Quella copertina disegnata da Andy Warhol dell’album “Sticky fingers” fece davvero molto rumore. I produttori furono costretti a ritirare le prime copie e modificare la posizione della zip dal momento che la stessa era funzionante: aprendola permetteva di vedere le mutande del modello. Ma c’era un piccolo inghippo in quanto questa trovata danneggiava il disco stesso, rigandolo. E’ il 23 aprile del ’71 quando i Rolling Stones, all’apice del loro successo, si rivolsero all’artista pop più importante del momento, Andy Warhol, per commissionargli la cover dell’album.
Suscitò molteplici e differenti reazioni: chi la ritenne offensiva del buon costume, dato che metteva in risalto marcatamente l’elemento maschile dentro a un paio di jeans; chi invece, fin da subito, la considerò un capolavoro della pop art. In molti pensarono che il modello scelto fosse il frontman della band Mick Jagger, in realtà poco dopo si scoprì che si trattava di un ragazzo voluto appositamente da Warhol e che di lui fu amante e collaboratore, Joe Dallessandro.
Ma perché Mick Jagger scelse proprio l’artista Newyorkese? Per il frontman della band, Warhol era un’ossessione e per questo volle coinvolgerlo in prima persona. Si capisce l’ossessione: l’artista era già l’icona della Pop Art, in quegli anni aveva l’attenzione della critica e della stampa dalla sua parte. Negli anni ’60 la sua fama aveva valicato i confini americani. La sua arte originale aveva già creato, nel ’67, una copertina per i Velvet Underground & Nico che incoraggiava gli spettatori a interagire con l’opera, proprio come farà nel caso di Sticky Fingers. Si trattava della Banana, diventata negli anni emblematica con il suo slogan d’accompagnamento “peel slowly and see” (sbuccia lentamente e osserva). Poco prima, invece, nel ‘62, aveva realizzato l’emblematica serie Campbell’s Soup Cans grazie alla quale era stato in grado di consolidare la sua reputazione.
In quell’album, sul retro della copertina, aveva fatto, inoltre, la sua comparsa il celeberrimo Tongue & Lip, uno dei loghi più potenti e riconoscibili mai creati, diventato il simbolo della band. Avevano preso l’abitudine di ingaggiare grandi artisti per ideare e disegnare le copertine dei Long Playing, che guarda caso in genere erano anche tra quelli che, in seguito, godevano di maggiore fortuna. Tra questi il maestro surrealista Salvator Dalì che nel 1955 aveva prestato la sua opera “Lonesone echo” per un album musicale di Jackie Gleason o Keith Haring che si era occupato della copertina di “Without you” del duca bianco, David Bowie, o ancora nel 2003, Banksy che aveva realizzato appositamente per l’album “Think Tank” dei Blur, uno stencil specifico.
L’attenzione sulla copertina fu tuttavia così rilevante tanto da indurre a dimenticarsi cosa ci fosse all’interno di un Lp come quello, un disco considerato una delle pietre miliari della storia del rock: conteneva in tutto dieci brani. Uno più potente, incisivo e graffiante dell’altro. Oltre all’inconfondibile brano d’apertura, Brown Sugar, conteneva anche Can’t You Hear Me Knocking, ma anche Wild Horses e I got the blues, solo per citarne alcuni. Sto parlando di vera e propria musica, pensata, sentita e poi suonata. Un rock intenso, intransigente, lontano dal cedere il passo alla maniera.
Da allora, dalle magiche mani di grandi artisti, le copertine divennero pareti o tavole da dipingere. Non furono più solo damigelle che accompagnavano la musica ma parte integrante di un’operazione in cui musica e pittura stringevano un potente patto. Non furono più una semplice confezione protettiva ma un’estensione del contenuto artistico. Se oggi è diventata quasi una norma fu grazie a quella sperimentazione d’avanguardia che divennero parte integrante dell’immaginario collettivo.
