Edoardo Erba e la sua Locandiera: uno studio da Goldoni per parlare dell'Italia di oggi

Erba racconta il suo percorso di drammaturgo, con particolare riferimento a 'Locandiera B&B', testo che ha recentemente realizzato a partire da uno studio di Goldoni.

Edoardo Erba

Edoardo Erba

Irene Gianeselli 24 ottobre 2017

In questa intervista Edoardo Erba, che ama giocare con i tempi propri del giallo e quelli della commedia in un impasto fortemente umoristico ed uno slancio a volte anche delicatamente intimista, racconta il proprio percorso di drammaturgo con particolare riferimento proprio al suo ultimo testo: Locandiera B&B, uno studio sulla Locandiera di Carlo Goldoni che ha debuttato il 13 gennaio 2017 a Caserta e che sarà di nuovo in scena a partire dal prossimo novembre, con Laura Morante, Danilo Nigrelli, Bruno Armando per la regia di Roberto Andò.


Quando e come hai cominciato a scrivere?
Ho cominciato a scrivere poesie e testi di canzoni a quindici anni. Non ero appassionato di teatro e non potevo immaginare che sarei diventato drammaturgo. Passavo le mattinate a scrivere versi, pensavo di fare qualcosa di importante, di più importante degli altri. Adesso se leggo le poche cose che ho conservato mi viene da ridere. Le ho su certi quaderni nella casa di Pavia dove sono nato. Prima o poi mi deciderò a buttarle, sarà un modo di rispettare il ragazzo che ero. Ho lavorato molto per il cestino della carta. O per il cestino del computer. Così dev’essere per chi scrive. Non sono un grafomane, faccio fatica, distillo. Rileggo mille volte, sono ossessivo. Non è un buon metodo, ma è il mio.


Puoi parlarci della tua formazione al Piccolo di Milano?
Alla scuola del Piccolo - che oggi si chiama Paolo Grassi - nel 1982 partì il primo corso di scrittura drammaturgica. Era diretto da Giuseppe Di Leva. Ho fatto le prove di ammissione perché avevo deciso di scrivere un romanzo e mi sembrava di essere debole sui dialoghi. Venivo dalla provincia. Quando ho visto tutta la gente in fila per l’esame ho pensato: non mi prendereanno mai. Invece no, sono stato fra i sette selezionati. Il corso è stato decisivo. Soprattutto l’incontro con Dante Guardamagna, uno sceneggiatore di grandissimo talento, che aveva scritto tanti sceneggiati per la Rai. Mi ha comunicato passione, fiducia, sicurezza, mi ha dato un metodo. Mi ha detto: non fare come me, che ho sempre scritto quel che volevano gli altri. Fai da solo, scrivi teatro.


Sei stato spesso anche regista dei tuoi testi, quale rapporto si crea tra il drammaturgo e l'attore secondo la tua esperienza?


Ho sempre preferito avere attori indisciplinati ma con forte personalità che attori ubbidienti ma deboli. Perciò nelle poche regie che ho fatto, mi sono trovato parecchio in difficoltà. Non riuscivo a gestire bene la loro immediatezza, la loro irruenza. Però ho imparato molto dagli attori. Un attore intelligente, sensibile, bravo è un tesoro per uno scrittore. Può davvero darti una mano decisiva. Così è stato per esempio con mia moglie, Maria Amelia Monti. Le cose che abbiamo fatto insieme sono costate tanti litigi, ma il fatto di ascoltarsi e collaborare ha fatto crescere tutti e due.


Qual è lo stato della drammaturgia contemporanea italiana? Che tipo di scritture stanno emergendo a tuo avviso?


Qualche drammaturgia è già emersa. Per esempio quella di Massini, che oltre ad essere consulente del primo teatro italiano, è rappresentato in tutta Europa. Sono felice del suo successo, perché segna una svolta: finalmente la nuova drammaturgia entra a pieno titolo nelle istituzioni, smette di fare la parente povera. Poi c’è Paravidino, che ora dirige il Premio Riccione, lo seguo sempre con affetto. C'è Santeramo, che sta dando prove sorprendenti. Chiti. Ecco ho fatto un po’ l’hit parade dei miei preferiti. Non c’è un denominatore comune che li lega. Ciascuno sta seguendo la sua strada, ma tutti quanti riescono ad avere un impatto felice col pubblico. Complessivamente il livello non è affatto scadente. Credo che la nostra drammaturgia, sebbene non abbia avuto nessun aiuto dalle istituzioni, possa competere con quella francese, quella tedesca. Non con quella inglese, che resta a un livello superiore per qualità e per quantità.


Come è nato il testo Locandiera B&B?


Roberto Andò e Marco Balsamo - regista e produttore - mi hanno chiesto di riscrivere la Locandiera per Laura Morante. Non è stato per niente facile. Sono partito provando a scrivere una “modernizzazione” dell’originale, ma il risultato era inferiore al capolavoro del Goldoni, perciò non c'era ragione di metterlo in scena. Alla fine mi sono deciso a scrivere un testo completamente nuovo. Che della Locandiera ha solo lo stesso numero di personaggi (i sette principali del Goldoni) e la centralità della figura femminile.


Ci sono molti riferimenti simbolici nel testo, in particolare c'è una sepoltura sotto l'albero di limoni che chiude il racconto.


Il testo è stringato. Il non detto supera di molto il detto. Di solito sono più discorsivo nelle battute, in Locandiera B&B invece tutto è stilizzato, ogni parola vuol dire qualcosa d'altro, ha un rimando. La storia sembra semplice, ma è piena di significati. In questo assomiglia un po’ alla Locandiera goldoniana. Dietro l’albero dei limoni c’è Montale, c’è il Mediterraneo, c’è quella natura semplice e meravigliosa che rinasce ad ogni stagione ed è capace di trasformare il marcio in bellezza.


Goldoni con il suo Teatro in fondo, nonostante il forte filo rosso con la Locandiera, diventa un pretesto per parlare di oggi?


Certo. Quella tavolata dove il marito è assente, dove gli affari non sono limpidi, dove i personaggi sono ambigui, è un’immagine del nostro Paese. Non è un’immagine ottimistica, ma per lo meno è vitale. L’Italia ha attraversato tante fasi. Più volte nella sua storia è sembrata sull’orlo del fallimento civile, economico, politico. Però c’è un’energia straordinaria in questo Paese e sono sicuro che questa energia tornerà fuori in futuro, producendo risultati sorprendenti. È un’energia che vedo soprattutto nelle giovani donne.