Non è passato tanto da quando la tematica ambientale costituiva una delle trattazioni primarie dei media. Nel bene e nel male, a posteriori, è possibile affermare che i gruppi come Fridays For Future, Ultima Generazione, Just Stop Oil e simili abbiano forzatamente puntato i riflettori su una questione altrimenti solo marginale. Lo hanno fatto in modi sicuramente discutibili, alimentando scontri e dibattiti circa la correttezza e la moralità delle loro azioni, ma gli va riconosciuto che, al di là del mezzo, abbiano raggiunto il loro fine. Le minacce del cambiamento climatico erano oggetto di discussione di tutti noi, sia di chi sminuiva il fenomeno sia di chi lo denunciava. L’attenzione era talmente alta da catturare anche quella della politica: i più di certo ricorderanno la battaglia del governo Meloni contro i cosiddetti “eco-vandali”, sfociata persino nell’approvazione di un disegno di legge contro di loro.
Che fine ha fatto tutto ciò oggi? A quanto pare, basta fare zapping tra i vari talkshow serali che il palinsesto televisivo offre, tutto sembra scomparso. Il silenzio più totale. Eppure i movimenti esistono ancora, proprio qualche giorno fa, il 27 marzo, Fridays For Future ha organizzato uno sciopero nelle piazze italiane. A parte qualche sporadico articolo, però, il tutto è rimasto per lo più sottaciuto. Per quale ragione?
La mia opinione è che l’attenzione rivolta verso i conflitti in corso abbia fagocitato la tematica ambientale. Quella che noi comunicatori chiamiamo agenda dei media, ovvero l’insieme dei temi trattati dai mezzi di comunicazione con maggiore o minore copertura informativa, non è illimitata. Per tracciare un paragone basti pensare alla nostra di agenda: possiamo programmare solo un certo numero di impegni in una singola giornata. Ecco, chiarito ciò è come se lo spazio destinato alla guerra abbia eroso buona parte delle questioni non strettamente nazionali. Rimane la cronaca, la politica ma c’è posto per poco altro e purtroppo non per l’ecologia.
Ciò è quasi paradossale: i conflitti armati sono responsabili di una grandissima fetta dell’inquinamento globale e hanno costi ambientali e climatici salatissimi, oltre a conseguenze a lunghissimo termine. Come ho scritto già due anni fa le attività belliche emettono una quantità di soli gas serra pari a quella prodotta dall’Olanda. Per dare qualche numero in soli 14 giorni di guerra in Iran, dal 28 febbraio al 14 marzo, sarebbero state rilasciate oltre cinque milioni di tonnellate di anidride carbonica, più di quella prodotta dall’Islanda in tutto il 2024. E ciò rappresenta solo la punta dell’iceberg.
Di tutto questo, però, non se ne parla. O quantomeno non abbastanza, solo marginalmente. Morte e distruzione, com’è umanamente comprensibile, attirano buona parte dell’attenzione. Le vittime dei bombardamenti, quelle a noi temporalmente contingenti, reclamano a gran voce di essere denunciate. Ed è importantissimo farlo. Ma non bisogna dimenticare che, oltre a loro, il disastro ambientale che stiamo causando ne mieterà molte altre. Purtroppo, però, molto spesso pecchiamo di miopia.
