Iran: la maglia al Mondiale in Usa pesa più di quella indossata in Qatar

Nel 2022 i giocatori in mondovisione non cantarono l'inno prima del match con l'Inghilterra. Il Tem Melli lascia questo Torneo con la dignità sportiva rivendicata dai suoi giocatori e con molte domande ancora aperte che chiedono di ricordare che dietro quella maglia non c'è una sola voce.

Iran: la maglia al Mondiale in Usa pesa più di quella indossata in Qatar
Il messaggio lasciato negli spogliatoi dalla squadra iraniana
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Marcello Cecconi Modifica articolo

6 Luglio 2026 - 18.11 Culture


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Eravamo a novembre del 2022, non un secolo fa, quando ai Mondiali in Qatar i calciatori dell’Iran compirono in mondovisione un gesto di protesta senza precedenti, non cantando l’inno prima del match con l’Inghilterra, perso per 6 a 2, per manifestare il dissenso nei confronti del regime degli ayatollah. Il loro messaggio divenne tutt’uno con l’anima del popolo iraniano e nella capitale si esultò addirittura per le reti inglesi. Le minacce di ritorsione provenienti da Teheran fecero in modo che nelle partite successive non accadesse e con il Galles e gli Usa, pur con poca convinzione, Taremi e compagni mormorarono qualcosa dell’inno.

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In questi tre anni e otto mesi il contesto internazionale è cambiato. Trump è tornato alla Casa Bianca e ci sono stati gli attacchi militari di Israele e degli Stati Uniti all’Iran che non hanno prodotto il cambio di regime che molti analisti occidentali ritenevano possibile. Al contrario, almeno nel breve periodo, il potere di Teheran sembra aver ritrovato una nuova capacità di presentarsi come baluardo della sovranità nazionale contro l’aggressione esterna. È una dinamica nota nella storia quando la minaccia proveniente dall’esterno spesso rafforza governi che all’interno appaiono fragili. La chiara dimostrazione è la folla oceanica che in questi stessi giorni partecipa ai funerali di Khamenei.

Sarebbe ingiusto pretendere eroismi da chi scende in campo e vive sotto un sistema autoritario e violento che conosce conseguenze che dall’Europa spesso immaginiamo soltanto. Parlare può significare compromettere la propria carriera, mettere a rischio la libertà personale o quella dei familiari rimasti in patria. Il coraggio non può essere imposto da chi osserva da migliaia di chilometri di distanza.

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Ma riconoscere questa paura non significa sospendere ogni giudizio. Anche il silenzio comunica. E alcuni segnali arrivati dalla spedizione iraniana hanno lasciato aperti interrogativi difficili da ignorare. L’assenza di riferimenti ai tanti iraniani uccisi dal potere e a quelli che continuano a pagare con il carcere la richiesta di maggiore libertà, il mancato richiamo al compagno Sardar Azmoun escluso dalla Nazionale perché ritenuto politicamente scomodo, rendono impossibile vedere quella squadra come il volto dell’intero popolo iraniano. E ai fischi durante l’inno dell’Iran alla prima partita dei Mondiali 2026, uno di loro, Rezaeian, ha risposto in conferenza stampa che la politica non lo riguarda, chiudendo con: “Se c’è qualche problema da affrontare, è affar nostro”.

L’Iran in questo Mondiale è stato accompagnato da polemiche, difficoltà logistiche, tensioni diplomatiche e da un epilogo amarissimo. L’eliminazione è arrivata dopo un finale di girone convulso e tra sospetti alimentati dai risultati delle altre partite. I giocatori avevano affidato a una lettera il proprio messaggio: “Veniamo dall’Iran, da una terra che per migliaia di anni ha messo l’onore sopra la vittoria”. Un richiamo alla correttezza sportiva, all’idea che il rispetto valga più dei punti e che la storia giudichi anche il modo in cui si vince. Nel testo comparivano anche il riferimento alle 168 vittime del bombardamento statunitense sulla scuola di Minab e gli hashtag delle nazionali coinvolte nella corsa alla qualificazione.

Parole che raccontano una parte della realtà. Ma solo una parte. Perché il problema, ancora una volta, non è capire se questa nazionale abbia rappresentato l’Iran. Lo ha fatto inevitabilmente. Il punto è chiedersi quale Iran abbia rappresentato. L’Iran di oggi non coincide con il proprio Stato. Esiste la Repubblica islamica, con il suo apparato politico, religioso e militare e la sua propaganda. Esiste una società civile che da anni reclama spazi di libertà, paga prezzi altissimi per protestare e continua a vivere sotto una pressione costante. Esistono donne che hanno trasformato la richiesta di uguaglianza in una battaglia quotidiana. Esistono studenti, giornalisti, artisti e attivisti incarcerati, intimiditi o costretti all’esilio. Ed esiste un popolo che non può essere ridotto né al regime né ai suoi oppositori.

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Sarebbe ingeneroso verso chi in patria e fuori sta lottando per la libertà degli uomini e delle donne persiane confondere la resilienza del regime scaturita dallo scriteriato attacco israelo-statunitense con la riconciliazione tra il regime e il suo popolo. Le ferite lasciate dalla repressione delle proteste, le violazioni dei diritti umani, la discriminazione nei confronti delle donne e la violenza esercitata dagli apparati di sicurezza non scompaiono perché cambia lo scenario geopolitico. Restano. Così come resta il coraggio di chi continua a opporsi pagando un prezzo personale enorme.

Non perché si voglia chiedere ai calciatori di trasformarsi in leader politici. Ma perché una nazionale, soprattutto quando rappresenta un Paese attraversato da conflitti così profondi, porta sulle spalle un significato che va oltre il risultato. Ogni dichiarazione, ogni omissione, ogni gesto viene letto come un messaggio. Per questo dire che “la politica deve restare fuori dallo sport” appare sempre più una formula rassicurante che una descrizione della realtà. La politica entra nello sport quando una guerra decide dove si gioca una partita, quando un atleta viene escluso per le proprie idee, quando un inno divide più di quanto unisca, quando la paura accompagna una convocazione.

L’Iran lascia questo Mondiale con la dignità sportiva rivendicata dai suoi giocatori e con molte domande ancora aperte. Domande che non chiedono processi sommari né assoluzioni preventive. Chiedono soltanto di ricordare che dietro quella maglia non c’è una sola voce. E che il popolo iraniano è infinitamente più grande, più complesso e più libero, almeno nelle sue aspirazioni, di qualsiasi potere che pretenda di rappresentarlo.

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