Il pisciatore in bocca di Santarcangelo e il martirio della critica

Ci sono momenti in cui la politica mostra la strada all’arte e alla provocazione. La minzione si fa strada. E la polemica passa di bocca in bocca.

GdS 27 luglio 2015

di Pietro Manigas


La cosa che maggiormente mi esalta dell’arte che si sta spettacolarizzando in un marketing dell’inutilità italiana è la totale inutilità. Non mi spreco neanche a sollevare questioni inerenti all’estetica, mi limito alla constatazione che è davvero inutile, quindi assolutamente essenziale in una fase storico-politica culturale come quella attuale.


L’inutilità dell’arte non è un orpello, è il senso stesso. Quindi non capisco quei lettori critici del teatro quando dicono che sta perdendo capacità di creare scandalo. E di che cosa ti vuoi scandalizzare? Del niente sotto vuoto spinto? A uno spettacolo teatrale di ultracorpi che si agitano in scena a cazzodicane preferisco un bel porno. Moana era arte pura, non questi epigoni finti plastificati. Alla bruttezza, alla sfiga, alla scena delle deformazioni preferisco un giallo di Maigret. La capacità di Simenon di leggere e dare oltre le righe uno spessore che tu lettore vai a costruirti. E poi te lo leggi al cesso che è un piacere. Dice un critico tra i tanti che l’arte è inspiegabile, è far intravedere l’abisso. Peccato che lo faccia dal fondo dell’abisso e che avrebbe un senso se l’inspiegabilità la facesse intravedere costringendo il lettore ad alzare gli occhi dall’abisso, dal proprio pisello o dall’ultima masturbazione simbolica che si allinea perfettamente con la mentalità del tempo.


Meglio Dagospia che il teatro. Meglio lo scandalo attovagliato del potere che adattarsi a tal punto di farne parte con un finto scandalo. Per questo me ne sbatto della polemica del Festival di Santarcangelo dove è andato in scena «Tino Seghal- (Untitled) (2000), ore 18,30- Lavatoio, un’ora e 23- free». L’artista, Frank Willens, si è pisciato in bocca alla fine della performance in cui nudo ha attraversato la storia mondiale della danza. In bocca per alcuni, in faccia per altri, come fosse il putto di Bruxelles per la critica più attenta. Silvia Bottiroli, strenua, ha spiegato che pisciando ha detto: Je suis Fontaine. E se non capite le citazioni, andatevene a fare in quel posto. E i critici meravigliosi si sono attorcigliati per spiegare al cittadino che meravigliosa scena artistica fosse. Che citazione della citazione, poesia ultravioletta e simbolo di liberazione, altro che Bella Ciao. Cercando di accendere nel lettore l'idea che in effetti quando scappa, è una liberazione poter esprimersi all'aria aperta.


Insomma ha fatto un po’ di scandalo questo ragazzetto ignudo danzante, riportando in un cortile con poche decine di spettatori annoiati una scena che a Roma avviene ogni notte in ogni angolo: la minzione alla fine di una serata. Creando un ponte quindi tra chi usufruisce dell'arte e l'artista. E collegandosi anche alla storia del tempo, facendo assurgere a valore artistico la famosa telefonata di un noto provocatore italiano, il senatore Ncd Antonio Azzollini che alla fine di un’arringa poetica e teatrale telefonica ha annunciato alla suora che le avrebbe pisciato in bocca.