Un teatro per il teatro, dedicato a Leo de Berardinis

Lodevole l'iniziativa di dedicare a Leo il Teatro di Vallo della Lucania. Anche per ricordare le basi su cui si fonda l’unicità del suo insegnamento. [Valentina Capone]

Un teatro per il teatro, dedicato a Leo de Berardinis
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5 Aprile 2015 - 18.14


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di Valentina Capone

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“Un Teatro per Leo de Berardinis” è il titolo dell’iniziativa proposta da Michele Murino, direttore artistico di Velia Teatro, coadiuvato da Michele Pascarella, affinché il Teatro di Vallo della Lucania, 570 posti di prossima inaugurazione, venga intitolato al grande artista scomparso nel 2008 e originario della provincia salernitana.

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L’iniziativa ha subito suscitato la mobilitazione dei maggiori rappresentanti del Teatro italiano, con un’adesione in crescita costante e una vastissima eco sui principali organi di comunicazione. Ma al di là delle informazioni di stampo giornalistico, desidero riflettere su alcuni aspetti che hanno da sempre reso unica, nel panorama teatrale, l’attività di Leo e che credo vadano presi in considerazione nel momento importante di dedicargli un teatro. Leo de Berardinis è stato l’attore meraviglioso che ricordiamo ma anche uomo di teatro totale: regista, pedagogo, autore, promotore di iniziative culturali, direttore artistico di spazi e festival, e infine, per profondità di pensiero, anche teorico del teatro attraverso scritti che hanno affrontato la questione teatrale non solo dal punto di vista estetico ma anche nel suo senso più profondamente politico, ovvero imprescindibilmente connesso alla polis (e, per approfondire, si possono leggere, tra gli altri, gli interventi di Marco de Marinis, Claudio Meldolesi e Gerardo Guccini, che ampiamente hanno testimoniato dell’attività di Leo a Bologna).

Leo definiva l’artista come intellettuale d’azione, il cui operare scenico era strettamente connesso alla comunità: interagire con gli spettatori, convocare artisti e pubblico per una forma autentica di conoscenza, possibile attraverso la primordiale arte del Teatro, sono stati una priorità nel suo modo di intendere l’arte scenica. Conseguentemente, ha organizzato gli spazi anche fisici del proprio agire (Lo Spazio della Memoria prima ed il Teatro Laboratorio San Leonardo poi) sempre in questa direzione.

La sua lezione inoltre, era fortemente tesa ad evidenziare la differenza tra TEATRO e SPETTACOLO, entrambi degni di riconoscimento ma lontanissimi. Il Teatro pone domande, non conforta. Lo spettacolo rassicura, consente di uscire dalla sala esattamente come si è entrati, forse con un’ora di svago in più addosso, placebo per allontanare dalla noia e dalla fatica quotidiana. Certamente lo spettacolo, in quell’ora, riesce a farci allontanare da noi stessi.

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Per usare le sue parole:

“Teatro come arte primordiale di conoscenza collettiva, di orrore e di gioia dell’essere, laboratorio per sperimentare la complessità della vita in situazioni semplificate di spazio e di tempo.

E ancora:

“Lo spettacolo rappresenta il già noto per un ascolto passivo, laddove il Teatro crea nostalgia per una vita altra, da rivendicare poi nel quotidiano”.

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Il Teatro, quindi, attraverso l’opera di un grande artista, ci mette in contatto con la nostra parte più profonda, ed è efficace mezzo di conoscenza per raccontare le ferite, superare i confini; è strumento per un continuo interrogarsi che, allo stesso tempo, è incontro di persone e di anime, lì, in quell’istante.

E nel suo teatro davvero avveniva l’incontro: tra spettatori, tra attori e spettatori… e poi Amleto, Shakespeare, Eschilo, Sofocle, Eduardo, Totò.. Amleto che parlava con Totò, Edipo che salutava Allen Ginsberg…
Questo era il Teatro di Leo.

Sono i singoli che determinano le rivoluzioni, piccole o grandi che siano. Sono i singoli che, a piccoli passi, fanno camminare il mondo.

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In questo senso, il suo Teatro era profondamente rivoluzionario
e vissuto con un rigore che oggi sembra sempre più difficile mantenere, ma che, proprio in una fase di crisi acuta come quella attuale, è più che mai una grandissimo esempio.

Leo aveva come unica certezza quella di non aver conquistato nulla di eterno, e se da un lato questo può spaventare perché non consente mai riposo, dall’altro è uno stato che consente di essere vigili e vitali. E’ quel campanello d’allarme che permette di analizzare in ogni momento se si sta facendo davvero la cosa giusta, o, meglio, necessaria.

E tra le molte cose del suo insegnamento forse quel modello quotidiano di coerenza è quello che mi manca più di tutto; quel suo continuo interrogarsi, quella capacità di chiudersi in teatro per domandarsi che cosa è stato fatto, dove poter andare e cosa fare ancora, dove portare lo sguardo.

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Dai suoi appunti:

“Siamo una Compagnia, siamo in un teatro, e allora investiamo quello che possiamo, tutto il nostro tempo, la nostra cura, il nostro denaro, chiudiamoci qui dentro e lavoriamo, andiamo avanti”.

In un teatro.

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Ora, dedicare un teatro a Leo è lodevolissimo e gli organizzatori hanno già fatto una scelta che non esito a definire doverosa, anche solo per il ricordo o la curiosità che il nome può evocare. Immagino un bambino entrare nel teatro per la prima volta e domandare: chi è Leo de Berardinis? lasciando così spazio alle parole e alla memoria. Socchiudendo una porta.

Questo è il miracolo del teatro di Leo: aprire ogni volta delle porte dentro di sé, nei suoi attori e nel suo pubblico.
Ben venga quindi ogni iniziativa volta a conservare questa possibilità di miracolo.

Dedicargli un edificio teatrale non credo però che possa prescindere dal ricordare anche le basi su cui si fonda l’unicità del suo insegnamento, ed è quindi auspicabile che le successive scelte gestionali non siano poi distanti o addirittura in contrasto con le linee artistiche indicate da Leo nei tanti anni del suo operare.

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A mio avviso, quindi, agli organizzatori e ai sostenitori dell’iniziativa, unitamente al già di per sé complicatissimo compito di dare voce e coordinare le tante espressioni di affetto e riconoscimento per Leo, dovrebbe spettare anche quello di vigilare affinché non vi sia mai incongruenza tra la dedica e l’azione. Una mancanza di attenzione, in questo senso, sarebbe irrispettosa e la dissonanza ingiusta, profondamente.

Esiste il Teatro ed esiste lo Spettacolo, dicevamo. Ecco, io credo che un teatro dedicato a Leo debba essere, autenticamente, un teatro per il Teatro.

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Per saperne di più.

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[url”Per un teatro jazz: intervista a Leo De Berardinis – Trax – di Oliviero Ponte di Pino”]http://www.trax.it/olivieropdp/leo83.htm[/url]

[url”La Terza Vita di Leo | Facebook”] https://it-it.facebook.com/pages/La-Terza-Vita-di-Leo/120494951293958[/url]

[right][/right][url”Teatro in video. Leo de Berardinis – Teatro e Critica
“]http://www.teatroecritica.net/2015/01/teatro-in-video-leo-de-berardinis/[/url]

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[url”Quando Leo de Berardinis disse: va azzerato tutto
– di Antonio Cipriani”]http://giornaledellospettacolo.globalist.it/Detail_News_Display?ID=78389[/url]

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