioni può scavare il teatro in questo contesto europeo e mondiale?


«Il teatro non scava, il suo compito è di non annoiare e non aggiungere mediocrità a quella già esistente. Questo è il grado zero dell’industria o della vocazione teatrali. Il resto è valore aggiunto: cultura, impegno, trasformazione, politica, bellezza».
Riguardo la mediocrità: come si può essere sicuri di non essere mediocri e di non proporre qualcosa di mediocre?


«È il contesto che decide dell’effetto del nostro operato. Possiamo essere mediocri, ma se questa nostra temperatura si manifesta coerente e ogni giorno, lascerà sicuramente una traccia almeno in un’altra persona».


Allora come si fa a comunicare con lo spettatore questo qualcosa che si costruisce nel momento in cui il teatro è, costruendo anche quello che lei definisce “valore aggiunto”?


«Il “come” è la vera sfida artistica per chiunque fa teatro. Purtroppo non vi sono formule che spieghino come fare».


Si può davvero parlare di un mestiere del teatro? Parlare di mestiere non tradisce il senso della vocazione?


«Una vocazione si manifesta attraverso un mestiere. Ma non sempre un mestiere rivela una vocazione».


Che tipo di attore potrebbe fare teatro oggi?


«Chiunque, purché abbia una volontà di acciaio e dopo essere caduto sette volte sia capace di rialzarsi un’ottava, sempre con la voglia di avanzare sulle cime delle montagne, danzando».


Si può ancora imparare a rimanere in esilio anche in un momento come questo in cui si ha la pretesa di essere sempre reperibili e connessi?


«Le persone religiose sono sempre in esilio su questa terra, perché lontane da Dio. Per i miscredenti esiste un esilio reale, la costrizione di dover abbandonare la propria casa e patria per motivi di guerra, persecuzione o fame. Alcuni si sentono in esilio anche nella casa paterna, nella propria patria, e tra i migliori amici. Ma anche in esilio è bene avere un cellulare per chiamare un’ambulanza per salvare la vita di qualcuno e anche la propria».