Giorgetti: "Al Teatro della Toscana lavoriamo non per gli artisti ma per il pubblico"

Come fidelizzare anche i ragazzi? "Non c’è un modo infallibile per farlo: i giovani sono un grande mistero che resta tale, ne siamo affascinati."

Marco Giorgetti photo credits © Filippo Milani

Marco Giorgetti photo credits © Filippo Milani

Irene Gianeselli 10 luglio 2017

Il Teatro della Toscana proporrà nella prossima stagione trentadue spettacoli, tredici tra produzioni e coproduzioni, cinque prime nazionali. Marco Giorgetti in questa intervista riassume l'esperienza del primo triennio del nuovo Teatro della Toscana e propone il programma della stagione 2017-2018.


Prima di introdurre il programma del 2018 qual è il bilancio del triennio che si è appena concluso?


Siamo partiti alla fine del 2014 con un triennio che prima di tutto ha voluto rappresentare, perfezionare e realizzare l'unione fra due realtà (i Teatri Pontedera e La Pergola) seguendo l'indicazione del Ministero, fondamentale nel momento in cui i Teatri Nazionali devono assolutamente fare non solo tradizione ma anche innovazione. È stato un triennio in cui abbiamo fatto un percorso molto importante che ha visto la fusione tra le realtà del contemporaneo e dell’innovazione rappresentate dal Pontedera, mentre La pergola si è sempre caratterizzato per essere il luogo della tradizione. L'innovazione in questi tre anni si è arricchita di rapporti, di ulteriori progetti costantemente in crescita con particolare attenzione al territorio, uno su tutti il rapporto con Virgilio Sieni. Abbiamo anche incrementato i nostri spazi aggiungendo il Teatro Niccolini in corso d’opera (è un teatro che si è riaperto ad inizio dell’anno scorso e che abbiamo rilanciato in una stagione molto importante) e il Teatro di Scandicci,a complemento del Pontedera nello spazio di innovazione del teatro partecipato. Per noi è veramente importante avere dei punti di riferimento come Gabriele Lavia o Roberto Bacci o Pierfrancesco Favino. Riguardando i programmi di questi tre anni io credo che emerga il tentativo, spero riuscito, di una realtà dinamica che ha voluto spaziare sui diversi piani di lavoro rappresentati dal teatro. Tutto questo sempre seguiti da un pubblico numeroso, pagante e partecipante a un progetto non sempre facile.


Nei vostri programmi proponete l'intento di strutturare un sistema teatrale “non per il pubblico inteso come indistinta e astratta entità ma per la Società (nell’esempio di Paolo Grassi, la città ha bisogno del teatro e il teatro dei cittadini)”.


Per l'appunto, io credo che un teatro lavori non tanto e non solo per la soddisfazione degli artisti ma soprattutto per il pubblico, per la società. Non ci interessa attrarre pubblico in sé, ci interessa che il pubblico venga perché ritrova un momento di discussione su se stesso e mi sembra di capire che la gente, la società civile, si è riconosciuta in questo tentativo: ci sono diversi spettacoli che puntano su questo nella prossima programmazione. Vogliamo citarne qualcuno in particolare?


In massima parte è una stagione di coproduzioni e produzioni nostre. Vorremmo stupire il pubblico all’inizio con Lavia che propone un recital da Jacques Prévert (un


autore a volte considerato leggero mai di cui abbiamo scoperto la grande importanza), I ragazzi che si amano; in tutta la stagione c’è poi un segno forte di Pirandello, ospiteremo Carlo Cecchi con l'Enrico IV mentre Geppy Gleijeses con Vanessa Gravina interpreterà Il piacere dell’onestà di Pirandello diretto da Liliana Cavani. Sergio Rubini e Luigi Lo Cascio affronteranno Delitto/Castigo da Dostoevskij, Gioele Dix e Laura Marinoni presenteranno la novità Cita a ciegas (Appuntamento al buio) diretti da Andrée Ruth Shammah, Fabrizio Bentivoglio diretto da Michele Placido sarà il professor Ardeche de L’ora di ricevimento di Stefano Massini, Leo Muscato dirigerà l’adattamento di Massini del Nome della rosa di Eco, Monica Guerritore e Francesca Reggiani si confronteranno con Mariti e mogli di Woody Allen. Mi piace sottolineare che la stagione non è più una vetrina, come è stato in anni anche gloriosi, di ciò che offre il meglio del teatro italiano: oggi noi condividano percorsi culturali. A questo proposito, ricordo che Claudio Longhi dirigerà La classe operaia va in Paradiso con l’ensemble di attori della trilogia di Istruzioni per non morire in pace, altro grande progetto di Ert - Emilia Romagna Teatro con cui abbiamo una importante collaborazione.


Si sente spesso l’esigenza di una educazione continuativa dello spettatore: rispetto a questa esigenza come avete pensato di strutturare la programmazione dei prossimi anni?


L'educazione del pubblico per noi è costante, abbiamo strutture che si occupano esattamente di questo, abbiamo un centro studi che coordina tutto un lavoro non soltanto con le scuole ma anche con altri soggetti interessati al teatro e al nostro patrimonio museale. È molto importante il ruolo del Centro di Avviamento all’Espressione, il Centro di didattica espressiva e teatrale che Orazio Costa aprì nel 1979 presso il Teatro della Pergola diretta oggi da Pier Paolo Pacini. Ci sono poi tutte le nostre attività veramente innumerevoli che vanno dal coinvolgimento sulla presentazione del libro, alla lettura, alle visite nei teatri, che sono un modo di avvicinare il pubblico in maniera diversa. Una cosa in cui credo molto è il progetto di alternanza scuola lavoro con le scuole: i ragazzi stanno con noi, lavorano con noi dietro le quinte, assistono le nostre maschere in percorsi appositi e si rendono conto dell’universo-teatro.


Tornando ai giovani, cosa credi ancora si possa fare e che ancora in Italia non si è fatto per avvicinarli al teatro? Come rispondono i giovani alle vostre proposte?


I nostri sono tentativi studiati e perseguiti tecnicamente che danno anche alcuni risultati, però ti confesso che per me il pubblico giovanile rimane un grande mistero, non sono mai riuscito a risolverlo, perché innanzitutto è una materia fortemente mobile. Quello che va bene per i giovani di oggi forse l’anno prossimo non va più bene. Oggi posso coinvolgere dei ragazzi perché può andare di moda fermarsi nel nostro atrio elegante a leggere un giornale o a consultare dei tablet: potrebbe essere anche un modo di attrarre e aggregare. Però questo fra sei mesi può non valere più,


perché è un pubblico in movimento, in trasformazione. Credo che l’unico modo sia cercare di portare gruppi di giovani dentro il lavoro del teatro, fare capire loro cosa è questo mondo, farli entrare da un’altra porta e dentro questo mondo provare a coinvolgerne un gruppo (educarne è un termine brutto), che poi diventi promotore di questa meraviglia verso altri giovani: in pratica creare dei vettori verso i giovani che sono i giovani stessi. Però non c’è un modo infallibile per farlo: i giovani sono un grande mistero che resta tale, ne siamo affascinati.


Il programma della stagione è consultabile a questo link:


http://www.teatrodellatoscana.it/