Maraini: le donne sono più fragile e sole. Il femminicidio ne è la prova

A fine mese a Todi il monologo della scrittrice Una casa di donne: manca uno spirito comunitario

Dacia Maraini

Dacia Maraini

Irene Gianeselli 15 agosto 2017

Mercoledì 30 agosto il Festival di Todi ospita nella cornice dell'Ex granaio di Montenero nell'ambito della sezione Around Todi il debutto nazionale di Una casa di donne, monologo scritto da Dacia Maraini e interpretato da Ottavia Orticello per la regia di Jacopo Squizzato.


Una occasione per chiedere a Dacia Maraini di offrire una riflessione sul corpo della donna attraverso un testo scritto per la prima volta nel 1977.


Il tema centrale del monologo Una casa di donne è la di una giovane laureata in filosofia prostituzione che viene definita "volontaria". Fino a che punto diventare merce per gli uomini può essere una scelta volontaria, in piena libertà?  


Quando ho scritto il testo la prostituzione non era diventata una schiavitù violenta come è ora fatta soprattutto di straniere comprate e vendute contro la loro volontà. Allora poi era importante cancellare quella divisione antica fra le donne per bene e le donne per male che erano le prostitute. Le donne ‘per bene’ erano le madri e le sorelle, le donne per male erano le cosiddette puttane. Tanto è vero che per insultare una donna bastava mettere insieme questi due stati e si poteva uccidere per un insulto simile. Io intendevo, e con me tutto il femminismo, eliminare questa separazione e fare capire che la prostituzione era una scelta obbligata in un mondo endocentrico, ma una scelta che poteva essere fatta con consapevolezza e senza per questo passare dalla parte delle innominabili.


La pièce è stata scritta per la prima volta nel 1977, che valore ha per lei la parola "femminismo" oggi?


Se per femminismo intendiamo una ideologia diffusa e condivisa, questa non esiste più. Se invece intendiamo, in senso più ampio, un modo di partecipare alla difesa dei diritti delle donne, c’è ancora ma non lo chiamerei più femminismo. Oggi ci sono molte donne che si battono per i diritti delle donne, ma lo fanno in maniera frammentata, senza un vero spirito comunitario. E questo si sente nei risultati: le donne sono più fragili e più sole. Il femminicidio ne è la prova.


Quando, a suo avviso, una donna può definirsi davvero una donna "libera"?


Non si può essere libere da sole. Non esiste una donna libera in un mondo in cui le donne sono quasi dappertutto in stato di inferiorità, quando addirittura non sono  schiave o private di ogni diritto.


Cosa sta accadendo in questo periodo al corpo delle donne? Possiamo davvero parlare di libertà sessuale e di libertà di amare per le donne di oggi?


No, direi proprio di no. Il corpo delle donne (ma spesso anche quello degli uomini giovani e belli) è ancora più merce in una cultura del mercato come quella in cui viviamo. Nel mondo occidentale si è raggiunta senz’altro una forma di emancipazione femminile, ma la schiavitù sessuale, uscita dalla porta, rientra dalla finestra in forma di mercato del sesso. A volte si cerca di fare passare questa libertà di vendere e comprare come una libertà ampia e totale, ma si tratta di un inganno. La libertà di vendere e comprare non è libertà ma una forma sottile di reificazione, ovvero riduzione della persona a cosa.


Come è avvenuto l'incontro con Ottavia Orticello che interpreterà il monologo?


Ottavia l’ho conosciuta attraverso Eugenio Murrali che ha scritto un libro sul mio teatro. Andiamo spesso a teatro insieme e viviamo il mondo del teatro romano come un poco anche nostro. E Ottavia, da giovane e brava attrice, fa parte di questo mondo.