La scrittura al tempo dell’IA

Dall’incoronazione di Francesco Petrarca alla sfida di scrittura tra l'Intelligenza Artificiale ed una vera autrice. Ecco come cambia il panorama letterario nel tempo

La scrittura al tempo dell’IA
Petrarca e l'Intelligenza Artificiale
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17 Aprile 2024 - 17.59 Culture


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di Margherita Degani

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L’8 aprile 1341, Francesco Petrarca veniva incoronato Poeta Laureato durante una solenne cerimonia in Campidoglio, a Roma. Nel Medioevo si trattava di un’onorificenza estremamente ambita. In quanto ammiratore della cultura classica e romana, nonostante avesse ricevuto quell’anno altri inviti a cingere l’alloro, non ebbe dubbi: Roma prevalse su Parigi.

Fu il senatore Orso dell’Anguilla a conferire l’onore descritto a un Petrarca ancora giovane, lontano dai grandi esiti del Secretum e del Canzoniere.  Già in quei tempi si trattava di una celebrazione alquanto rara e poi fu concessa in maniera occasionale fino al 1700, quando venne abolita completamente. Nell’Ottocento il termine laureato iniziò ad essere impiegato per designare la fine del percorso di studi, proprio come si fa ancora oggi.

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Qual è oggi il destino della Letteratura e, in generale, della pratica scrittoria? Sempre più spesso si sente parlare dei rischi e dei pericoli dell’IA, mobilitando coloro che si sentono più travolti da questa invadente presenza. Personalità quali R.R. Martin, Jonathan Franzen, John Grisham e Jodi Picault, assieme ad altri firmatari e all’associazione Authors Guild, hanno da poco aperto una causa contro OpenAI. Secondo loro, infatti, lo sviluppatore del celebre ChatGpt, avrebbe usufruito dei loro testi per addestrare gli algoritmi dell’intelligenza artificiale, senza richiedere alcun tipo di permesso.

Il timore è dunque legato alla realizzazione di testi sempre più lunghi che, potenzialmente ispirati ai lavori di autori affermati, si rivelerebbero del tutto indifferenti alla tutela dei diritti. Anche a Hollywood gli attori e le celebrità sono sempre più preoccupati da un possibile uso della loro immagine, facilmente generabile dall’IA. Jane Friedman sembra aver trovato su Amazon testi firmati con il suo nome e verosimili anche per contenuto ed argomenti, certamente prodotti da un software, come lo stile piatto e sciatto lascia intendere. Poco ci è voluto, alla diretta interessata, per capire che qualcuno ha tentato di lucrare sulla popolarità della sua firma, sfruttando qualche programma di nuova generazione.

Ma pensiamo anche al potenziale uso, del tutto scorretto, di ChatGPT ( e simili) durante un concorso letterario; è il caso della scrittrice giapponese Rie Kudan, che dopo aver ottenuto il premio ha confessato il trucco. L’esito italiano più curioso del fenomeno è stato presentato alla Bologna children’s book fair e consiste in un vero e proprio test. Il titolo corrisponde a “Viaggio oltre l’ignoto”, le pagine devono essere 192 ed il prezzo 15 euro per la realizzazione di un testo da pubblicare con il Castoro editore. I coinvolti sono nove: i tre editor Pierdomenico Baccalario, Marco Magnone e Davide Morosinotto hanno stabilito un soggetto, istruendo Valentina Federici e, separatamente, un pool di cinque Intelligenze artificiali.

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Il risultato di questo tentativo, che si muove tra il gioco e l’esperimento, sembra tuttavia aver dimostrato che l’abilità e la sensibilità di un’umana penna possono ancora trasmettere una differenza significativa. Secondo alcuni tra i più accaniti detrattori, infatti, è probabile che l’IA, in tutte le sue forme ed applicazioni, rappresenti una minaccia solo per gli scrittori ed i giornalisti meno abili, quelli che nemmeno oggi manifestano un tratto distintivo particolare. Di fatto, come già accaduto nei secoli a seguito dei più significativi cambiamenti, queste nuove forme di scrittura non aboliranno il vero talento e tanto meno il genio, due elementi di una predisposizione innata, tuttora capaci di trasmettere e lasciare ai lettori un quid che la macchina non raggiunge.

Come potrebbe giudicare Petrarca tutto questo? Dobbiamo supporre ne sarebbe oltremodo inorridito. Eppure, come spiega Romano Luperini  “la modernità è crisi, trasformazione rapida e continua”. Dalla seconda metà del Novecento, infatti, la dimensione letteraria, già turbata precedentemente dalla crisi del soggetto, dalla sfiducia nei confronti della tradizione e dalla perdita dell’aureola, comincia a dissolversi con crescente forza. Dall’apertura del mondo e della lingua letteraria, si passa al trionfo dell’extra-letterario, del linguaggio parlato e televisivo, dell’ibridazione fra generi, stili, parlate.

I romanzi vengono scritti così come si parla, il lessico si restringe, si fa usurato e si mescola al gergo televisivo, a quello dei network, alle lingue straniere oppure ai dialetti; per quanto riguarda poi la poesia, sebbene il cambiamento sia più lento a causa del forte impatto della tradizione, il mercato si fa ristrettissimo e sopravvive a fatica. “In altri termini si è passati dalla letteratura della crisi (quella della prima generazione postmodernista di Eco, di Tabucchi e dell’ultimo Calvino) alla crisi della letteratura. È finita l’autonomia della letteratura, la sua separatezza e la sua sacralità”, continua Luperini, “Ma tutto è diventato letteratura perché niente è più letteratura”. Sono proprio i mutamenti tecnologici, economici e sociali a sancire la dissoluzione di tutti i confini citati.

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I processi descritti sono, per la verità, tutt’ora in corso ed è per questo che non risulta semplice comprenderne gli esiti finali. Che il campo letterario e la scrittura sappiano trovare nuove forme e modalità di resistenza è comunque probabile; hanno, io credo, la stessa forza e la stessa volontà di sopravvivere di qualunque altra identità umana e, in quanto tali, mutano  – e continueranno a mutare – proprio per trovare vie di adattamento e di successo diverse.

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